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di Andrea Lai

Il Manifesto, 27 agosto 2026

Riconoscimento biometrico, decreti anti-rave e decibel bassi: la lotta alla musica fuori dai grandi eventi. Dall’esempio di Thatcher al governo Meloni, i movimenti giovanili da attaccare tra teppa, movida e maranza. Davanti al locale c’è una fila lunghissima. Avanza lenta. La serata è iniziata già da un po’. Le ragazze e i ragazzi, stufi di aspettare, scoprono che basta farsi riconoscere dalla telecamera biometrica per saltare la coda. Dopo qualche esitazione cedono. È un meccanismo che conosciamo che porta a rinunciare alla privacy in cambio di un vantaggio immediato. Potrebbe essere l’ultima trovata tecnologica di una lunga storia di controllo della vita notturna giovanile.

In Inghilterra, durante gli anni in cui il neoliberismo svuota le fabbriche, Margaret Thatcher riassume la sua ricetta in poche parole: there is no alternative. Quel T.I.N.A. è l’atmosfera del realismo capitalista di Fisher. Intanto, di quelle fabbriche si impossessa una generazione che smette di essere utile al sistema e balla al suono della techno e dell’acid house, musiche (guarda un po’) afrodiscendenti. Visioni nere del futuro che diventano l’unica alternativa giovanile possibile. Il dissenso di decine di migliaia di corpi che ballano e si organizzano oltre la legge crea il più importante movimento contro musicale paneuropeo: la rave culture. È un fenomeno fastidioso per il governo conservatore inglese che, nel 1994, approva il Criminal Justice and Public Order Act sotto John Major, erede della Signora di Ferro. In Inghilterra il ballo non autorizzato diventa un reato. I giovani che si riuniscono in feste autogestite, fuori dalla griglia del mercato, sono un problema di ordine pubblico. Non è una novità. Da secoli le nuove generazioni, soprattutto quelle delle classi subalterne, vengono trattate come teppa quando elaborano comportamenti sfidanti per sottrarsi alla cultura dominante.

Nei locali italiani non ci sono ancora telecamere per la scansione biometrica, ma negli Stati uniti un’azienda chiamata Club Support vende già ai club privati un sistema di riconoscimento facciale. Ai membri non servono tessere o app perché il corpo diventa la credenziale. Tra i vantaggi per il gestore ci sono il controllo e il tracciamento delle entrate e delle uscite. Sul consenso, una sola riga relativa alla foto fornita “volontariamente” al momento dell’iscrizione. Roba da golf club americani, si dirà. Solo che, dal 2023, in Australia l’associazione dei club del Nuovo Galles del Sud ha installato il riconoscimento facciale nelle sale da gioco. Il volto di chi entra viene confrontato con il registro di chi si è autoescluso dal gioco d’azzardo. Finalità dichiarata: proteggere i giocatori seriali da sé stessi. Difficile trovare una causa più difendibile. Poi la stessa lobby ha proposto di usare il sistema per espellere ubriachi, molesti e persone non gradite. Ecco il salto di specie: una nuova infrastruttura di controllo viene metabolizzata come strumento di sicurezza. Il bersaglio di quelle telecamere sono le nuove generazioni che, per il semplice fatto di incontrarsi, rappresentano un problema di ordine pubblico. Oggi ci sono i maranza; ieri i mods, i punk e i teddy boys; negli anni Novanta i raver. Cambiano i generi musicali, ma non la convinzione che i giovani riuniti senza una funzione produttiva siano una minaccia.

