di Luigi Manconi e Federica Delogu
La Repubblica, 7 settembre 2025
“Uno strumento imprescindibile”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito il taser, la pistola a impulsi elettrici, commentando le due morti avvenute ad agosto a distanza di 48 ore durante due operazioni di fermo da parte di carabinieri, prima quella di Gianpaolo Demartis a Olbia e poi quella di Elton Bani a Genova. Imprescindibile, spiega il ministro, perché “viene fornito agli agenti proprio per evitare l’utilizzo di armi da sparo”. E infatti il taser, in dotazione in Italia alle forze di polizia (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e in alcune città anche la Polizia locale) dal 2022 dopo una sperimentazione durata quattro anni, dovrebbe essere utilizzato in sostituzione delle armi letali.
Ma solo nei casi, eccezionali e dunque limitatissimi, in cui non sia possibile intervenire in altro modo. Il taser appartiene alla categoria delle “armi meno letali”, che consentono alle forze di polizia di intervenire per gestire una minaccia e neutralizzare una persona se necessario e per un periodo di tempo assai ridotto. Nella pratica si tratta di una sorta di “storditore” elettrico: l’arma espelle due dardi collegati a fili sottili che, una volta colpita la persona, producono delle scariche elettriche a bassa intensità e ad alta tensione, provocando la contrazione momentanea dei muscoli e la conseguente impossibilità di muoversi.
Come le altre armi meno letali, il taser è pensato per consentire un uso minimo della forza di fronte a situazioni critiche e sempre dopo un avvertimento, dunque dopo che la pistola è stata mostrata al soggetto. Il suo utilizzo, tuttavia, può avere esiti mortali. Nei giorni scorsi Mario Balzanelli, presidente nazionale della SIS118, in un’intervista all’Ansa ha dichiarato che si tratta di uno strumento “potenzialmente pericoloso” perché in alcuni casi può provocare un “arresto cardiaco improvviso”. Secondo alcuni studi i rischi aumentano quando la scarica elettrica viene indirizzata a soggetti cardiopatici, o che hanno assunto sostanze.
Dunque, il taser sarebbe effettivamente pericoloso per un numero limitato di persone ma le condizioni in cui viene utilizzato rendono impossibile prevederne il rischio. Inoltre, la sua pericolosità aumenta all’aumentare delle scariche elettriche ed esiste il rischio di lesioni in seguito alla caduta provocata dalla contrazione muscolare improvvisa. (Infatti, le linee guida prevedono di fare attenzione proprio all’eventuale caduta del soggetto e impongono scariche di breve durata e non indirizzate a testa, collo e organi genitali).
Dal 2023 in Italia sono cinque le persone morte in seguito a interventi con il taser (anche se le morti non sono state ricondotte direttamente all’arma). Amnesty International ha recentemente lanciato un appello per chiedere “l’adozione di un trattato globale, giuridicamente vincolante, per regolamentare la produzione e il commercio incontrollati di equipaggiamenti destinati alle forze di sicurezza”. Oltre al taser Amnesty denuncia i rischi di un uso dei manganelli elettrici ma anche di altre armi cosiddette “meno letali”, come proiettili di gomma e gas lacrimogeni, nel corso di manifestazioni di protesta, o in contesti come centri per migranti o carceri.
C’è poi una questione riguardante le modalità del suo utilizzo: come si può avere la certezza che il taser sia sostitutivo di un eventuale uso delle armi da fuoco e dunque esclusivamente in casi di eccezionale gravità nei quali la situazione non può essere gestita in nessun altro modo?
Nella maggior parte dei casi, come registrato da numerosi studi negli Stati Uniti, l’arma è stata usata contro persone disarmate. Forse, in alcuni di questi casi, una mediazione di altro genere, seppure non immediata, sarebbe stata sufficiente? O, addirittura, la mancata messa in discussione del taser non rischia di portare alla tentazione di un ricorso sistematico e “disinvolto” di un’arma, in luogo di tentativi di de-escalation, destinati a rendere inoffensivo il soggetto considerato pericoloso?











