di Giorgio Paolucci
ilsussidiario.net, 20 settembre 2026
Marco Erba, scrittore e insegnante, è autore de “Quello che non hai sentito”, raccolta di storie di rabbia, cambiamento e riscatto vissute dietro le sbarre. Mentre giornali, televisioni e social media continuano a mettere sotto i riflettori le storture del sistema carcerario italiano - peraltro innegabili, gravi, numerose e da troppo tempo irrisolte - sull’argomento arriva in libreria una narrazione “altra”. Non all’insegna di un negazionismo becero e poco sostenibile, ma nutrita dal desiderio di portare alla luce l’inesausto desiderio di felicità che abita il cuore di ogni persona. Anche dentro una cella. Anche quando la condanna è pesante, e la pena da scontare ancora lunga. Anche dentro una divisa, come quella che indossano gli agenti di polizia penitenziaria. Anche dentro una professione come quella del direttore, dell’educatore, dell’insegnante che per esercitare la sua professione ha preferito l’aula di un penitenziario a quella di una scuola.
Arrivano da un carcere-modello (che rimane rigorosamente anonimo) le 18 storie potentemente evocative raccolte da Marco Erba - scrittore affermato, insegnante appassionato, collaboratore di Avvenire sulle cui pagine regala avvincenti affreschi del mondo giovanile - per raccontare al lettore Quello che non hai sentito, come recita il titolo del libro edito da Ares. “Ho voluto dare voce alle persone che ho incontrato - scrive l’autore -. Perché le loro voci, le loro storie, non le ascolta nessuno”. Lui l’ha fatto, trascorrendo una settimana in quel carcere e restituendoci il dolore, la rabbia, l’amara consapevolezza del male compiuto, e insieme la speranza, la voglia di ricominciare, e un grido che rimane sotteso a tutta la narrazione: nessuna persona è riducibile al reato che ha commesso. Erba ridona profondità umana a spacciatori, tossici, mafiosi, criminali di lungo corso, a chi - dai media, da certa politica, ma anche dal sentire comune - troppe volte viene assimilato a una sentenza. Non si cura (né avrebbe potuto farlo) della veridicità dei loro racconti, non indulge a conclusioni assolutorie, gli interessa portare a galla un desiderio di cambiamento che può nascere e crescere anche dal fango del male compiuto.
“Non puoi conoscermi davvero se guardi solo la mia fedina penale. Per farlo, devi metterti le mie scarpe e camminare. Capire come sono arrivato qui”, dice Maurizio, uno dei protagonisti. Da giovane ha perso in nove mesi il padre per un’ischemia e la madre per un cancro fulminante, il dolore indicibile e il miraggio del guadagno facile l’hanno fatto precipitare nel gorgo dello spaccio. Oggi confessa: “La prigione mi è servita, tanto. Mi è servita a capire che quello che facevo era una follia. Ancora adesso mi chiedo cosa avessi in testa: ripenso a quel me stesso strafatto di soldi e mi viene da urlargli in faccia, da prenderlo a sberle. Si cambia un pezzettino ogni giorno, solo se trovi il posto giusto e le persone giuste”. Lui li ha trovati incontrando Marina, l’educatrice che l’ha accompagnato in un percorso di riscatto: “Il suo sguardo su di me mi ha spiazzato, mi ha subito guardato con fiducia, dal nostro primo incontro. Era come se vedesse in me qualcosa di buono, che io avevo dimenticato. Hai la possibilità di cambiare solo se incontri uno sguardo così, che ti dà la voglia di rimetterti in gioco. Io l’ho fatto. È grazie a questo posto che sono cresciuto: oggi mi sento diverso”.
Ci vorrebbe un posto così per i tanti, troppi, che marciscono in carceri sovraffollate, dove la dignità umana viene offesa, dove il diritto si piega alla violenza, dove scuola, lavoro e attività educative sono merce rara, dove cellulari e droga entrano con troppa facilità. Per governare un carcere bisogna garantire sicurezza e nel contempo offrire opportunità perché la vita possa ripartire, argomenta Diana, la direttrice: “Non si cambia con pene più severe, con punizioni esemplari. Non si cambia perché si viene schiacciati. Si cambia perché si respira un clima positivo. Si cambia perché ci si sente accolti in una comunità”.
Non ci sono automatismi, è sempre la responsabilità personale a farla da padrona. Ma un carcere che si riduce alla pura sottrazione della libertà ha fallito la sua missione. “E una pena che non lascia intravedere il futuro tradisce la sua ragion d’essere costituzionale”, ammonisce Marta Cartabia nella prefazione -. Il carcere, per rimanere fedele alla Costituzione e alla dignità della persona, dovrebbe essere proprio questo: non il luogo in cui il male viene nascosto allo sguardo di chi sta fuori, ma il luogo in cui una società intera osa ancora dire a chi ha sbagliato, senza mentire sul male e senza dimenticare chi lo ha subito: Tu puoi”. Puoi cambiare, puoi provare a ripartire. Perché, come scrive Erba al termine di un viaggio che ha purificato anche il suo sguardo su quel mondo, “la giustizia non è solo espiazione, è anche riparazione. È anche riscatto. La giustizia è una possibilità”.