Nella nostra Italia tardo-rurale il primo atto del governo di Giorgia Meloni, che cita Thatcher nei suoi libri, è stato il decreto anti-rave, seguito da chiusure e sospensioni delle licenze attraverso strumenti amministrativi come l’articolo 100 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, una norma fascista del 1931. La sicurezza dei “nostri ragazzi” diventa così la repressione consensuale (almeno per i genitori) della loro energia di cambiamento. La vita notturna, i movimenti giovanili che si incontrano mentre gli adulti dormono, evidentemente, mettono a rischio la stabilità sociale. Così, se un’esperienza sopravvive alle autorizzazioni, alle commissioni e agli esposti, finisce nel cassonetto della movida. Una parola che in origine indicava il movimento culturale della Spagna postfranchista e che in Italia è diventata sinonimo di vita notturna molesta, ormonale e chiassosa. Movida selvaggia, mala movida, movida violenta. Espressioni da questura e da Tg5, usate per giudicare in anticipo, dentro le quali scompaiono le differenze tra un concerto underground, un locale, un centro culturale e una rissa in strada e restano alcol, rumore e promiscuità.

Esiste però un’eccezione alla securitizzazione della notte: i grandi eventi. Centomila persone davanti a un palco diventano un pubblico ordinato dal ticketing, diviso in settori, controllato dalla sicurezza privata e misurato in ricadute economiche. Il grande evento è accettabile perché ha un biglietto, un cancello, uno sponsor, a volte anche politico. Le metropoli italiane si sentono Parigi, Londra, Barcellona e Berlino, adottano parole inglesi e parlano di indotto. Ma dove sono gli spazi in cui nascono generi musicali inediti, nuovi rituali e forme di intrattenimento che non hanno ancora un nome? Dove possono le nuove generazioni mettere in crisi la cultura che hanno ereditato, anche sbagliando, anche entrando in conflitto con i modelli commerciali esistenti? Il ricambio culturale prospera in luoghi marginali, economicamente fragili, difficili da classificare, affidati a giovani aperti alla crisi. Le lucciole nelle tenebre di cui canta Battiato. Energie che vogliono mandare in pensione direttori artistici e addetti alla cultura. Ma non possono fare rumore, disturbare e, soprattutto, avere un luogo.

Come scrive Valerio Marchi in Teppa, l’allargamento della repressione non è mai riuscito a neutralizzare le istanze di rinnovamento giovanili: “Il Potere non è mai venuto del tutto a capo di questa sorta di guerriglia giovanile”. Marchi parte dal Cinquecento e arriva a oggi, dai “putti” violenti ai Victorian Boys al coatto di Pasolini. Teppa, movida, maranza, basta trovare un nuovo nome da attaccare. Perché con la parola giovinezza la cultura politica della sicurezza ha un conto aperto. Il fascismo dell’inno Giovinezza quando a quella gioventù ha chiesto di presentarsi alle armi, la risposta è stata una renitenza di massa. L’età media dei partigiani, invece era di ventiquattro anni, erano cresciuti nelle scuole del regime, costretti a cantare Giovinezza in fila per due. Teppa giovanile erano anche i pirati dell’Atlantico, poco più che ventenni che nel Settecento si davano regole proprie fuori dalla legge degli imperi. Sembra che a rompere l’ordine siano sempre giovani pronti allo scontro contro la repressione dei governi.

La neutralizzazione delle istanze giovanili passa anche per l’ossessione dei decibel, misurati come se il suono fosse un virus da contenere. I limiti sempre più bassi imposti ai luoghi di ritrovo delle ultime generazioni fanno del rumore una colpa e nessuno distingue più fra un locale che ignora il quartiere e una città incapace a tenere insieme il diritto al riposo e quello di incontrarsi. La città sicura immaginata dalla politica è muta, attraversata da telecamere e svuotata di ogni comportamento imprevedibile. Aspettiamoci allora che qualcuno proponga il riconoscimento facciale nei locali anche in Italia come misura utile a escludere le teste calde. Chi potrà dirsi contrario alla sicurezza? Arriverà così una notte nella quale tutti saranno identificati, il suono sarà silenziato e ogni comportamento normato. Sarà il prolungamento illuminato del giorno: un luogo sicuro per lo status quo, che vuole continuare a dormire e sognare un mondo disciplinato.