sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Erald Hoxha, René Paniga, Alessandro Nathan Demolii

Corriere della Sera, 23 dicembre 2025

“Siamo ancora qua”, canta Vasco. Ma proprio per niente: a volte, specie quando viene Natale, la verità è che almeno noi abitanti delle prigioni non siamo più né qua né là. Anche se per ora, nello specifico di questo Natale strano, noi che fino a qualche giorno fa ci trovavamo nel carcere milanese di San Vittore siamo planati nel giro di una notte dentro quello di Bollate. Il migliore d’Italia, dicono. Ma torniamo a quando tutto è cominciato, sabato 13 dicembre. Un giorno che ricorderemo sempre. L’una del pomeriggio, terzo raggio di San Vittore, alcuni sono appena tornati dai colloqui. A un tratto le tv si spengono. È saltata la luce, su tutti i quattro piani.

Ma non c’è motivo di preoccuparsi, a San Vittore succede spesso. Dieci minuti e tutto riparte. Invece stavolta no. Passa il tempo, i led rossi sotto gli schermi restano spenti. Sale l’ispettrice, comunica che c’è stato un problema al quadro elettrico del raggio. Dalle finestre arrivano le sirene dei pompieri, dai piani di sotto sale fumo. Gli agenti vanno e vengono, ci tranquillizzano. Però sono tanti, accipicchia. Qualcuno di noi gioca a carte, qualcuno legge.

E del resto avremmo avuto anche una bella cosa da aspettare, almeno qui al reparto La Nave: martedì 16 dicembre era in programma la nostra festa di Natale, le dottoresse dell’équipe e i volontari dell’associazione avevano fatto la spesa, stavamo organizzando tutto da giorni. Intanto fuori inizia a far buio. Radiocarcere - il passaparola tra detenuti viene chiamato così - dice che in effetti un quadro elettrico ha preso fuoco. Insieme col crepuscolo arriva la cena, due sofficini freddi su un letto d’insalata con quattro sottilette. Nel buio proviamo a prepararci un sugo al lume di una candela artigianale: mezza arancia svuotata e riempita di olio di semi, il pistillo bianco centrale come stoppino. Una lucina nel buio, sembra un quadro. Ma alle sette veniamo interrotti: l’ispettrice ci dice che abbiamo 15 minuti per preparare i sacchi e farci trovare pronti a partire. Dopo un pomeriggio di impegno e fatica i vigili del fuoco hanno dovuto dichiarare l’intero terzo raggio inagibile.

Destinazione appunto Bollate, per noi della Nave. Scendiamo le scale accompagnati dagli agenti alla luce delle torce. Il fumo, l’odore acre, la schiuma degli estintori. Chi nel cuore della notte è ancora lì in attesa di partire vede da una finestra la scala dei pompieri salire verso il tetto della biblioteca dove intanto c’è altro fuoco da spegnere. Stanno cercando di salvarci da una tragedia. L’abbiamo scampata. Gli ultimi finiranno di essere trasferiti la mattina dopo. In tutto duecentocinquanta. Non tutti con la nostra fortuna.

Chi è finito in Emilia, in Veneto, nelle Marche. Lontani e sparsi. Invece, per noi della Nave, benvenuti a Bollate. Nella notte nebbiosa non se ne coglie la grandezza. Ma la pulizia sì. La polizia penitenziaria mostra professionalità e umanità. Ci smistano in celle che nel frattempo erano state svuotate sballottando gli inquilini precedenti altrove. Si capisce che stanno cercando di accoglierci nel migliore dei modi. A qualcuno torna in mente il ricordo di quando andava alle colonie estive. La sensazione è un misto di inquietudine, eccitazione, smarrimento, paura. Ma anche una specie di felicità. Siamo vivi.

E ora siamo qui da qualche giorno. Ciurma e capitano - così chiamiamo l’équipe che si è sempre occupata di noi alla Nave - ci hanno seguito qui e si fanno in quattro per starci vicino e colmare il vuoto che inevitabilmente alcuni di noi provano. Cosa c’entra tutto questo col Natale? Forse nulla. Ma per qualcuno qui c’entra tantissimo. Così adesso c’è chi ricorda di quando a otto anni aveva vissuto in prima persona la fuga dalla Valtellina, travolta dall’alluvione: racconta dell’eccitazione di trasferirsi a Colico dalla nonna materna, del ponte crollato subito dopo averlo attraversato con la macchina carica, e poi del ritorno a casa due mesi dopo, in mezzo a una palude di palta dove prima c’era un paese.

Altri continuano a tornare col pensiero alla notte del trasferimento, all’attesa di sapere in quale carcere sarebbero finiti, e qualcuno in particolare associa quello stato d’animo a quando da piccolo partiva da Bari per tornare con la nave in Albania a trovare la famiglia, magari proprio a Natale, e aspettava con gli altri di essere chiamato per potersi finalmente imbarcare dopo i controlli di polizia: “Non dimenticherò mai - dice - il buio di quei viaggi”. Adesso ripensa a quella candela artigianale di pochi giorni fa, realizzata in cella dentro un’arancia. Pagina di vita Chiaramente quella che viviamo noi oggi non è neanche lontanamente paragonabile a una pagina di vita come quella di chi ha affrontato l’alluvione in Valtellina. Nessuno di noi è rimasto ferito.

Nel caos comprensibile creato dal nostro arrivo qui hanno cercato tutti di venirci incontro per quanto possibile. Certo, dopo una notte come quella eravamo stremati. Ma lo erano anche gli agenti, dopo essere stati in servizio fino a 28 ore filate. Ora un po’ alla volta siamo riusciti quasi tutti a parlare con le nostre famiglie, qualcuno anche a incontrarle. Oltre che per noi stessi è anche per loro che ci sforziamo di reagire e di combattere tutti i giorni. Non può essere sempre buio.

E per questo vorremmo concludere dedicando un pensiero agli altri detenuti meno fortunati di noi. A chi neppure in questo periodo di feste ha la possibilità di ricevere una visita, un pacco, o anche solo qualche notizia di prima mano su come stanno i suoi cari. Un abbraccio forte a tutti con l’augurio di riuscire a fare quel pezzettino in più di lavoro ancora da fare, senza perdere proprio ora la rotta. Buon Natale.