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di Concita De Gregorio

La Repubblica, 6 ottobre 2024

“Adesso tocca a noi” non è un’idea nuova: l’hanno esercitata tutti coloro che si sono avvicendati al potere, leader di sinistra compresi, con esiti da cui credo discendano la grande disillusione per la politica e il conseguente astensionismo. Perché sì, tocca sempre a chi governa: ma lo si dovrebbe fare dando voce e spazio anche alle minoranze, in nome del bene e delle libertà dei diritti e dei doveri comuni.

Bisognerebbe che avessero un amico. Un amico anche di destra, purché non abituato a obbedir tacendo ma educato all’esercizio del dubbio, che spiegasse loro che non si costruisce un’egemonia culturale mettendo a tacere il dissenso. Che non serve arrestare tutti, impedire di manifestare, di fare persino resistenza passiva alla maniera di Gandhi. Non serve mettere all’indice i funzionari pubblici, mettiamo dipendenti di un museo, che trovano inappropriato usare un luogo di cultura per fare propaganda politica. Non serve cancellare dai palinsesti programmi amati dal pubblico per sostituirli con altri che il pubblico ignora. E non perché la misura del successo di ascolti sia un parametro di qualità, non lo è - per lo meno non sempre. Ma perché se vuoi sostituire un’offerta culturale giudicata di sinistra con una giudicata di destra devi fare in modo che il risultato ti dia ragione: che confermi cioè che esiste una parte di Paese che non si riconosceva nell’altra, la subiva, e ora finalmente si riconosce nella tua. Non mi pare che accada, e questo potrebbe dipendere dal fatto che quel che la gente pensa e quel che alla gente piace non si stabilisce per decreto, per nomina di persona fedele o familiare né per imposizione. Succede, di solito lentamente, quando un pensiero interessante si rivela, quando le persone si riconoscono in qualcosa che li riguarda e poco a poco si identificano.

Servirebbe un amico, alla destra di governo, che avesse studiato per esempio filosofia, storia delle dottrine politiche, storia e basta - ce ne sono, certo che ce ne sono a destra, di persone competenti - e che avesse però anche il cuore di dir loro che si sbagliano, a eccitarsi in questo moltiplicare sanzioni regole e censure: perché la regola non è la cosa che spiega, la cosa che convince. E la cosa già spiegata, che impone. Dunque una regola può sovente essere percepita come ingiusta e dunque può, anzi deve, essere cambiata. La storia dell’umanità, la nostra storia ha progredito abbattendo regole considerate sbagliate. Le battaglie politiche, le proteste, le manifestazioni, la plateale violazione di leggi considerate vessatorie sono state uno strumento di progresso - moltissimo in materia di diritti - così come lo sono stati i referendum. Vedo che Giorgia Meloni teme molto l’esito di un possibile referendum contro la proposta di autonomia differenziata delle Regioni e fa bene, a temerlo, perché anche da lì passa il parere del popolo sovrano.

Ricordo bene quando Meloni si insediò al governo, forte di un consenso personale molto superiore a quello dei suoi alleati, e disse che mai e poi mai avrebbe impedito la libertà di manifestazione perché da lì lei arriva - sostenne con orgoglio: dalla strada, dalle proteste di dissenso tanto a lungo minoritarie, la destra esecrata. L’underdog.

Poi però. Poi una volta entrata a Palazzo, fatta entrare la sua non sempre brillante compagnia, è iniziata un’opera sistematica di censura delle opinioni dissimili, di sostituzione, di sanzione alla libera espressione del pensiero fino ad arrivare a questo grottesco ddl Sicurezza: un obbrobrio di divieti a tratti sadico. Non credo che proibire a un migrante privo di permesso di soggiorno di acquistare una carta sim per comunicare con la sua famiglia si possa definire diversamente. E non basta dire che non devono venire (divieto di sbarco!), che non devono dormire accampati in luoghi abbandonati (sgombero immediato!) che non devono lavorare al nero nei campi e nelle strade (le tasse, non pagano le tasse!). Purtroppo non bastano i divieti a modificare lo stato della realtà: bisogna affrontarla, la realtà, a partire dalle ragioni che la determinano. Tutto succede perché qualcosa lo fa succedere. Nessuno sgombero, nessuna sim interdetta, nessun sit-in vietato per legge cancellerà le cause per cui le persone agiscono in stato di necessità, o di passione. Eliminare le conseguenze del dolore non elimina il dolore. Impedire l’esercizio del pensiero non cancella i pensieri. Semmai moltiplica il danno, genera ulteriore frustrazione, riempie carceri già indecenti per quanto affollate e teatro di abusi. Abbiamo visto premiati gli agenti che hanno picchiato i detenuti di santa Maria Capua Vetere. Encomio solenne a chi ha massacrato di botte persone che protestavano per le condizioni disumane in cui sono costrette. Che vergogna.

Dicevo dell’egemonia culturale, tema da cui la nuova-vecchia destra è ossessionata. Eliminare quella “di sinistra”, elevare a dogma quella “di destra”. Intendiamoci. “Adesso tocca a noi” non è un’idea nuova: l’hanno esercitata tutti coloro che si sono avvicendati al potere, leader di sinistra compresi, con esiti da cui credo discendano la grande disillusione per la politica e il conseguente astensionismo. Perché sì, tocca sempre a chi governa: ma lo si dovrebbe fare dando voce e spazio anche alle minoranze, in nome del bene e delle libertà dei diritti e dei doveri comuni. Sarò il/la presidente di tutti: si dice sempre, non succede mai. Di peggio rispetto al passato, questa destra, di peggio anche rispetto al ventennio berlusconiano, ha un disprezzo del diverso da sé, una furia demolitoria, un carattere dispotico e illiberale che non si era mai visto prima. Manca totalmente di curiosità, di attenzione, di attitudine a mettersi nei panni dell’altro e comprendere. Manca di umanità, a dispetto dei crocifissi al collo e dei figli e dei nonni esibiti come meriti. Manca della capacità di dubitare. Ma si sa: solo chi è saldo e consapevole dubita, persino di sé. Sa di non sapere. È, questa, una destra fragile, spaventata, arroccata.