sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Tiziana Maiolo

Il Dubbio, 27 luglio 2023

Il 27 luglio del 1993 fa scoppiò una autobomba che uccise 5 persone. Ma la trama giudiziaria di quell’attentato cambia in continuazione. Sono passati trent’anni da quella sera del 27 luglio, quando alle 23,15 un vigile urbano, Alessandro Ferrari, vide quel filo di fumo uscire da una Panda Bianca davanti al Padiglione di Arte Contemporanea a Milano.

E poco dopo l’esplosione e la morte di cinque persone, l’agente di polizia municipale, un immigrato marocchino, Moussafir Driss, che dormiva su una panchina dall’altra parte della strada, e tre vigili del fuoco. Sono passati trent’anni e i cittadini milanesi, già feriti da quella bomba che in piazza Fontana nel 1969 produsse sedici morti, vorrebbero poter commemorare in pace. Soprattutto i vigili del fuoco, che hanno perso i colleghi Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, caduti perché semplicemente erano di turno, e che ogni anno fanno sentire le loro sirene in via Palestro, luogo della strage.

Strage di mafia, hanno stabilito i giudici, e in molti si domandano perché proprio lì, negli spazi costruiti e poi ricostruiti dopo la bomba dall’architetto Ignazio Gardella, i corleonesi abbiano deciso di colpire. Non è un luogo conosciuto da tutti, il Pac, perché insieme all’arte contemporanea mette in mostra continue nuove sperimentazioni. Frequentato dunque da giovani dell’avanguardia e una ristretta élite di intellettuali colti e curiosi.

Pure i giudici hanno stabilito che è stata la mafia, all’interno di quel programma che ha lasciato una profonda e lunga scia di sangue in Italia tra il 1992 e il 1993, cui gli investigatori aggiungono anche due episodi del gennaio 1994. Se i cittadini milanesi non possono avere pace e commemorare i propri morti è perché da molto, troppo tempo in Italia è sorta l’abitudine di scrivere e riscrivere la storia, affidando il compito di amanuense di prestigio ai pubblici ministeri. Così non possiamo mai dire “amen”, e sono passati trent’anni, il che vuol dire che può arrivare in ogni momento un qualunque scombinato travestito da collaboratore di giustizia a scompaginare le carte e far ricominciare daccapo questa sorta di tela di Penelope proiettata all’infinito.

Basterebbe guardare da quei punti di partenza del 1992 che furono le due stragi da tutti conosciute e indimenticabili per il prestigio dei personaggi coinvolti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per avere la verità sulla strage di via D- Amelio sono stati necessari quattro processi, prima di affidare il compito dello storico a un assassino come Gaspare Spatuzza, che ha smascherato il burattino ventriloquo Enzino Scarantino, senza che mai i burattinai siano stati davvero processati e puniti. Bel modo di ricostruire la storia.

Ma, come se non fosse bastato sapere che un falso “pentito” era stato costruito in un laboratorio giudiziario a suon di botte e torture e che una decina di persone era in carcere da innocente, ecco spuntare una nuova versione della storia, la “trattativa” tra lo Stato e la mafia. Protagonista assoluto, il “Retroscena”. E ci sono voluti tutti questi anni perché nel 2022 (2022!) un organo di giustizia facesse davvero giustizia, rimandando a casa con la bocciatura tutti gli eroi dell’antimafia militante, pubblici ministeri e giornalisti, che sulla trattativa avevano campato, avevano costruito carriere e a volte anche capitali”.

Così si apre e non si chiude mai lo scenario su quel che è successo in Italia nel 1993, su cui sarebbe facile archiviare il capitolo qualificando quelle bombe come colpi di coda della violenza mafiosa, e prendere atto con soddisfazione che lo Stato è stato più forte e ha saputo catturare e punire, pur con metodi spesso estranei allo Stato di diritto, i boss corleonesi e i loro affiliati. Abbiamo vinto questa guerra lunga trent’anni, dovrebbero gonfiare il petto con soddisfazione tutti gli uomini dello Stato, dalle forze dell’ordine fino agli stessi magistrati.

Invece no. Perché tutte le esplosioni del 1993, l’attentato fallito a Maurizio Costanzo (14 maggio), l’autobomba esplosa a Firenze nei pressi degli Uffizi, che ha provocato cinque morti (notte tra il 26 e il 27 maggio), quella di via Palestro a Milano (27 luglio) e quelle davanti a due basiliche romane, San Giovanni in Laterano e la Cattedrale di Roma (notte tra il 27 e il 28 luglio), sono di mafia, ma anche no. Perché avrebbero avuto uno scopo tutto politico, quello di intimorire gli italiani, far cadere il governo tecnico e provvisorio guidato da Carlo Azeglio Ciampi e aprire la strada alla vittoria elettorale di Silvio Berlusconi.

Ecco perché all’anno 1993 nelle indagini viene aggiunto anche il 1994. Non solo, fatto che può avere una sua logica, l’attentato fallito allo stadio Olimpico del 24 gennaio, ma anche quello di dieci giorni prima in Calabria con cui due uomini della ‘ndrangheta, Giuseppe Graviano e Santo Filippone, uccisero due carabinieri.

Mettere tutto insieme consente ai pm di Firenze titolari di tutte le inchieste di stragi, di poter scrivere, senza che mai la loro fronte venga solcata da una ruga che esprima dubbio, che i mandanti di tutte quel che è successo trent’anni fa sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che avrebbero vinto le elezioni il 28 marzo 1994 a suon di bombe. Indagati e archiviati già quattro volte. Ma la tela di Penelope non finisce mai. Ecco perché alle manifestazioni di oggi per i morti di via Palestro non si può ancora dire “Amen”.