di Elena Stancanelli
La Stampa, 4 maggio 2022
In alcuni paesi le leggi che garantiscono il diritto di aborto vengono sistematicamente prese a spallate. In Italia l’attacco è duplice: da una parte le campagne intimidatorie, i movimenti per la vita, i manifesti orrorifici coi feti parlanti, gli assedi nei consultori, dall’altra i medici obiettori - i quali curiosamente obiettano solo sull’interruzione di gravidanza, come se fosse l’unica questione di coscienza relativa al loro mestiere - che, astenendosi, bloccano di fatto la possibilità di abortire in moltissimi ospedali.
Per non parlare dell’impegno nel rendere sempre più barocco l’iter per ottenere la pillola abortiva, la Ru486, che eviterebbe di dover ricorre all’intervento e alla relativa anestesia. Negli Stati Uniti invece la Corte Suprema pare si appresti a votare per annullare la sentenza del 1973, la celebre Roe vs Wade, che ha inaugurato la possibilità di accedere alla interruzione di gravidanza. È interessante capire il perché di tanto accanimento.
Cosa è cambiato da quando, a metà degli anni settanta, l’Italia, gli Stati Uniti e molti altri paesi riuscirono a fare approvare quelle leggi? Non ci sono più partiti in grado di garantire una pressione morale forte, di portare al voto un elettorato compatto, così compatto da sconfiggere anche i moniti del Vaticano. Abbiamo perso dimestichezza con le grandi battaglie di opinione, e riteniamo di aver distribuito sufficienti diritti.
Qui da noi sembra che tutto quello che doveva essere deciso sia già stato deciso e le richieste che arrivano dalle nuove generazioni, da nuove sacche di sofferenza che andrebbero tutelate, non interessano più a nessuno. Ma non è solo questo. Le nostre democrazie sono in sofferenza, diamo la colpa della pandemia, alla guerra, alle emergenze contro le quali abbiamo lottato negli ultimi anni. Siamo più poveri e più spaventati, ma soprattutto siamo paralizzati.
Come se le emergenze fossero zone dell’esistenza in cui sospendere il pensiero, ibernarsi in attesa di tempi migliori. Mentre, al contrario, avremmo avuto bisogno, proprio perché c’erano e ci sono emergenze, di ragionare. Il cambiamento più grande rispetto a quegli anni - la 194 è del 1978 - è proprio la fiducia nella democrazia. Che significa anche fiducia nella scienza e nella cultura. Nella possibilità di cambiare le cose ragionando, a piccoli passi, tenendo conti dei bisogni di tutti e non a spallate. Forse abbiamo la sensazione che le democrazie non funzionino più e questo ci spinge a cercare soluzioni fantasiose.
E come sempre accade in questi casi, quando ci pare che la ragione non dia risposte abbastanza risolutive. è l’irrazionale a farsi strada. Resistere alle spallate contro la legge sull’aborto significa anche ribadire con forza qual è il posto dove vogliamo vivere. Se ci va bene continuare a tenere in piedi una comunità che garantisce i diritti, quanti più diritti possibile, compresi quelli che ad alcuni non piacciono, o se si preferisce toglierli, quei diritti, rosicchiarli. Se, insomma, questa faticosa democrazia ci piace ancora o un regime autoritario e reazionario ci sembra più comodo e semplice da abitare.










