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di Donatella Stasio

La Stampa, 12 settembre 2024

“La campagna d’autunno dei giudici contro il governo è già cominciata” ci informa la propaganda di destra-centro. All’armi, all’armi, gridano dalle trincee e dal quartier generale di palazzo Chigi contro i giudici politicizzati che, in combutta con alcuni media, complotterebbero per sovvertire l’ordinamento democratico. A sentire Giorgia Meloni e il suo cerchio magico, il rischio di un golpe giudiziario incombe e la parola d’ordine è fermare e silenziare i presunti golpisti con ogni mezzo. Ma è proprio così?

Michel Rocard, politico francese di insospettabile formazione democratica, diceva che “il governo dei giudici è un rischio permanente”, e tanto basterebbe a non sottovalutare alcun segnale, dalla ricerca del consenso (invece che della fiducia) alle ambizioni moralizzatrici, fino ai deliri di onnipotenza. Ma l’ex primo ministro ai tempi di Mitterrand aggiungeva anche che questo rischio “è infinitamente minore di quello di un governo senza giudici”, vale a dire senza istituzioni di garanzia “indipendenti” dal potere politico. Dunque, a maggior ragione, guai a sottovalutare i segnali: dalla delegittimazione battente all’imposizione di bavagli, dall’indebolimento dell’autogoverno ai tentativi di interferenza, dalla scarsità di risorse allo svuotamento degli strumenti di lavoro. E proprio questi segnali fanno pensare che, in Italia, il rischio di un “governo senza giudici” sia concreto.

A parole, il governo difende l’indipendenza dei giudici ma, nei fatti, cerca di ridimensionarla perché non tollera “limiti” o “contrappesi” all’esercizio del potere politico. Ben vengano le istituzioni di garanzia (giudici, Corte costituzionale) purché, però, garantiscano il potere politico, più che i diritti delle minoranze. Un rovesciamento del paradigma costituzionale. “Stiamo facendo la storia”, sostiene Meloni, e c’è da crederle se, con la sua offensiva anti-giudici, riuscirà a riscrivere i rapporti tra politica e giustizia come neppure Berlusconi seppe fare e come hanno fatto governi di altri paesi. Senza scomodare Turchia, Russia, Iran, Egitto e così via, pensiamo a Polonia e Ungheria, ma anche all’America di Trump e allo Stato di Israele prima della guerra, con il tentativo di “catturare” le rispettive Corti supreme.

Certo è che, al di là di derive autocratiche, l’offensiva di Meloni sta rendendo impossibile quella leale collaborazione che, pur nella reciproca indipendenza, deve animare i rapporti tra le istituzioni in una democrazia sana. Pensiamo all’ostruzionismo verso alcune sentenze della Consulta sul fine vita e sui diritti dei figli delle coppie gay. Ma sta anche ostacolando una seria riflessione su alcuni problemi dell’universo giudiziario come la burocratizzazione del giudice o il pieno recupero di un’etica della responsabilità in funzione di una maggiore consapevolezza del ruolo di garanzia a tutela di chi non ha potere. Finora, quest’offensiva anti-giudici si è sviluppata in tre mosse.

La prima è il logoramento della fiducia dei cittadini nella giustizia indipendente. E qui, la propaganda gioca un ruolo cruciale. Ecco un piccolo campionario. C’è in giro troppa insicurezza? Le leggi severe ci sono ma non vengono applicate dai giudici. Le carceri sono sovraffollate? Sono i giudici, non il parlamento e il governo, a mandare in galera le persone e a tenercele anche se poi vengono assolte.

