sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 8 aprile 2026

Ai primi di aprile il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) ha firmato una nuova circolare sulla prevenzione dei suicidi: “Ulteriori linee guida per la prevenzione degli autolesionismi in ambito penitenziario”, a firma di Ernesto Napolillo e Massimo Parisi. Il documento contiene un lavoro serio: un gruppo multidisciplinare ha analizzato per due anni i 74 suicidi del 2025, ha visitato gli istituti più critici, ha incrociato i dati. Ma c’è un passaggio che non torna e rischia di far deragliare tutto il ragionamento. La circolare elenca le caratteristiche ricorrenti dei suicidi del 2025: circuito della media sicurezza, popolazione maschile matura, case circondariali di medie e grandi dimensioni. Poi arriva l’affermazione che lascia perplessi: i suicidi maturano prevalentemente “in assenza di sovraffollamento della stanza”. Nella cella dove la persona si è tolta la vita era sola o in pochi. Il Dap sembra voler dire, senza dirlo apertamente, che il sovraffollamento non c’entra con i suicidi.

Il problema è che questa lettura dei dati è incompleta. Non sbagliata nei numeri, ma sbagliata nel ragionamento. Pensare che il sovraffollamento non c’entri perché la cella era vuota è come dire che la scarsità di medici in un ospedale non causa problemi perché il letto era libero quando il paziente è morto. Il sovraffollamento non uccide direttamente. Lo fa per via indiretta, attraverso un meccanismo che la stessa circolare descrive senza però collegarne i pezzi. In Italia ci sono circa 63.000 detenuti per una capienza regolamentare di circa 47.000 posti. Un sistema che lavora al 134% della capienza. Ogni educatore, ogni psicologo, ogni funzionario giuridico pedagogico ha sulle spalle un numero di persone enormemente superiore a quello previsto. Se il personale trattamentale resta uguale mentre i detenuti crescono, il tempo dedicato a ciascuno si riduce in proporzione. Meno colloqui individuali, meno attività, meno osservazione ravvicinata, meno possibilità di intercettare quei “segnali deboli di allarme” che la stessa circolare indica come la chiave della prevenzione.

La circolare lo ammette indirettamente quando rileva che 31 piani locali di prevenzione risultano scaduti, altri 4 non sono mai stati adottati e in tre regioni i piani regionali sono pure loro scaduti. Questa non è distrazione o cattiva volontà di qualche direttore. È il risultato di strutture travolte dall’ordinario che non trovano il tempo per lo straordinario. In un carcere sovraffollato, fare rispettare i turni di sorveglianza già è un’impresa. Aggiornare i piani di prevenzione del suicidio finisce sempre in fondo alla lista.

Il medesimo meccanismo agisce sugli psicologi. La circolare stanzia 5,5 milioni di euro per il 2026 per aumentare le ore degli esperti ex articolo 80 dell’Ordinamento Penitenziario. Una cifra significativa. Ma il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop), nel suo comunicato emanato all’indomani della circolare, mette il dito nella piaga: questi professionisti operano con incarichi non strutturati, contratti a termine, limiti di orario che in molti istituti non vanno oltre le otto o dieci ore settimanali. “Le nuove indicazioni mostrano un tentativo più sistemico, orientato alla prevenzione e alla presa in carico continuativa e multiprofessionale del fenomeno”, afferma Maria Antonietta Gulino, presidente del Cnop. “Tuttavia, più che configurarsi come un nuovo modello di intervento, rappresentano una riorganizzazione e un rilancio di indicazioni già presenti, la cui criticità principale non risiede nella loro formulazione, ma nella loro concreta attuazione”. In sostanza, per il Consiglio nazionale degli psicologi, il nodo non è l’assenza di modelli teorici o di indicazioni operative, già disponibili, ma la difficoltà di tradurli in pratiche efficaci.

