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di Stefano Massini

La Repubblica, 28 gennaio 2023

I 5 ragazzi morti nello schianto della Fiat 500 sulla Nomentana a Fonte Nuova (Roma). Uno dei più antichi riti di iniziazione tribale consisteva nel domare la bestia. Restare in sella al puledro scalciante, resistere alla furia del toro, agguantare il cobra per il collo: se ci riuscivi, eri pronto a vivere. Oggi la prova da superare si traduce invece in un corpo a corpo con il motore, con la velocità, con la strada. E dunque non stupisce che con l’ennesimo massacro sulla Nomentana, abbiamo appena aggiornato la lista dei morti con altri ragazzi.

La rassegnazione e la resa - Io faccio parte della moltitudine di coloro che hanno conosciuto, nella propria cerchia familiare, la mattanza della strada. Ogni volta che sei il prescelto, ciò avviene sempre con un’aura di epilogo condiviso, come se il tuo dramma fosse apocalittico e definitivo, simile a un gigantesco punto fermo. Ma è un istante che quel punto si riapre in una virgola. Perché altri morti verranno, altri seguiranno, altri addii assurdi e tragicamente inutili, che a ben guardare rendono le morti sulla strada analoghe a quelle sul lavoro, la cui Spoon River si popola inesorabilmente, con ritmo quotidiano, anch’essa alimentata da un senso generale di rassegnazione e malcelata resa.

Un danno ‘fisiologico’ - Abbiamo accettato l’assunto, ci è entrato sottopelle, si è tramutato in uno sconsolato stringersi di spalle, mentre mormori che sì, un operaio nel turno di lavoro può anche morire, e così un diciottenne per strada. Ma certo. È diventata un’ipotesi plausibile, ammessa nel perimetro delle eventualità, secondo quel tipico percorso deleterio che annacqua lo scandalo per sopprimere il senso di colpa. E allora chissà che la vera barbarie non stia più che mai qui, proprio in questa sostanziale assoluzione, bonaria, sbrigativa, a sottintendere che quella Fiat 500 ribaltata e distrutta con sei ragazzi a bordo è tutto sommato un danno fisiologico, maledettissimo ma inevitabile, per il quale non esistono prevenzioni.

La prevenzione è possibile? - Irrilevante far notare che la sorveglianza sulle strade è nottetempo una specie in estinzione. Irrilevante chiedersi perché mai una burocrazia iper-kafkiana renda miracolosa la comparsa di dossi e rallentatori su certi tratti-killer. Ma soprattutto: è così impossibile applicare alle automobili lo stesso metodo del tabacco, lanciando sui social (agorà dei giovanissimi) intensive e durature campagne choc con le immagini dei coetanei cadaveri? E poi perché il solo menzionare l’educazione stradale muove smorfie di sorriso come se proponessi di insegnare a scuola la mazurka? Sono domande destinate a gravitare nel vuoto, mentre la contabilità mortuaria preme l’acceleratore. Dopodiché, senza dubbio, potremo (e dovremo) chiederci quale sia la causa scatenante che traslittera una Fiat 500 in una belva da imbrigliare fra gli applausi del rodeo. La tecnologia oggi è il destriero del cavaliere, e su questo non ci sono dubbi, essendo peraltro il sottotesto implicito di tutto il marketing del settore: l’automobile che non acquisti più per utilità, ma per una forma nietzschiana di trionfo esistenziale.

L’ebbrezza della sfida alla morte - Eppure c’è anche altro, credo. Non è solo la dipendenza da adrenalina a spingere sei ragazzi a sfidare il contachilometri in una sarabanda da rally, incastrati in un abitacolo omologato per quattro. Molto più sottilmente è come se cercassero nella morte quello che la vita non gli offre. Porte sbarrate, ovunque, esattamente come nelle parole di Rilke a Kassner, ma con il dettaglio essenziale che qui non c’è una diagnosi di imminente decesso organico. La malattia è dentro, la malattia sta nella decadenza di tutto il contesto, nello sgretolarsi, rapidissimo e convulso, di quell’involucro di certezze su cui ponevamo il nostro baricentro. Come lo costruisci, su cosa lo costruisci, un paradigma di futuro? Se ogni prospettiva di vita si liquefa appena la interpelli, non sarò tentato di sperimentare, per paradosso, la vitalità della morte? Questo cercherò magari di afferrare, mentre lancio una Fiat 500 come fosse una Lamborghini, anche tre volte oltre i limiti consentiti, fra le rotatorie della Nomentana e le strisce pedonali di Tor Lupara, fingendo di essere a Indianapolis. Cercherò l’immediatezza di un brivido a comando, adesso, subito, senza sentirmi dire che “potrebbe”, “vedremo”, “le faremo sapere”, “aggiorniamoci”, “valuteremo”, “attendiamo di capire” e via col repertorio. Se la vita diventa una perenne sala d’attesa, la sfida alla morte ti può garantire l’apparente ebbrezza dell’attimo, un meccanismo elettrizzante, una scossa che attiverai tu come fosse un interruttore ON-OFF, stavolta finalmente illudendoti di essere padrone di qualcosa, non solo un ostaggio di “poi chissà”.

Educazione alla ‘vitalità’ - Questa è la mia sensazione. Per cui, mi si perdoni l’azzardo, dovremmo davvero pensare di inserire nelle scuole (accanto a quella stradale di cui sopra) una qualche “educazione alla vitalità”, che tolga alla morte il fascino perverso che sta assumendo, ogni giorno di più. Ma non sorprende: è un grande sabba quello in cui siamo, danzando disperatamente fra un portavoce del Cremlino che annuncia di volerci sterminare tutti e il permafrost che si scioglie promettendo nuovi virus letali. La morte, insomma, non è mai stata così a portata di mano. Un tempo le davamo del voi, poi del lei, adesso del tu. Anzi, ce l’abbiamo proprio dentro. La morte sono io.