di Mario Bertolissi
Corriere del Veneto, 21 dicembre 2024
L’intervento Buon senso e sensibilità istituzionale vorrebbero che ciascun potere non travalicasse le proprie competenze. Analisi di un conflitto. Proviamo a pensare a una società senza giudici: è inconcepibile. Lo è, perché essere più d’uno comporta problemi di coesistenza: rapporti, conflitti, risoluzione delle controversie. Possono riguardare le persone, in quanto tali, oppure queste e chi le governa. Quando una società si evolve, tutti i poteri si strutturano: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, che consente ai primi due di operare coordinati, esclusa ogni usurpazione. Perché ciò avvenga, deve essere rispettato un principio, che taluno tende a svalutare, ma che la quotidianità consente di ritenere essenziale. È il principio della separazione dei poteri, di cui ha scritto Montesquieu. Corrisponde al principio dei controlli e dei bilanciamenti, che la Serenissima ha elaborato e reso grande, preso ad esempio dai Costituenti di Philadelphia.
Buon senso e sensibilità istituzionale vorrebbero che ciascun potere non travalicasse le proprie competenze. Ad essere precisi, l’articolo 104, 1° comma, della Costituzione afferma che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Ordine, dunque, non potere. Tuttavia, anche se i termini non sono stati usati a caso, i fatti quotidiani dimostrano che, ordine o potere, il giudiziario è in costante rapporto, da pari a pari, con il legislativo e l’esecutivo. Ed è in questa prospettiva che l’articolo 101, 2° comma, della Costituzione dispone che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Si tratta di una previsione chiara, che non dovrebbe comportare equivoci di sorta. Eppure, non c’è giorno che il giudiziario non contesti scelte del Governo e del Parlamento.
Anche se ragioni del contendere sono inevitabili, non pare dubbio che l’inciso “soggetti soltanto alla legge” dovrebbe conservare un suo ragionevole significato. Anche perché i giudici, che ritengono una legge inappropriata, la possono contestare, usufruendo di un rimedio, che per essi è un agevole privilegio: quello di investire direttamente la Corte costituzionale, affinché la stessa verifichi se l’atto normativo primario è conforme oppure no alla Legge fondamentale. Rimane esclusa - questa è la mia opinione - ogni contestazione attinente il merito: vale a dire, l’opportunità politica del provvedimento. A maggior ragione, quando la legge è di rango costituzionale, dal momento che in gioco c’è unicamente la responsabilità politica del Costituente.
In realtà, gli uomini sono quel che sono. Machiavelli li considerava (detto in italiano moderno) “ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, timorosi dei pericoli, avidi dei guadagni”. Chi lo può negare? Ed allora non deve sorprendere il fatto che la Corte costituzionale - chiamata a pronunciarsi sull’autonomia e l’indipendenza del giudice - abbia concluso i propri ragionamenti notando che “l’indipendenza della magistratura trova la prima e fondamentale garanzia nel senso del dovere dei magistrati e nella loro obbedienza alla legge morale” (sentenza n. 168/1963). Non alle leggi positive, ma alla legge morale, cui debbono riportarsi le leggi in generale per non essere liberticide.
Qui sta la garanzia del privilegio dello ius dicere. Dell’essere, per definizione, al di sopra delle parti e, quindi, legittimati a stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Per questo, è essenziale che, chi è investito di simili facoltà, sia degno della funzione, che è chiamato a svolgere. Non a caso, Piero Calamandrei, nel suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato, ha delineato il profilo di tanti, che ha incontrato nella sua lunga vita professionale. Ed ha, con l’occasione, ricordato che “Il nome di ‘giudicè è un nome onesto ed austero, come quello che distingue un ordine religioso”. In una simile prospettiva, è evidente che il problema del giudice è la “ricerca della verità nel processo”. Sicché - dirà di un magistrato - “l’errore giudiziario era la sua ossessione”. Perché “la giustizia nasce dal dolore”. È per questo che il giudice deve “cercar di introdurre nelle formule spietate delle leggi la comprensione umana della ragione illuminata dalla pietà”.
Evapora ogni aspirazione di questo genere quando l’ordine diviene potere: vale a dire, insieme di prerogative, che entrano in urto con gli altri poteri. Essenzialmente, con i titolari di un potere politico. A questo proposito - visto quel che sta da tempo accadendo -, non si creda che la libertà sia, di per sé, garanzia di indipendenza. È un discorso, che vale per i nostri giorni: così tempestosi, così fatui, così incomprensibili.
Infatti, sempre Piero Calamandrei ha osservato, mestamente, che “Verrebbe voglia di dire che per un magistrato mantenere la sua indipendenza sia più difficile in tempi di libertà che in tempi di tirannia” (1959). Un altro Costituente - illustre giurista e Giudice costituzionale: Costantino Mortati - ha scritto (nelle sue celebri Istituzioni di diritto pubblico), quanto al CSM, che “Si verifica così questo risultato paradossale che un organo creato per garantire l’indipendenza della magistratura diventi potente strumento della sua politicizzazione” (1976). Comunque sia, in nome del popolo italiano, piantatela! Una volta per tutte. Politici e magistrati.









