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di Gianluca Iovine

Il Dubbio, 16 novembre 2024

Nel suo trentennale, il Med Film Festival è ormai un ponte stabile tra le culture dei Paesi del Mediterraneo e oltre. La kermesse vanta importanti partners istituzionali e privati quali MiBac, Ministero degli Esteri, DAP del Ministero della Giustizia, Regione Lazio, Comune di Roma, Commissione Europea, Fondo Asilo Migrazione e Integrazione, IOM UN Migration, Cinecittà, Amnesty International e WWF; oltre ad ambasciate di Francia, Spagna, Marocco, e media come Avvenire, Ansa, RAI Movie, per citarne alcuni; cosa che permette di superare la semplice rassegna, creando occasioni di finanziamento offrendo masterclass originali; mostrando progetti audiovisivi e sociali, scoprendo nuove tendenze artistiche della contemporaneità, ben oltre i confini del Mare Nostrum. E il pubblico apprezza, avvicinandosi a sogni e sofferenze di popoli distanti, narrati con delicatezza e sapienza espressiva.

Il 2024 segna anche la decima edizione di Voci dal Carcere, oggi sezione interna al MFF articolata in due giornate, presenti quanti hanno ideato, diretto, interpretato i progetti alla base dei cortometraggi, sperimentando tecniche nuove e l’ambizione di un reale recupero di recluse e reclusi, pur tra burocrazie e difficoltà di lavorazione. Pensiamo a Le notti di Cabiria, Detenuto in attesa di giudizio, Fuga da Alcatraz, Papillon, Fuga di mezzanotte, Il bacio della donna ragno, Il miglio verde, Le ali della libertà, Come il vento: da sempre il cinema ha ritratto la detenzione. Tra i tanti titoli legati al carcere ci sono film importantissimi in bilico tra sensazionalismo, dramma e luogo comune, al punto da rischiare il manierismo. Negli ultimi anni film come Aria ferma e Grazie ragazzi hanno raccolto la sfida di saper narrare l’anomala normalità del carcere. E in questo la scelta del cinema verità come anche del falso documentario può essere d’aiuto. In questo senso il lungometraggio Qui è altrove di Gianfranco Pannone sulla straordinaria esperienza del teatro carcere di Armando Punzo a Volterra, è chiusura ideale di Voci dal carcere ed anche inizio di una nuova relazione tra interno ed esterno. E di più nitide visioni sulla reclusione, che esplorassero ogni possibile dinamica c’era bisogno, per creare lo scandalo di un carcere che possa salvare la dignità della persona con studio, lavoro, arti, riuscendo a recuperare, ricucendo le ferite sociali. Peso specifico e ricchezza umana delle storie, viste al cinema Moderno, pur con qualche imperfezione, restituiscono un ritratto di profonda verità, che accoglie il sogno. Le immagini dei corti, dopo brevi note in presenza degli autori, si susseguono come in un unico grande affresco, dove anche i gesti trovano senso. Dopo l’indagine in canzone di Gaber, la politica si è appropriata della parola libertà svilendone il più segreto significato. E invece anche negli istituti di pena più moderni, dove teatro cinema e letteratura provano a recuperare l’umanità sommersa, la libertà rinasce, come anelito ad emanciparsi, anche dal proprio io sconfitto, segnando menti e coscienze in molti luoghi d’Italia.

Restano avvinti ai ferri del pregiudizio reclusi, operatori di polizia, personale di supporto. A rischio di bruciare l’identità dell’individuo. La vera pena, continua, dolorosa, è nella consapevolezza che la libertà, inafferrabile e assente, riemerge sempre più divorante: nella creazione di una barca di legno a Palermo, nelle tavole animate di Napoli, nei vapori delle cucine di Velletri. Impalpabile e tossica come fumo, essa si accompagna ad errori fatti e urgenza di mostrarsi radicalmente cambiati. Impossibile avvenga, senza che la società se ne carichi il peso, gettando ponti. E per cambiare, ai reclusi come ai cosiddetti liberi, serve un tuffo, da incoscienti, come quello che sui totem digitali fuori sala disegna la locandina dinamica del Festival: lasciando il grande 30 che avvolge la parte in luce del Pianeta, tuffandosi, donne e uomini, tra mare e nuvole. Per una volta ogni persona e appartenenza, viste dalla giusta distanza, sono un’umanità sola. E che il cinema possa parlare alle coscienze in chiave di una possibile riforma della detenzione, si comprende dalla riunione di giuria di Corti in carcere a Rebibbia, come racconta, la curatrice Veronica Flora. Prima che le luci anneghino nello stesso scomodo buio attori e spettatori, c’è spazio per brevi racconti degli autori. Simone Spampinato gira Il giardino delle delizie a Velletri, virando vero il talent di cucina. Nei canoni televisivi l’inizio è costante pressione e giudizio. Poi, attraverso profumi che sembra davvero di percepire, pentole e coltelli si fanno macchina del tempo, in un paesaggio che lega memoria, immaginazione e ritrovata dignità nelle figure di chi quelle ricette familiari ha tramandato. Sperimentale nell’uso della cianotipia è Cara JDL di Lucia Magnifico, dove la celebre street artist diviene albero dei desideri delle recluse di Bologna. Chiedi di me all’acqua di Massimo Montaldi porta a Rieti un laboratorio di scrittura usando “il pensiero magico… per evadere”, nel quale la violenza contro le donne approda a chi la conosce per averla vista, o forse commessa, per essere vissuta e vinta per una terapia di recupero sociale e relazionale. La memoria è ovunque. In Ricordanze di Salvo Presti ed Emanuele Torre, e in Entrare fuori uscire dentro di Enzo Aronica, dove il Liceo Neumann di San Basilio e i detenuti di Rebibbia dialogano per un anno. Colpisce Ofarja, esperimento sul tema del faro come riferimento, lavoro scritto disegnato e animato dai reclusi di Napoli che per il regista Ahmed Ben Nessib “Non sono degli smarriti, ma Secondigliano potrebbe smarrirli”. Vie di fuga di Michela Carobelli, con macchina da presa a spalla, impegna in scrittura e recitazione i detenuti in massima sicurezza a Terni, abbattendo ogni diffidenza, dove il laboratorio è mediazione di conflitto. Siamo a’mmare di Alessio Genovese è un dramma della quotidianità - destinato a diventare un intensissimo film- che esplora il tema del carcere come eredità familiare, nato dal workshop con Daniele Saputo e trenta reclusi all’Ucciardone, nel segno di talenti purissimi come quello del recluso Maurizio Polizzotto. Giulio Maroncelli, affida a Sogni il compito di “portare un frammento di quello che succede e a cui non abbiamo accesso”. Near light di Niccolò Salvato e Kairos di Francesco Lovino chiudono con toni poetici e introspettivi l’indagine a passo breve. Infine il lungometraggio di Pannone che, ne siamo certi, colpirà il pubblico delle sale. Lasciando guardare all’umanità oltre le sbarre, occhi negli occhi.