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di Luigi Manconi

La Repubblica, 13 aprile 2022

Mentre scrivo, la nave Sea Watch 3 dell’omonima ONG si trova a sud della Sicilia, di fronte a Gela, in attesa dell’indicazione di un porto dove sbarcare le 211 persone, soccorse nel Mediterraneo centrale tra sabato e domenica. Un naufragio come centinaia di altri registrati negli ultimi dieci anni. Qui si vuole evidenziare un dettaglio - anch’esso sempre ricorrente - che, tuttavia, risulta trascurato o totalmente ignorato.

Nel comunicato della Ong Sea Watch si legge che tra i minori e le donne molti presentavano “segni di gravi ustioni dovute al carburante”. È un particolare atroce che, credo, merita di essere approfondito. Si tratta di una conseguenza, tra le più crudeli, del viaggio in mare intrapreso nelle condizioni imposte dalla necessità di fuggire, come si può e come si riesce, da un destino disgraziato.

Quelle ustioni sono l’effetto della combinazione tra acqua di mare e carburante: una “miscela maledetta”, come la definisce Caterina Bonvicini nel bel libro Mediterraneo. A bordo delle navi umanitarie, pubblicato da Einaudi (con un saggio e le foto di Valerio Nicolosi).

L’autrice, che ha compiuto più missioni di soccorso in mare a bordo di navi umanitarie, mentre assiste al trasbordo di una donna con tre bambini, scrive: “Ancora più inquietante è stato vedere la barella arancione alzarsi dal ponte verso l’elicottero e dondolare; la sua lenta ascesa, durata forse pochi minuti, a me è sembrata un’eternità. Lei, divorata dalle ustioni, di colpo in cielo, verso quello strano paradiso, sospesa e in attesa - di smettere di soffrire tanto, almeno”.

E ancora: “Il giorno dopo, mentre giocavo con loro, a un certo punto mi hanno fatto vedere i segni delle ustioni. Ha cominciato una bimba e gli altri l’hanno seguita a ruota, neanche fosse stata una gara. “Io qui!” “Io qui!”. C’era chi indicava il viso e chi mostrava la bruciatura sul petto. “Io qui!” “Io qui!”. Tutti ne avevano. Sorridevano, mi facevano vedere peluche e trattori, le guance coperte di ustioni”.

La fantastica metafora di Giuseppe Ungaretti (L’allegria dei naufragi) diventa, qui, un terribile pezzo di realtà, che la penna sicura di Bonvicini sa raccontare con scrittura, per così dire, severa: ovvero senza alcuna concessione alla retorica e senza alcun compiacimento verso quell’estetica dell’orrore così diffusa.

Per una curiosa coincidenza, a pochi giorni di distanza da quello di Bonvicini, Castelvecchi pubblicherà un altro libro, anch’esso opera di una giovane donna, che ripercorre quelle stesse via d’acqua. È il racconto di Valentina Brinis, Come onde del mare. Diario di bordo di un’esperienza umanitaria. Un libro singolare e affascinante, dove il resoconto di una “esperienza umanitaria” offre l’occasione per una riflessione sincera, e talvolta spietata, su se stessa, a partire da temi come la malattia, la maternità, la perdita. In questa combinazione tra il dolore del mondo e la sofferenza individuale di chi, carica di inquietudine e sconforto, tuttavia affronta l’impresa di strappare esseri umani al mare, non si avverte alcuna incongruenza. Ciò grazie a una scrittura sobria, che la pena sembra rendere ancora più asciutta.