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di Maria Luisa Agnese

Corriere della Sera, 24 novembre 2023

Cristiana Mainardi è l’autrice del documentario “Un altro domani” con il regista Soldini. Storie di ex mariti ed ex fidanzati usciti dalla spirale della violenza grazie ai percorsi con i Cipm. Cristiana Mainardi, produttrice e sceneggiatrice, ha incontrato gli uomini maltrattanti dal 2019, quando la questora Alessandra Simone si è rivolta a lei e al suo socio storico Lionello Cerri per dare visibilità al protocollo Zeus, un progetto di rieducazione che aveva appena ideato e a cui voleva dare visibilità anche attraverso una narrazione culturale.

Progetto pilota - a suo tempo - che volge lo sguardo non solo alle vittime, ma ai loro stalker e maltrattanti, il protocollo Zeus sfrutta l’ammonimento del questore per invitare l’autore di condotte lesive (ma anche solo di bullismo) a un percorso di trattamento per evitare di ricadere nel buio reiterando azioni recidive.

Da lì per Mainardi è iniziata un’esplorazione che l’ha portata a scrivere e produrre il film documentario Un altro domani, con la regia di Silvio Soldini, coautore, che racconta la violenza nelle relazioni affettive e che ora viene portato e discusso nelle scuole. Di tutto questo percorso Cristiana (ideatrice e fondatrice di Fuoricinema), dice che è stata “l’esperienza più formativa” della sua vita.

Cominciamo da qui, dal perché è stato così importante...

“Perché, nonostante mi ritenessi una donna formata e con strumenti per approfondire il tema, spostare lo sguardo sul lavoro che viene fatto dai criminologi e dagli psicologi del Cipm di Paolo Giulini per portare consapevolezza dove non c’è, ha significato, anche per me, arrivare a livelli di profondità che non avevo. Vedere tutte quelle sfumature, quei segnali che stanno prima degli eventi eclatanti. E accorgermi che io per prima li sottovalutavo, perché non ero in grado di leggerli e di dare loro il giusto peso. Mi ha molto colpito la vicenda di uno stalker e della sua ragazza, due persone di 25 anni che ho potuto seguire da entrambi i lati. Mi ha trafitta la percezione di quanto sia sottile la linea che fa sì che un uomo possa salvarsi e salvare la potenziale vittima, o viceversa possa deragliare verso un destino nefasto”.

È un attimo, dunque? Escludiamo la premeditazione?

“Tutt’altro, il femminicidio è quasi sempre premeditato. Ma io ho avuto l’esatta percezione del valore che può avere intervenire per tempo sugli uomini, perché significa che questo può davvero salvare delle vite. Sentirli raccontare, comprendere le fragilità che li portano lì, è stato illuminante… altrimenti con superficialità si pensa che le persone siano incanalate in un flusso che non può essere fermato, come un destino. Invece no, e il caso di quella coppia giovane che ha avuto esito positivo lo dimostra. Spostare lo sguardo sull’uomo, sentire la sua necessità di liberarsi dall’ossessione, dall’incapacità di gestire la rabbia, la frustrazione, l’abbandono, aiuta tutti e tutte”.

Tanto più se si tratta di giovani...

“Certo, educare e non ingabbiarli nella subcultura machista, dove per primi sentono che agire certi comportamenti equivale a creare un’identità maschile: e poi da lì parte tutto. Ma c’è anche un messaggio di forte speranza, perché possiamo agire e fare sì che questi ragazzi abbiano una possibilità prima che questa visione distorta si cronicizzi, che si incarni in uno stile di pensiero e di vita. Per questo dico che dietro ogni persona giovane ci siamo prima di tutto noi, come genitori, che abbiamo fallito in qualcosa, che non abbiamo saputo costruire una educazione affettiva reale. E come madre di un figlio maschio mi domando sempre se sono stata in grado di allevarlo ad abitare questo mondo nel rispetto della parità”.

Lo ha chiesto a lui?

“Mio figlio ha 30 anni e siamo in perenne dialogo perché possiamo sempre fare meglio, entrambi. Non dobbiamo sottrarci come genitori, come scuola, come Stato. Ma credo che dobbiamo fare un grande mea culpa. In questi giorni per esempio sono andata a discutere del film negli istituti professionali, dove sono prevalentemente maschi, e sono rimasta colpita dalla loro capacità di esporsi, di raccontare i loro problemi di gestione della rabbia, e del bisogno di ascolto. Sono anche molto pratici, per esempio si domandano: ma io come faccio a capire se quando sto facendo un complimento a una ragazza lo prende bene, o se è catcalling? Questo ci fa comprendere che c’è un grosso vuoto, perché se sei nella relazione, capisci subito se il complimento è gradito o sgradito”.

Sono universi che faticano a comunicare, c’è molta separatezza fra maschi e femmine, anche nelle chat: quasi un ritorno all’antico...

“Sicuramente. Ma mi dà speranza il fatto che se nel gruppo “separato” ci sono uno o due elementi che sono portatori di una visione diversa, i germi attecchiscono. È una contaminazione che vale nel male, ma anche nel bene, per fortuna. Impariamo tutti una reale cultura della commozione. Spero che anche questa volta i riflettori non si spengano come si sono accesi sul caso di Giulia. E che il primo dicembre non sia già tutto dimenticato”.