di Lucrezia Poggetti
La Repubblica, 3 agosto 2020
I rapporti tra l'Ue e la Cina: il timore di ritorsioni economiche ha spesso prevalso su tesi a favore di linee più dure nei confronti di Pechino, specialmente su questioni di democrazia e diritto internazionale. Hong Kong è una di queste. Salvo rare eccezioni, i governi europei hanno sempre trattato la Cina con i guanti di velluto. Il timore di ritorsioni economiche ha spesso prevalso su tesi a favore di linee più dure nei confronti di Pechino, specialmente su questioni di democrazia e diritto internazionale. Hong Kong è una di queste.
Dopo alcuni tentennamenti iniziali, i Paesi Ue hanno finalmente trovato un accordo su un pacchetto di misure a sostegno dell'autonomia dell'ex colonia britannica in risposta alla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Tra le azioni previste dal Consiglio europeo del 28 luglio ci sono controlli più stringenti sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature che possono essere utilizzate in maniera repressiva dalle forze di polizia, la revisione di trattati di estradizione e altre forme di cooperazione giudiziaria con il governo della città e un ripensamento dei sistemi di visti e asilo per chi proviene dalla regione ad amministrazione speciale. Grande assente fra le misure è l'imposizione di sanzioni. Indubbiamente l'iniziativa, proposta il 13 luglio da Francia e Germania, è un passo nella giusta direzione.
L'elaborazione di posizioni comuni richiede un consenso fra i 27 Stati membri non semplice da raggiungere. Tuttavia, la gravità della situazione di Hong Kong - a cui dovevano essere garantite libertà speciali fino al 2047 e dove pochi giorni fa sono stati squalificati in massa candidati democratici dalle elezioni del Consiglio legislativo - richiede posizioni che, al di là del simbolismo, mostrino a Pechino le ripercussioni che la violazione di accordi internazionali e diritti possono avere sui rapporti con le democrazie europee.
Finora i governi europei sono stati restii nell'utilizzare, per esempio, il peso economico del blocco Ue - principale partner commerciale della Cina - nei rapporti con Pechino. La creazione di sanzioni per la violazione dei diritti umani discussa a dicembre 2019 dai ministri degli Esteri a Bruxelles è in fase di stallo. Europarlamentari di Renew Europe hanno così chiesto all'Alto Rappresentante Josep Borrell di velocizzare la stesura del "Magnitsky Act" europeo in risposta alle violazioni dei diritti umani a Hong Kong e in Xinjiang.
Dal canto suo, la diplomazia cinese sta lavorando assiduamente per scoraggiare prese di posizione più dure. Il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, ha condannato le nuove misure su Hong Kong come un'interferenza negli affari interni alla Cina. Il governo cinese sta inoltre cercando di dipingere posizioni a sostegno della democrazia come uno schieramento con i "falchi" della Casa Bianca.
L'appello del ministro degli Esteri Wang Yi all'omologo Luigi Di Maio a mantenersi indipendente da "certi Paesi" va letto in tal senso. I governi europei farebbero bene a non lasciarsi confondere dalla retorica cinese e continuare a lavorare insieme per la protezione dei diritti a Hong Kong. Anche l'Italia - dove sono in vigore un trattato di estradizione con Pechino e uno di assistenza giudiziaria con Hong Kong - ha il suo ruolo da giocare. È stata appena approvata alla Camera una mozione a sostegno delle libertà della città. Dopo lunghi silenzi, è tempo che il governo italiano traduca in azione gli impegni a fare di più per la salvaguardia dei diritti, in Cina e a Hong Kong.










