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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 15 giugno 2026

Una villetta in provincia, una baita di montagna, un campo agricolo, una camera da letto. Nella distratta geografia della nostra vita quotidiana sono i fondali della normalità, finché una distorsione di senso non sgretola l’intonaco e la villetta diventa il teatro della “tragedia”, mentre la baita disvela “l’orrore”, il campo restituisce un corpo “straziato”, la camera da letto una scena “raccapricciante”. È il miracolo semiotico del fait divers, la cronaca nera che Roland Barthes ha radiografato in Essais critiques come la struttura mitologica più densa e perturbante della modernità. Laddove la notizia politica è costitutivamente “altra”, pretende un sapere pregresso e una faticosa memoria dei contesti la cronaca nera si offre al lettore come un’informazione totale e immanente. Non rimanda a nulla al di fuori di se stessa, non serve uno “storico” per comprenderla: le sue cause, il suo passato e la sua catastrofe sono consumati istantaneamente nello spazio di un brivido collettivo.

Tuttavia, l’immanenza della cronaca nera non è un caos disorganizzato, ma un sistema chiuso e perfetto, a suo modo una semplificazione drammaturgica dei rapporti sociali. Barthes ci svela che la “notabilità” dell’evento scatta solo quando la “causalità si ammala”, mostrando il germe del degrado, l’eccesso, la mostruosità (omicidi efferati di familiari, rapporti incestuosi, trame diaboliche): è lo shock di un effetto immenso generato da una causa irrisoria o comunque minore, o la coincidenza che la coscienza borghese traduce mera in fatalità.

Come l’ornitorinco che mandò in crisi le tassonomie naturalistiche di Linneo, il fatto di cronaca nera è un mostro logico che la stampa addomestica offrendolo in pasto a una struttura narrativa rigida, affine alla novella e al racconto. La realtà evapora per lasciare il posto alle dramatis personae , bestiari umani ed essenze emozionali pronte all’uso: il vicino che salutava sempre, la madre perversa, la virago bela e fatale, la studentessa insospettabile, il mostro, la vittima, ma anche l’investigatore coraggioso, il magistrato negligente, la comunità che, generosa, si mobilita nel lucore delle fiaccolate. Attraverso questi archetipi, il giornalismo trasforma la stratificazione storica in natura, operando quella stessa contraffazione morale che Barthes sottolineava nel fortunato e ancora attualissimo saggio Mythologies.

Per comprendere come funziona questa metamorfosi, occorre penetrare la meccanica che il semiologo e intellettuale francese assegna al mito contemporaneo: un “sistema semiologico secondario” che parassita il linguaggio reale con i suoi stilemi o “pattern”. Il mito prende il fatto nudo del crimine, lo estrae e lo svuota del suo spessore storico e sociale per renderlo il significante di un concetto astratto e universale attraverso un linguaggio paraletterario standardizzato. Il delitto della camera da letto, l’infanticidio, lo strangolamento dell’amante smettono di essere eventi prodotti da una catena causale, influenzati da dinamiche psicologiche, economiche o di genere e vengono trasfigurati una figurina astorica: il “male naturale”. Il fine ultimo del dispositivo mitologico è proprio questo: evacuare il reale, sottraendolo alla responsabilità della Storia e della critica sociale.

In questo teatro dell’orrore immanente fatto di giornalisti, plastici, criminologi, piazze urlanti che invocano la forca, la società non contempla il crimine, ma si specchia (e si auto assolve), nelle proprie strutture profonde. Consumando l’eccezione morale, il lettore sperimenta una catarsi terapeutica: come ha notato Emile Durkheim, uno dei padri della sociologia, l’indignazione collettiva e standardizzata diventa il collante che riafferma la norma sociale, esorcizzando l’irrazionale che minaccia le nostre sicurezze. La cronaca nera è il riflesso spietato delle nostre alienazioni e dei nostri fantasmi epocali. De-storicizzando il mondo, ci distrae dalle colpe strutturali della società per concentrarci sul trauma isolato della provincia, sulla “cattiveria” umana. Nel momento stesso in cui spiamo quella villetta o quel campo agricolo sotto i riflettori dei media, non stiamo guardando la scena di un crimine, ma l’ossatura mitologica dei nostri valori, perfettamente impaginata per addomesticare l’assurdo e preservare la nostra quiete.