di Chiara Saraceno
La Stampa, 24 giugno 2024
L’accesso ad una abitazione in Italia non è mai entrato a far parte dei diritti sociali. Avere un’abitazione adeguata è il requisito necessario, se stranieri, per richiedere il permesso di lungo soggiorno. il ricongiungimento famigliare, eventualmente la cittadinanza. Avere un indirizzo di residenza è necessario - per italiani e stranieri - per accedere alle cure sanitarie e, finché c’è stato, al reddito di cittadinanza, ma chi ne è privo al massimo può ricevere un indirizzo fittizio presso la casa comunale o presso un’associazione, non l’accesso effettivo ad un’abitazione.
Le politiche per la casa in Italia sono state sempre scarse, sotto-dimensionate, quando hanno riguardato i ceti più modesti e poveri, ovvero chi non può permettersi l’acquisto e deve rivolgersi al mercato dell’affitto, viceversa relativamente generose nei confronti dei proprietari. Non solo il bonus 110 per cento, ma le deduzioni fiscali del costo mutuo e dei vari interventi di ristrutturazione o manutenzione (sia pure, a differenza del bonus 110 per cento, spalmate su più anni) e l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa sono tutte misure che incentivano la proprietà, scarsamente o per nulla compensate da misure che sostengano coloro che vivono in affitto. Nell’Italia in cui tutti sembrano essere proprietari di casa, una famiglia su cinque vive in affitto e nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie in condizioni economiche modeste, quando non povere. Il loro diritto all’abitare è lasciato pressoché totalmente solo alle leggi di mercato, solo parzialmente corrette dalla possibilità di avere un contratto concordato, in base al quale il locatario, a sua discrezione, chiede un prezzo inferiore in cambio di uno sconto fiscale. Il Fondo nazionale per il sostegno al costo degli affitti, istituito per la prima volta nel 1998 a favore degli affittuari a basso reddito che non hanno accesso ad un’abitazione di edilizia popolare, ha avuto un andamento molto altalenante nell’importo e in alcuni anni non è stato proprio finanziato. Ciò è avvenuto anche nel 2023 e nel 2024. Quanto all’edilizia popolare in Italia, a differenza che in altri paesi europei, è scarsamente sviluppata, vecchia e con gradi di manutenzione spesso insufficienti, che provocano un degrado tale da rendere inagibile una quota significativa del già insufficiente numero di abitazioni disponibili.
Si aggiunga che il ricambio negli affittuari è molto basso, non solo a motivo dell’invecchiamento della popolazione, ma perché spesso, anche se le norme non lo consentirebbero, vi è un avvicendamento generazionale entro la stessa abitazione. Il risultato è che le graduatorie si allungano e vanno periodicamente aggiornate, senza che chi sta in attesa abbia molte speranze di ottenere un’abitazione, certo non in tempi ragionevoli. Si aggiunga che l’assenza di controlli favorisce le occupazioni abusive, di disperazione ma anche di tipo criminale, che impediscono ai legittimi destinatari di prendere possesso degli alloggi assegnati.
Da questa scarsità nascono anche guerre tra poveri, come quelle scatenate anche dalla Lega e FdI ogni volta che un alloggio va ad una famiglia rom o ad una famiglia straniera, che pure hanno tutti i requisiti e il necessario punteggio in graduatoria. Nascono anche le difficoltà e talvolta le crudeltà degli sgomberi degli accampamenti abusivi o delle occupazioni di case sfitte e fatiscenti (come è avvenuto a Firenze dopo la sparizione della piccola Alina), dopo magari anni in cui si è fatto finta di non vedere e senza proporre una alternativa praticabile e dignitosa. Negli ultimi anni alcune Fondazioni e Associazioni hanno sviluppato politiche abitative di tipo solidaristico, sia sul piano dei costi dell’affitto sia su quello della condivisione di servizi e spazi. Si tratta tuttavia di iniziative che non solo sono una goccia nel mare, ma che si rivolgono prevalentemente al ceto medio (istruito), non alle fasce più povere. I movimenti per la lotta per la casa cui Ilaria Sales rivendica l’appartenenza nascono in risposta a questa situazione, che negli ultimi anni si è fatta sempre più drammatica, soprattutto nelle grandi città. È meritorio che cerchino di organizzare una domanda sociale, facendo uscire dall’isolamento e dalla solitudine chi manca anche di quel bene essenziale che è un’abitazione decente. Farlo occupando abitazioni di edilizia popolare, in sprezzo alle graduatorie e di fatto negando il diritto di chi stava in coda, e senza pagare l’affitto tuttavia, mi sembra, nel migliore dei casi, una variante della guerra tra poveri più o meno prepotenti, o organizzati, dove a perdere è sempre il più debole.