La giustizia ha tempi biblici e non è giusta e affidabile? La colpa è dei giudici fannulloni, incapaci e anche un po’picchiatelli, tant’è che sono stati introdotti i test psicoattitudinali. I processi si chiudono con assoluzioni? È perché i giudici non sono in grado di trovare la verità, sbagliano e nemmeno pagano per i loro errori. I migranti entrano illegalmente nel nostro Paese? Dipende dai giudici che li lasciano liberi, disapplicando le leggi o interpretandole in modo creativo. Gli uffici giudiziari sono inefficienti? Colpa del Csm, di un “sistema” che gestisce le nomine con logiche correntizie, della scarsa severità disciplinare verso le toghe.

C’è poi la comunicazione immaginifica, che evoca complotti antigovernativi dei giudici indipendenti. Ed è la seconda mossa. Anche qui, un piccolo campionario. In principio furono le ormai famose “fonti di palazzo Chigi” a scagliarsi, urbi et orbi, contro le iniziative giudiziarie sulla ministra Santanché e sul sottosegretario Delmastro, accusando le toghe di fare opposizione politica in vista del voto europeo. Poi arrivò - giusto a fine settembre dell’anno scorso - l’aggressione alla giudice di Catania Iolanda Apostolico, “rea” di aver disapplicato il decreto Cutro sul fermo dei richiedenti asilo per contrasto con il diritto europeo.

La premier Meloni si incaricò, personalmente, di accusarla di voler sovvertire “il governo democraticamente eletto” e, solo dopo settimane di linciaggio politico e mediatico, il Viminale fece l’unica cosa consentita in una corretta dinamica istituzionale e processuale: presentare ricorso in Cassazione. Per inciso: quando le sezioni unite hanno poi investito della questione la Corte Ue, il governo ha fatto un passo indietro e il 12 luglio scorso ha rinunciato ai ricorsi, non prima di aver sostanzialmente modificato (con un decreto del 10 maggio 2024) proprio una delle disposizioni “galeotte”. A novembre 2023 il ministro della Difesa Guido Crosetto attacca “l’opposizione giudiziaria”, cioè le “toghe rosse”, che si comportano “da sempre come fazione antagonista” e che “hanno sempre affossato i governi di centrodestra”.

Nei loro congressi, Area e Md hanno avuto l’ardire di interrogarsi e di discutere pubblicamente - visti i fatti di Catania - anche della “funzione contromaggioritaria” degli organi di garanzia, cioè di quella funzione naturale di “limite” al potere politico prevista dalla Costituzione ma considerata eversiva dal governo. Perciò, ecco che i due congressi diventano covi complottistici di una stagione di ostilità contro Meloni per condizionare il voto europeo. Ad agosto arriva un nuovo complotto, stavolta ai danni di Arianna Meloni, sorella di Giorgia, che secondo il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, sarebbe oggetto di attenzioni da parte di magistrati e giornalisti.

Un complotto che definire presunto è persino eccessivo perché cammina sul nulla, se non su chiacchiere ritenute affidabili da chi le ha pubblicate ma rimaste anonime e perciò non riscontrabili. Eppure, la premier lo rilancia, alzando il tiro istituzionale contro i giudici eversivi. L’Anm si difende (anche perché i cittadini hanno il diritto di capire), ma nel mondo al contrario della destra “garantista” quella difesa diventa la “campagna dei giudici contro il governo”. Infine la terza mossa. Leggi e leggine che - sul presupposto di presunti abusi della magistratura - cancellano o ridimensionano reati contro i colletti bianchi (abuso d’ufficio e traffico di influenze) e indeboliscono gli strumenti di indagine (intercettazioni, custodia cautelare); nonché minacce di iniziative disciplinari e reprimende ministeriali contro decisioni sgradite al governo.

Fino alla riforma simbolicamente più importante, la separazione delle carriere, che appare per ciò che realmente è nelle intenzioni del governo: la punizione contro i giudici che non sanno stare al loro posto. E quale sarebbe il posto giusto? Quello del giudice burocrate, bocca della legge, che garantisce le politiche del governo e ne incarna lo spirito, che non parla se non con le sentenze e che non dà fastidio al manovratore di turno. Ecco servito il “governo senza giudici”.