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di Gaia Tortora

La Stampa, 10 luglio 2023

La premessa per queste mie righe è importante: la ministra Roccella non voleva ingenerare questa polemica sull’accostamento del giorno al caso Tortora. Ne sono certa, come sono certa della sua storia radicale e del discorso sul garantismo che voleva fare. Ma le storie sono diverse, e lungi da me dire una sola parola su indagini in corso che non conosco.

Posso però dire la mia sulla nostra storia che qualcosa avrebbe dovuto insegnare anche alla politica, e invece in periodi come questo sembra che nulla sia cambiato. Permettetemi così di farvi leggere uno stralcio del discorso con il quale mio padre si dimise dal Parlamento europeo il 10 dicembre del 1985, per andare incontro agli arresti domiciliari da uomo onesto e innocente, vittima di una macelleria giudiziaria senza precedenti e con la complicità di certa informazione.

“Oggi, 10 dicembre, dunque, io scelgo la via del carcere - e quali carceri, in Italia, sapeste colleghi - mentre avrei potuto continuare a coltivare l’onore di essere e operare per altri anni con voi, in attesa che giustizia fosse fatta di un’accusa che l’intero popolo italiano sente essere mostruosa. Ma colpevole di essere innocente, … mi assumo la responsabilità di disubbidire, carissimi colleghi, a quella delibera che, so bene, dovrebbe essere seguita anche da me, per doverosa e ragionevole deferenza alla saggezza e alla volontà del Parlamento. Ma disubbidisco per fedeltà. Ho deciso di dare corpo non già a un sacrificio, ma alla esigenza più urgente, più piena, più rigorosa di fare, di dire, di creare giustizia contro ogni violenza, contro la violenza della menzogna e della ingiustizia. Voglio essere libero, quando la giustizia stessa del mio Paese sarà liberata, libera anch’essa, davvero indipendente e sovrana alla sola soggezione della legge. Nel salutarvi, signor presidente, mi preme però essere anche testimone di giustizia. Già qui e oggi, voglio dirvi, assicurarvi, che i giudici del mio Paese, nella loro grande maggioranza, sono giudici di giustizia e non giudici di potere e di violenza. I giudici del mio paese, lo so, sono essi per primi offesi e oppressi da chi pretende troppo spesso di parlare in loro nome e ferisce ogni giorno la loro immagine e la loro vita difficile anche per responsabilità della classe politica al potere. Anche per loro e con loro dobbiamo percorrere questo duro e stretto sentiero e a loro va la mia e la nostra dichiarazione di rispetto e di fiducia...”.

Mio padre si dimise, pratica assai rara nel nostro Paese, non giudico, ognuno fa ciò che sente ma a volte un passo di lato aiuta. Dimettersi, come scusarsi, non è indice di debolezza ma di rispetto. La politica dovrebbe comprenderlo e la pubblica opinione imparare a non considerarlo un indizio di colpevolezza. È una questione culturale, e non è poca cosa perché ho l’impressione che ci sia ancora un gran lavoro da fare. Così non si va da nessuna parte, lo scontro continuo, le grida al complotto, i giornali usati come house organ di questa o quella parte di tifoseria.

La Giustizia merita di più. La Giustizia è un bene comune e anche per questo è inutile ripetere che sarà nel segno di Berlusconi (ma direi lo stesso per Tortora, Renzi, Topo Gigio o la Pimpa) la Giustizia deve essere restituita ai cittadini, tutti. Siano essi di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Pd, Lega o altri. Tutti. Vi prego, almeno questa volta fermatevi. Uscite dai soliti schemi, non basta citare il nome di mio padre per convincere gli italiani che questo Paese ha delle storture all’interno di certa magistratura.