di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 10 gennaio 2026
“Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare, pubblicato da Einaudi. Il modello sono gli Usa che si avviano a essere gestiti da un clan familiare di miliardari razzisti. La nuova destra al potere è l’esito di una contraddizione tra l’etnocrazia e la tecnocrazia che si articolano nello stesso processo e finiscono per proiettare la democrazia in una logica di guerra. Questa è la tesi di “Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare (Einaudi, pp. 146, euro 16). Il modello è Trump che intende istituire negli Stati Uniti una “democrazia immunitaria” gestita da un clan familiare di miliardari razzisti, più che da una tecnocrazia vera e propria. Questo regime prende il peggio del capitalismo innervato nella democrazia Usa, rinnova i deliri degli antichi padroni degli schiavi, scatena bande fasciste militarizzate contro i nemici interni: cittadini di origine non statunitense, neri, ispanici, femministe, antifa, transgender.
Ai suprematisti bianchi Trump promette protezione, libertà, sicurezza mentre aumenta repressione e paura contro i non conformi alla norma eterosessuale, al regime coloniale, all’ordine del nazional-capitalismo a stelle e strisce. Questo è, in purezza, il delirio di un potere neo-autoritario che ha forme diverse in Europa, come in America Latina. Ci sono legami di servilismo e neocolonialismo economico con l’Argentina di Milei, oppure di subalternità che non può ancora esprimersi in un’aperta complicità nel caso di Meloni in Italia, stretta con le compatibilità con le indecenti élite europee.
Di Cesare individua una contraddizione tra il principio etnocratico al quale tende il delirio suprematista di una destra attraversata da significanti fascisti (gerarchia, purezza etnica, differenzialismo culturale, repressione) e quelli capitalisti (la “Nazione” intesa come unità combattente nel mondo ostile delle guerre inter-imperialistiche). La contraddizione in questione si esprime in uno scontro tra i tratti “ipermoderni” e “regressivi” che stanno insieme in una mescolanza esplosiva. Il potere che riduce il demos all’ethnos - questo significa “etnocrazia” - può essere realizzato in maniera “tecnocratica”. Questo in fondo ha fatto a suo tempo il nazismo nella sua furia genocidaria, e altri esempi chiaramente diversi potrebbero essere fatti oggi in tutt’altro contesto.
Tuttavia oggi la vita politica non è riducibile all’etnocrazia che “pensa di gestire popoli come iper-famiglie o comunità naturali chiuse basate su nascita e discendenza”. Questo perché il “neorazzismo” delle destre è, già da mezzo secolo, il risultato di un razzismo culturale e non biologico. Oggi tale razzismo non sfocia in una rivendicazione dell’ineguaglianza delle razze, e dunque in una teoria dello sterminio come quello nazista. Le nuove destre “naturalizzano le differenze culturali, di religione, di civiltà” e le traducono nel “nativismo”, nel razzismo anti-arabo e anti-musulmano, come in quello anti-blackness.
Su queste basi proliferano le immaginazioni paranoiche di “invasioni” e “remigrazioni” che si sono saldate con il già strutturato “sciovinismo del benessere”. Un’espressione con la quale si intende l’atteggiamento nazionalistico per cui sanità, sussidi o istruzione dovrebbero essere riservati ai cittadini “nativi” o “autoctoni”, escludendo o limitando l’accesso ai migranti, richiedenti asilo o minoranze.
Questi processi alimentano una deriva fobocratica di una democrazia intesa come “paura della mescolanza” e “ansia della perdita dell’identità” identificata con il possesso della terra. La “tecnocrazia” servirebbe a consolidare - si direbbe in maniera “scientifica”, con i suoi “esperti” - una certa idea proprietaria del Sé in nome della “nazione” identificata in maniera regressiva con il “popolo” e trasformata in un regime di polizia.
Di Cesare lavora invece a un’etica responsabile centrata su una “veglia piena di attenzione per il dolore altrui”. Questa etica potrebbe interrompere “l’insonnia poliziesca” e il “catastrofico sonnambulismo” e non “abdica all’idea di una giustizia mondiale”. Ispirandosi al filosofo francese Emmanuel Levinas, la filosofa romana sostiene che non si è “liberi se non quando si è responsabili” e, dunque, “si risponde dell’altro” che “viene prima di me” e va oltre “il desolante sovranismo dell’Io, presunto autoctono che ha espulso l’altro”. La “libertà responsabile”, opposta a quella capitalista della “libera iniziativa” imprenditoriale, alimenta il desiderio dell’esodo, cioè la “liberazione” dallo spettacolo di morte al quale assistiamo. Bisogna creare “una nuova comunità basata sulla solidarietà”.
Una simile “comunità”, pensata da Di Cesare sin dal suo bel libro “Stranieri residenti” (Bollati Boringhieri, 2017), è ispirata da una nuova idea dell’internazionalismo in cui ciascuno di noi è abitato da altri che chiedono di essere ricordati. Degli uni e degli altri siamo responsabili. In un miscuglio di incertezza, il desiderio dell’altro assomiglia alla morte e, nel suo rigenerarsi, assomiglia alla nascita.










