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di Pino Casamassima

 

Il Dubbio, 4 febbraio 2021

 

Nell'attesa di una riforma della giustizia che metta d'accordo (mah...) le diverse e confliggenti posizioni politiche - mala tempora permettendo... - il 54° rapporto del Censis sciorina dati per certi versi sconfortanti se non avvilenti. C'informa, fra l'altro, che sono quattro su dieci gli italiani favorevoli alla pena capitale. Un dato che inquieta e invita alla riflessione, se si pensa che dieci anni fa erano la metà. Un raddoppio che negli ultimi tempi ha vissuto un formidabile rush complice due fattori. Il primo riguarda una "nera" tenuta sempre più alta nelle cronache quotidiane, sia dalla tv, che dalla rete (la più frequentata dai giovani). Una nera che ha eroso sempre più spazio nell'attenzione quotidiana a quanto accade (basta pensare alle immagini anche molto crude che disinvoltamente vengono postate senza alcun controllo: controllo, non censura), col risultato di far percepire una realtà incoerente con i dati reali che, stando alle ultime relazioni nelle aperture dell'anno giudiziario, in decrescita sul piano dei delitti contro la persona.

Questa percezione fasulla ha generato una ostilità crescente nei confronti di chi quei reati avrebbe compiuto (avrebbe, non aveva): in una parola, l'odio. La richiesta d'inasprimento delle pene è consequenziale, pena capitale compresa. Poi c'è il Covid. Che c'entra? Beh, la pandemia ha innegabilmente rinvigorito un individualismo primitivo da mors tua vita mea. Nonostante con La Peste Albert Camus avesse lanciato il messaggio che da soli non ci si salva, questo nostro tempo segnato da una pandemia mondiale (non da una epidemia circoscritta alla città algerina di Orano di quel romanzo da premio Nobel) ha incattivito il rapporto fra sé e l'altro da sé, favorendo l'individualità non la solidarietà (caposaldo appunto del pensiero di Camus). Non pensa solo a sé stesso chi non indossa la mascherina? E chi organizza una festa con decine di persone che non resteranno certo con la mascherina per ore?

Il Covid è sceso in campo in una situazione già drammatica di suo - come dimostra quel rapporto del Censis - con il 50,3% dei giovani che vive una condizione socio- economica peggiore di quella dei loro genitori alla loro età.

Non è quindi troppo casuale che - tornando all'inquietante dato sulla pena capitale - la fascia più consistente degli italiani favorevoli alla pena capitale sia quella che va dai 18 ai 34 anni con il 57,8% a fronte del 44,7% complessivo, perché non c'è come l'età giovanile per esacerbare le situazioni, cioè per tagliare di netto i neri dai bianchi, a dispetto delle diverse sfumature di grigio. Ecco quindi, che un omicida merita la morte, altro che cancellazione dell'ergastolo! Giovani protagonisti anche sul fronte della tutela della salute: se il 57,8% della popolazione è disposto a rinunciare a spazi significativi dei propri diritti in cambio di una sua tutela più efficace, in quella fascia d'età, il dato sale al 64,7%.

Così come l'82,5% di loro (a fronte del 77,1% del totale) chiede pene amministrative severissime per chi gira senza mascherina, oltre al carcere per i contagiati che non rispettano le norme della quarantena. Furori talebani che si coniugano appunto facilmente con una età quale quella giovanile, ma che mal si combinano poi con certe declinazioni contradditorie (vedi le immagini in cui è proprio quella fascia d'età appare la più disinvolta sul piano del rispetto delle regole).

Fa tuttavia impressione registrare che la pena di morte trovi proprio fra i più giovani i suoi sostenitori più consistenti. Pensiamo infatti alle battaglie, le manifestazioni, i cortei contro la pena capitale nel mondo messi in scena nel nostro Paese qualche decennio fa proprio dai più giovani. E l'invito di Liliana Segre - "I detenuti vanno inseriti fra le categorie prioritarie per il vaccino, considerando che lo Stato ha dei doveri nei confronti delle persone affidate alla sua custodia per tutta la durata della permanenza in carcere" - pare rovinare in quell'abisso nietzschiano che è finalmente riuscito nell'impresa di attrarre a sé perfino la gioventù.

Si tratta infatti di un looping culturale indietro difficile da riscontrare in tutto il pur affollatissimo Novecento. In questo tempo da Covid, l'incattivimento della società è insomma un dato di fatto, e il monito hegeliano sulla vendetta (che "è sempre giusta ma non è mai giustizia") si sbriciola alla stregua delle pagine di "Sorvegliare e punire" di Foucault, che pare addirittura un testo di là da venire, non di mezzo secolo fa.

Quel che più invita alla riflessione dal dato "giovanile" sulla pena capitale, è che resta a margine - a proposito di tempo da Covid - un problema gigantesco, quale quello di una situazione carceraria drammatica. Un tema, quello penitenziario, cui proprio le fasce più giovanili erano state in passato le più sensibili. Ci si sarebbe aspettato che da quel mondo fosse arrivata una domanda coerente con la generosità di quella età, tipo: qual è il piano di vaccinazione per una popolazione carceraria grande più o meno come Matera (per quanto riguarda i reclusi cui va poi sommato il personale carcerario)?