Il denaro c’è, ma non le condizioni - C’è un dato che rende il paradosso ancora più evidente. Nell’anno trascorso, alcuni Provveditorati regionali hanno chiesto la restituzione dei fondi già assegnati perché non riuscivano a spenderli. La circolare lo segnala con rammarico. Trovare professionisti disposti a lavorare in quelle condizioni contrattuali, in quegli orari, in quelle strutture, non è semplice. Il problema non è il denaro stanziato, ma le condizioni concrete in cui si lavora. La stessa circolare fornisce elementi che contraddicono la lettura tranquillizzante sul sovraffollamento. I detenuti stranieri sono il 31,5% della popolazione carceraria ma rappresentano il 47,8% dei suicidi. Le barriere linguistiche, l’assenza di reti familiari, l’isolamento culturale aumentano il rischio. E in un sistema sovraffollato, la mediazione culturale è il primo servizio a saltare, perché richiede personale specializzato che manca o lavora in condizioni impossibili. Discorso simile per chi è prossimo alla scarcerazione. La circolare introduce il “Servizio dimittendi”, un’unità dedicata ad accompagnare i detenuti nella fase che precede l’uscita, almeno sei mesi prima del fine pena. L’idea è buona: chi si avvicina alla libertà spesso sviluppa un “timore dell’ignoto” che può diventare una spinta verso gesti estremi, soprattutto se manca un domicilio, un lavoro, una rete familiare. Il DAP stesso nota che molti detenuti non presentano nemmeno istanza per le misure alternative: un segnale di disinteresse per il futuro che il documento individua come possibile indicatore di rischio suicidario.

Ma perché una persona in procinto di uscire non fa domanda per tornare in libertà prima? Spesso perché non ha un indirizzo da fornire al giudice. Il sovraffollamento carcerario è legato alla scarsità di strutture esterne dove i detenuti potrebbero scontare l’ultima parte della pena. Se quelle strutture non ci sono, le misure alternative restano sulla carta. E il Servizio dimittendi, per quanto ben congegnato, non può risolvere da solo un problema che nasce fuori dalle mura del carcere.

Il tasso di suicidi nelle carceri italiane è di circa 15 casi ogni 10.000 detenuti, contro una media europea di 7,2. Il doppio della media continentale. Questo non si spiega solo con le patologie psichiatriche non diagnosticate o con le crisi identitarie degli autori di violenza di genere, categorie su cui la circolare si concentra in modo specifico. Si spiega con un sistema che tiene troppe persone in spazi progettati per molte meno, con personale insufficiente, in strutture dove l’ozio è la norma e il trattamento è l’eccezione.

La circolare del 9 marzo 2026 resta, tra i documenti prodotti negli ultimi anni dal Dap, uno dei più accurati. La parte dedicata al debriefing psicologico dopo ogni suicidio, con fondi stanziati per il supporto agli agenti della polizia penitenziaria, è una novità importante: chi lavora in carcere e assiste a questi eventi porta un peso enorme, e ignorarlo ha sempre peggiorato le cose. Ma un documento che descrive i sintomi con precisione e poi esclude dalla diagnosi la causa principale rischia di costruire interventi che non reggono, perché vengono applicati a un sistema che li assorbe e li vanifica. Finché gli istituti lavoreranno a 130-140% della capienza, finché gli educatori seguiranno il doppio dei detenuti previsto e gli psicologi opereranno poche ore a settimana con contratti precari, le circolari si stratificheranno senza invertire il trend.

Tra il 2015 e il 2025 il numero dei suicidi è cresciuto costantemente, e il Dap sostiene che questo dimostri che il fenomeno sia indipendente dal totale dei detenuti. In realtà dimostra l’esatto contrario: dimostra che la struttura non regge più. Le risorse non bastano se il numero di persone da seguire è sproporzionato. Il problema vero è come si vive e come si lavora lì dentro, e il sovraffollamento sposta l’equilibrio verso il baratro. E su questo la circolare, nonostante i meriti reali, preferisce non guardare fino in fondo.