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di Chiara Saraceno

La Stampa, 28 giugno 2025

L’asimmetria tra le vittime dei confitti in corso sta diventando sempre più insopportabile, aumentando, se possibile, l’insopportabilità di massacri che sembrano non avere fine. Riguarda le vittime non viste dei conflitti che stanno (ancora, fino a quando?) nelle periferie del mondo, di cui poco si vede e si racconta. Ma riguarda anche i conflitti, le guerre, che invece occupano i giornali, le televisioni, gli incontri internazionali, tutti i giorni. È speculare alla diversa legittimazione data alle parti in conflitto in base a criteri che ormai poco hanno a che fare con il diritto internazionale, per cui non solo l’aggressione a un paese, o gli atti terroristici, ma la stessa violazione dei diritti umani viene o meno riconosciuta e condannata a seconda di chi la compie. Si possono impunemente stanare i propri nemici dovunque si trovino, anche a costo di fare vittime innocenti, come è successo nei raid israeliani sul Libano e negli omicidi “mirati” di leader politici, generali, o scienziati che spesso hanno coinvolto le intere loro famiglie, inclusi i bambini, evidentemente considerati puro “bagaglio appresso” dei loro congiunti.

Si possono anche utilizzare due pesi e due misure nel valutare vittime e aggressori a seconda del caso. Perciò Netanyahu può senza arrossire denunciare il bombardamento iraniano di un ospedale israeliano (in risposta all’attacco israeliano) come crimine contro l’umanità, mentre continua a far bombardare ospedali, scuole, file per il cibo (quando consente che un po’ di cibo entri), a Gaza come atti necessari per sconfiggere Hamas. L’orrore dell’attacco di Hamas il 7 ottobre viene replicato all’infinito nei bombardamenti quotidiani su persone, inclusi bambini, inermi, nell’obbligarli continuamente a spostarsi perché nessun posto ormai è sicuro, nell’affamarli lentamente, senza che i paesi che si definiscono culla della civiltà, inclusa l’Italia, ritengano opportuno una condanna non solo a parole.

Che sia tecnicamente un genocidio o meno, poco importa: è la, neppure tanto lenta, distruzione di un popolo cui non solo vengono sottratte anche le risorse minime per la sopravvivenza, ma la dignità di esseri umani. Le immagini dei palestinesi, spesso bambini e adolescenti, che si spintonano e azzuffano per arraffare un po’ di cibo gettato loro come fossero animali è l’immagine di una degradazione umana e civile che, se può indurre indignazione e pietà, può anche facilitare in chi li vede da fuori una forma di distanziamento e di inferiorizzazione di esseri umani ridotti ai bisogni primari.

Questa visione asimmetrica delle vittime è (è stata) all’opera anche nel conflitto Israele- Iran e nell’intervento USA a favore del primo. Ha trovato la sua (inconsapevole?) esplicitazione nella battuta di Trump sull’intervento USA come simile allo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima per mettere fine a un litigio tra ragazzi in cortile. L’analogia spropositata di Trump, avvallata da Rutte, e l’orrore che provoca, non riguarda solo la prima parte di quell’affermazione, ma anche la seconda. Dietro all’equiparazione della guerra (per altro scatenata a scopo preventivo) ad un litigio da cortile non c’è solo l’arroganza di chi si crede più forte rispetto ad alleati e nemici considerati come dei ragazzacci discoli e immaturi. C’è anche il profondo disprezzo per le vittime iraniane: per le centinaia di morti, feriti, per chi ha perso casa e tutto, per coloro che, in conseguenza dell’attacco israelo-statunitense, sono stati esposti, se percepito come oppositori o comunque dissidenti, al rischio di essere condannati come alleati degli aggressori dal regime che li opprime. Con la beffa ulteriore di sentirsi dire che lo si faceva anche per liberarli da quel regime. Come se la storia anche recente, da ultimo il dramma dell’Afghanistan, nulla avesse insegnato sui “cambiamenti di regime” imposti dal di fuori e sull’abbandono in cui vengono lasciati dai “liberatori” coloro che ci avevano creduto. Anche gli ucraini rischiano di fare la stessa fine. Di nuovo, vittime di secondo rango e possibili pedine di scambio in un gioco senza regole, salvo quelle dei rapporti di forza tra gli attori più potenti. Un gioco in cui è sempre più difficile distinguere i buoni dai cattivi.