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di Donatella Stasio

La Stampa, 31 agosto 2023

La premier faccia come l’ex presidente della Corte costituzionale: non servono passerelle ma rispetto e senso di responsabilità. “Con il nostro assenteismo e la nostra indifferenza abbiamo tolto la speranza ai giovani. Troppe volte noi non ci chiniamo abbastanza verso di voi. Abbiamo altezzosità e superbia, che rasentano la stupidità. È nostro dovere infondervi la virtù della speranza. Sappiamo di avervi deluso. Vi abbiamo trascurato, abbandonato. Dovete invece sentirci solidali con voi nella migliore ricostruzione dell’Italia. Perciò si doveva venire qui, in questa terra martoriata, dimenticata, che ha bisogno di testimonianze. Questa terra va vista, ma non da lontano. Volevo e dovevo venire qui di persona. Volevo essere fisicamente accanto a voi”.

Sarebbe bello se la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sapesse parlare così alla gente di Caivano, dove oggi “scenderà” per annunciare una “bonifica” - così ha detto nel raccogliere l’invito del parroco senza aggiungere altro. A pronunciare quelle parole fu, nel 2017, un altro rappresentante delle istituzioni, il presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi, 84 anni, quasi il doppio di quelli della premier, professore di storia del diritto, purtroppo scomparso nel 2022, “sceso” anche lui nella Terra dei fuochi, ad Afragola. Non c’erano stati fatti di cronaca a dettare l’agenda del presidente della Corte, solo il bisogno di esserci, fisicamente, di chiedere scusa, senza giri di parole, di assumersi una responsabilità istituzionale, senza distinzioni, di infondere la speranza, che è un diritto di tutti e un dovere dello Stato. E questo fece.

Quell’anziano signore fiorentino era stato invitato in un piccolo teatro zeppo di ragazzini delle elementari, delle medie e delle superiori provenienti, oltre che da Afragola, da tutti i comuni della Terra dei fuochi: Caivano, Cardito, Marano, Qualiano, Casoria, Villaricca, Frattamaggiore, Casavatore, Arzano, Giuliano, Scampia, Melito di Napoli, Trentola Ducenta, ed erano lì non per esigenze scenografiche ma per chiedere conto allo Stato di quel loro destino di abbandono, del “perché” la Costituzione dice che siamo tutti uguali ma non è vero, non dove dilaga la povertà, la mancanza di lavoro, di trasporti, di servizi sociali e sanitari, di centri culturali, campi sportivi, parchi giochi… Condannati a vivere con la paura, in un ambiente degradato, violento e avvelenato, che brucia persino la voglia di riscatto. Così si sentivano. A Grossi bastò guardarli negli occhi e, in barba a protocolli e quant’altro, restò lì per quasi tre ore, a parlare, a rispondere a domande (spesso tradotte in italiano, talmente stretto era il dialetto), ad abbracciare e stringere mani, a fare selfie. Una fila lunghissima di giovani voleva guardare in faccia lo Stato, toccarlo, chiedere conto, appunto. Grossi declinò, in prima persona plurale, gli errori, le assenze, i doveri dello Stato, di chi riveste incarichi pubblici, politici e istituzionali, a cominciare da quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”. E spiegò perché la Costituzione è, per tutti, “una corazza” e bisogna pretenderne l’attuazione: il riscatto parte da lì. Per tutti.

Nessun bagno di folla, nessuna passerella, nessuna retorica ad uso telecamere. Con i suoi 84 anni, quel vecchio signore fiorentino spiazzò e diede un esempio in carne ed ossa di umiltà, di rispetto e di responsabilità istituzionali, come raccontano le cronache dell’epoca. Ecco, questo è Stato.