di Luciana Castellina
Il Manifesto, 18 settembre 2025
“Perché ero ragazzo”, il libro di Alaa Faraj per Sellerio. Oggi la presentazione a Roma. Palermo, Casa di reclusione Ucciardone, 9 marzo 2024. “Carissima amica mia Ale, ti mando l’inizio del nostro libro. Mi devi dire solo la verità se va bene o no, ti prego. Ti ricordi? L’altro giorno ti dicevo che faccio sempre la stessa domanda: ‘Perché a me?’ Posso dire dopo 8 anni e 7 mesi di carcere ingiustamente, ancora io cerco il senso di questa ingiustizia. Ma tu non devi sentire la responsabilità di questo mondo così brutto e ingiusto. Non puoi salvarlo. Alessandra, io spero un giorno fuori con te e tutti gli altri potremmo portare 1% di umanità e un poco di diritti umani in Libia”.
Questa che ho riportato è la prima pagina del libro (Perché ero ragazzo, Sellerio, pp. 344, euro 17.00) che Alaa Faraj ha scritto attraverso lettere inviate ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all’Università di Palermo e impegnata anche nei corsi destinati ai reclusi, fino al momento in cui, a seguito di questa pubblicazione, le è stata revocata l’autorizzazione all’ingresso in carcere. È lei che nella postfazione al libro racconta come più di un anno di foglietti scritti da Alaa in stampatello, via via da lei raccolti sul suo computer, siano diventati un volume così bello che il grande editore siciliano di Camilleri, Sellerio, ne ha fatto un libro che oggi verrà presentato a Roma nella sede di “Libera”.
Non c’è, purtroppo, un lieto fine, perché nel frattempo Alaa Faraj, il suo giovane autore, è stato colpito dalla conferma di quella che si potrebbe chiamare una condanna a morte: la revisione del processo la cui sentenza definitiva ha già tenuto in carcere per 10 anni Alaa e i suoi compagni, e che continuerà a 2015, ne avranno 50 quando potranno tornare liberi. Ma di cosa diavolo sono stati incolpati questi 3 ragazzi libici di Bengasi, 3 ragazzi campioni di football nel loro paese e anche studenti di successo, che, amareggiati dalla guerra fratricida che spacca la Libia e che ha tutto paralizzato - il calcio, lo studio e ogni altra cosa - sono emigrati nel solo modo possibile: ricorrendo ai viaggi clandestini?
Erano saliti su una barca con altre centinaia di persone. Tutti non libici i viaggiatori - asiatici e subsahariani - tranne loro tre e altri due giovani incontrati sulla spiaggia prima di partire. Con i trafficanti i bengasini condividono solo la lingua, che ovviamente usano per comunicare con loro all’inizio del viaggio, prima di vederli tornare a riva a organizzare altri traffici e abbandonare la barca senza equipaggio e pronta a diventare una bara galleggiante.
Perché nel fondo dello scafo i trafficanti hanno rinchiuso decine di persone. E al momento del soccorso gli altri passeggeri scopriranno che ci sono 49 cadaveri, morti asfissiati nella stiva. Anche Alaa e i suoi amici non sapevano nulla, ma arrivati in Sicilia, per la loro origine, vengono percepiti sin dallo sbarco come parte del cosiddetto staff, e vengono automaticamente mandati in carcere anziché nei centri di accoglienza per i rifugiati, senza riscontri né confronti con i loro compagni di viaggio. Di lì, da 10 anni, non sono mai più usciti.
No, non voglio raccontarvi così la storia. Alaa la racconta bene e nei dettagli. La ragione per cui ne scrivo ora con rilievo è perché non basta leggerci il libro a casa nostra, questa non è infatti una vera recensione, ma un appello: non è possibile che ci rassegniamo ad accettare una vicenda così dolorosa. Oggi 18 settembre, alla presentazione del libro che si farà a Roma nella sede di “Libera” con Don Ciotti, e col sostegno persino del vescovo di Palermo che lo presenterà la settimana successiva in Sicilia, penso dobbiamo essere presenti tutti, col corpo e con lo spirito, per richiamare l’attenzione su un fattaccio come questo, caso estremo ma rappresentativo di altri centinaia di casi in Italia, un altro dramma della migrazione.
Dobbiamo profittare della presentazione del libro per dare inizio a una campagna che salvi i ragazzi ma anche la dignità della giustizia italiana. Che chiami in aiuto il presidente della Repubblica e la nostra Magistratura. Che mobiliti ogni pezzo della società perché la catena di orrori cui stiamo assistendo non diventi scenario abituale.
Già è immenso il dramma di chi è costretto a scappare illegalmente e dal proprio paese per approdare in un’Europa che li tratta come invasori nemici senza neppure ragionare sul fatto che a questa fuga sono stati costretti proprio da un colonialismo occidentale (antico e neo) esercitato da secoli e che ora gli nega asilo. Cosa fare? Non lo so. So però che non possiamo voltare la testa da un’altra parte. È sulla nostra soggettività e dunque sul nostro impegno nel chiedere che si rifletta su una vicenda così drammatica che possiamo contare, su quanto ognuno di noi si impegna a fare perché si affronti con umanità questo caso-limite così come tutto il problema dell’immigrazione, perché si trovino strumenti che consentano di rivedere sentenze così ingiuste. Questo è il solo nostro potere. Dobbiamo usarlo.











