di Luigi Manconi
La Repubblica, 26 gennaio 2020
La vicenda di Gradisca solleva interrogativi ai quali solo le indagini potranno dare risposta. A partire dall'autopsia in programma domani. Questa è la scena. Un giovane straniero, dalla finestra di una stanza comune, all'interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca (Gorizia), osserva quanto avviene nel cortile antistante.
Qui una decina di agenti di polizia stanno picchiando un immigrato che, una volta caduto, viene ancora sottoposto a violenze e poi trascinato via. Il giorno dopo il giovane straniero viene espulso e torna nel paese d'origine. Qui apprende della morte dell'uomo sottoposto a violenze, il georgiano Vakhtang Enukidze, 38 anni; e in una conversazione telefonica, registrata dal deputato Riccardo Magi, riferisce quanto afferma di aver visto.
Dichiara, inoltre, di essere disposto a tornare in Italia per testimoniare. Fatto importantissimo perché, nel frattempo, si sono avute informazioni attendibili circa l'avvenuta espulsione di alcuni possibili testimoni che, una volta rientrati nel paese d'origine, potrebbero risultare non più reperibili. Quanto fin qui scritto è, ovviamente, tutto da verificare.
Posso, tuttavia, rendere testimonianza della serietà e dello scrupoloso rigore di Riccardo Magi, che ha visitato il Centro di Gradisca, proprio nel corso di quei giorni e di quelle ore in cui è avvenuta la tragedia.
La procura di Gorizia ha avviato un'indagine per omicidio volontario e, dunque, c'è da attendere con fiducia i primi atti (l'autopsia del corpo di Enukidze si terrà domani). Che si tratti di una questione di grande rilievo, meritevole della massima attenzione, lo si deduce dalle parole pronunciate, subito dopo il fatto, da Franco Gabrielli, capo della polizia.
Gabrielli ha perfettamente ragione quando afferma che accusare gli agenti per la morte del georgiano "prima che l'autorità giudiziaria non si sia espressa su eventuali responsabilità" non è una buona cosa. E ha anche una qualche ragione quando dice che "fare parallelismi a dir poco arditi... con vicende per le quali sono stati impegnati anni e processi" (la morte di Stefano Cucchi) è un errore. Ma ha meno ragione quando respinge con troppa nettezza, e senza concedere nulla al dubbio, l'ipotesi che l'immigrato georgiano possa essere stato vittima di violenza a opera di appartenenti alle forze di polizia.
Il parallelismo con la vicenda di Stefano Cucchi può risultare particolarmente fastidioso per i responsabili dell'ordine pubblico del nostro Paese, ma non può scandalizzare troppo e non può essere escluso a priori. Così come può risultare sgradito a una persona intelligente e colta, quale è Gabrielli, ricordargli quanto accadde dieci anni fa.
Quando Cucchi trovò la morte, nel reparto detentivo dell'ospedale Sandro Pertini, l'allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, si affrettò dichiarare che i carabinieri "per loro stessa natura", non potevano essere coinvolti in quella tragica storia. Ancora: la frase di Gabrielli sugli "anni e processi" che si son dovuti attendere prima della condanna dei responsabili della morte di Cucchi suona, ahi noi, non troppo felice.
Si è buttato via un lunghissimo decennio, fatto di sofferenze, aspettative frustrate e umiliazioni dei familiari (oltre che delle nostre istituzioni), perché la magistratura aveva condotto una prima indagine rivelatasi fallimentare. E perché, soprattutto, una insidiosa opera di alterazione dei fatti e di manipolazione della verità venne messa in pratica da colleghi, graduati e ufficiali superiori dei carabinieri coinvolti. E sempre a proposito del trascorrere crudele del tempo che mortifica le vittime e rischia di vanificare la giustizia, è proprio il capo della polizia a essere uno dei più autorevoli testimoni.
Dal momento che è stato proprio lui con un atto di notevole coraggio a dichiarare che "il G8 di Genova era stata una catastrofe", parole importanti ma pronunciate (non per colpa di Gabrielli ma dei suoi predecessori) a ben sedici anni dagli avvenimenti.
Questa sensazione di eterno ritardo, di un atteggiamento ondivago, fatto di dilazioni e differimenti, di occasioni mancate, di precipitosi passi indietro e di imbarazzate giustificazioni, produce un'atmosfera soffocante e deprimente, che non giova in primo luogo alle stesse istituzioni che si pretende di tutelare.
Non è solo naturale, ma è anche giusto, che il capo della polizia difenda i suoi uomini, ma sarebbe opportuno che lo si facesse senza posizioni precostituite e preventivamente assolutorie, che finiscono col riprodurre gli stessi giudizi sommari di quanti accusano per partito preso le forze di polizia.
Mi è capitato, per una serie di vicende legate alla mia vita politica, di incontrare nel 2013 il capo della polizia, Alessandro Pansa, insieme ai familiari di Federico Aldrovandi, dopo la sentenza di Cassazione che aveva confermato la condanna dei suoi assassini in divisa.
E, ancora, nel 2017, Ilaria Cucchi e io fummo ricevuti dal comandante generale dell'Arma dei carabinieri, Tullio Del Sette. In entrambe le circostanze (e in altre ancora) ho ascoltato parole - che avvertivo come sincere - di partecipazione al lutto, di solidarietà per le vittime e talvolta anche di riflessione che poteva apparire autocritica.
Ma sempre ho avvertito questo clima di irreparabile ritardo, di dissipazione di tempo che corrispondeva, fatalmente, a una crisi di fiducia e a uno scialo di sofferenza. E questo perenne differimento è, appunto, il risultato di una incapacità cronica ad accettare che lo Stato, attraverso i suoi apparati e i suoi uomini, possa sbagliare, anche delittuosamente.
Possa tradire il suo mandato e diventare nemico dei suoi cittadini e di coloro, come il migrante georgiano, che nemmeno sono cittadini italiani e che solo per questo sono destinati ad avere meno tutela e meno protezione, anche dopo la morte.
Il garantismo è un valore universale perché, tra l'altro, non è classista. Io riesco a essere garantista, sia pure talvolta faticosamente, persino nei confronti di Matteo Salvini, anche perché voglio esserlo e lo sono nei confronti dei poliziotti e dei carabinieri e di Vakhtang Enukidze.










