di Davide Varì
Il Dubbio, 16 aprile 2025
La sicurezza è una liturgia bipartisan, un rito delle maggioranze che viene celebrato da almeno vent’anni con devozione trasversale, da destra a sinistra, passando per il centro. E non ci sarebbe nulla di male se non fosse per un piccolo dettaglio: mentre si producono decreti “legge e ordine” come se piovesse, i furti calano e gli omicidi toccano i minimi storici della Repubblica. Ma evidentemente non importa. Perché la battaglia, da tempo, è contro l’insicurezza percepita. Un oggetto misterioso, che non si lascia afferrare dai dati ma si insinua nei sondaggi e nei talk show. E allora i reati scendono, ma ci si sente come nel Bronx reaganiano o in una favela sudamericana.
E così si stringe, si comprime, si limano diritti e garanzie per proteggere i cittadini da un pericolo che esiste più nella fantasia che nelle strade. Un terrore indotto, coltivato dai signori della paura, sacerdoti del panico mediatico che parlano in prima serata senza uno straccio di statistica, ma con un pathos da operetta apocalittica.
Negli Stati Uniti, culla dell’insicurezza emozionale, questo meccanismo è ben noto. Lì la società non teme ciò che è realmente pericoloso, ma ciò che è “memorabile”, visivo, narrabile. Il New York Times lo ha spiegato pochi giorni fa citando il lavoro di due sociologi - Kahneman e Tversky - che spiegano come la nostra mente sovrastimi ciò che ricorda meglio, ciò che ha visto di più, ciò che l’ha colpita emotivamente. E dunque, se dieci notizie di furti ci arrivano da dieci città diverse, il cervello le impacchetta tutte insieme, e le rispedisce indietro come se fossero successe dietro casa.
E’ una “scorciatoia mentale” utile a semplificare la realtà, un “algoritmo emotivo”. E così, mentre a New York i reati calavano clamorosamente, i cittadini, bombardati da serie tv e notiziari, continuavano a pensare che fosse la città più pericolosa del mondo. Insomma, la paura è da tempo diventata una strategia politica, una leva elettorale che non tradisce mai e funziona sempre.
In America, certo. Ma anche qui da noi. Cambiano i partiti, i ministri, le stagioni, ma la ricetta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, meno immigrati, più carcere, meno garantismo. Da Prodi a Meloni, passando per Berlusconi, Renzi, Conte, Veltroni: tutti a recitare lo stesso copione. Lo spettro dell’insicurezza percepita vale più di qualsiasi riforma.
Tanto per fare qualche esempio bipartisan: nel 1998, ci fu la Turco- Napolitano che sembrava una carezza riformista, ma istituì i CPT, i non-luoghi di detenzione, come direbbe Marc Augé, destinati a sospettati senza colpa. Poi fu la volta della Bossi- Fini (2002), che trasformò il permesso di soggiorno in un gettone da contratto. E poi il Pacchetto Sicurezza del 2008- 2009, con Maroni a dispensare reati nuovi come caramelle: clandestinità, ronde, multe simboliche e via così. Nel 2007, l’omicidio della povera signora Reggiani fece esplodere la pancia del Paese. Il governo Prodi - incalzato da Veltroni - rispose con un decreto-lampo: espulsioni rapide per cittadini comunitari. Decreto poi decaduto, ma la sceneggiatura della paura aveva già fatto il pieno di share.
Idem dieci anni dopo con Minniti, decreti di sinistra e pugno duro: via l’appello per i richiedenti asilo, dentro i Daspo urbani. La sinistra securitaria, quando si impegna, riesce persino meglio della destra. Concetto che D’Alema teorizzò di fronte a una riluttante Rosa Russo Iervolino: “Uno scippo a Milano crea più allarme di tre delitti di mafia in Sicilia”. Poi toccò a Conte e Salvini, 2018 e 2019: i due Decreti Sicurezza che liquidarono la protezione umanitaria, e perseguirono le ONG manco fossero corsari libici. Lamorgese, nel 2020, limò qualche eccesso. Ma durò poco: nel 2023 arrivò il Decreto Cutro. E ultimo della serie, fresco di Gazzetta Ufficiale, il nuovo Decreto Sicurezza del governo Meloni.
Una sinfonia dell’emergenza permanente, suonata su spartito noto: meno reati, ma più carcere. Insomma, l’Italia resta tra i Paesi più sicuri d’Europa, ma il sentimento nazionale è quello di un Occidente assediato. Perché la sicurezza non è un fatto: è una sensazione. Non si misura nei tribunali, ma nei talk. È la politica perfetta: non ha bisogno di verità, solo di percezione. E se la realtà si ostina a non collaborare, la si corregge a colpi di decreto. Non si cura, la paura, si governa. Con fermezza, e un occhio agli ascolti.











