di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 21 giugno 2025
L’indagine di Donatella Stasio “L’amore in gabbia. La ricerca della libertà di un reduce dal carcere”, a cura di Daniela Padoan, per Castelvecchi. Lungo la storia di Gianluca, tragica e straordinaria, si snoda il viaggio nel sistema penale e carcerario italiano. Non è facile raccontare l’essenza della vita in carcere, le sue ambiguità, le sue distorsioni, la sua selettività senza affidarsi a codici tradizionali, siano essi sociologici o più strettamente giuridici. Il grande merito di Donatella Stasio, nello scrivere L’amore in gabbia. La ricerca della libertà di un reduce dal carcere (a cura di Daniela Padoan, Castelvecchi, pp.182, euro 18,50) è proprio quello di avere stravolto la chiave narrativa, mettendosi all’incrocio tra il romanzo biografico e l’inchiesta giornalistica.
Donatella Stasio torna a scrivere di carcere dopo averlo fatto anni addietro insieme a Lucia Castellano in Diritti e castighi. Nel frattempo memorabili sono stati gli anni del suo impegno nell’ufficio stampa della Corte Costituzionale. Con nostalgia ricordiamo quel viaggio che i giudici decisero di fare negli istituti di pena italiani, per segnare plasticamente come il carcere mai dovesse essere gestito e vissuto come il non luogo dei diritti negati.
Il reduce di cui si parla nel libro è Gianluca, lungo la cui storia, tragica e straordinaria, si snoda il viaggio nel sistema penale e carcerario italiano. La storia familiare di Gianluca è fatta di morte, solitudine, abbandono sociale, vita di strada e inevitabilmente galera. Con dolcezza Donatella Stasio lascia la parola a Gianluca che porta il lettore, senza mai cedere a retorica o pietismo, nelle periferie urbane dell’hinterland milanese, nelle celle e nelle sezioni dell’istituto penale per minori Beccaria, nelle sezioni di San Vittore a Milano e Busto Arsizio, passando per quelle di Fossombrone e Bollate, da cui parte il suo viaggio verso l’emancipazione sociale e culturale.
Gianluca è di un’altra generazione rispetto ai rapper Massimo Pericolo o Baby Gang, ma le loro canzoni sembrano essere la colonna sonora anche della sua vita. Si pensi a quando in Straniero Massimo Pericolo canta: “ho abitato in centro solo quando ero dentro” (ossia a San Vittore), o al flow di Baby Gang in Cella 1: “mi ricordo quando eravamo bimbi, giocavamo porta a porta con i sinti. Dopo siam cresciuti ma sempre con i sinti. Giocavamo a poker, ma dietro i blindi. Ancora non ho parlato fra di galera. Raga almeno fate parlare chi dentro c’era”. Brava Donatella Stasio, ha fatto parlare chi dentro c’era. Per questo il suo libro ha un tasso di credibilità alto. Perché quando parla di predestinazione sociale al carcere, di violenze nelle sezioni, di insensatezze, di fidanzate fuori e masturbazione dentro le celle, di sessualità e corpi dimenticati si affida al sapere critico di un reduce.
La chiave narrativa scelta ha anche il sapore dell’inchiesta, senza mai cedere alle approssimazioni. Donatella Stasio conosce perfettamente il contesto penitenziario. Non si affida a stereotipizzazioni o a letture ovvie nell’accompagnare Gianluca a raccontare la sua storia, paradigmatica ma allo stesso tempo unica. In tempi bui come quelli che stiamo vivendo e di cui la stessa Stasio racconta sul finire del suo libro, Gianluca ci porta per mano fuori dal carcere spiegando a tutti noi come e perché dobbiamo continuare a lottare per liberarci dalla sua apparente ineluttabile necessità. È, dunque, un libro rigoroso e fluido che si muove in controtendenza rispetto a un sistema penitenziario che, visti i numeri e le condizioni tragiche di vita, oggi lascia i detenuti senza respiro. Gianluca è uno. Oggi è fuori. Ha lasciato la recidiva alle spalle. Nelle prigioni italiane ce ne sono altri 63mila circa, molti dei quali vittime, come il protagonista del libro, di un sistema penale selettivo sulla base della classe sociale, del censo, dell’etnia, della nazionalità, delle storie di vita.











