di Ermes Antonucci
Il Foglio, 2 luglio 2025
Per il giurista la commissione parlamentare guidata da Colosimo “svolge indagini su Via D’Amelio che spettano ai pm: è diventata uno strumento di confusiva sovrapposizione rispetto al lavoro della magistratura”. La pista mafia e appalti? “Un mito aprioristico come la Trattativa”. “Questa commissione Antimafia la chiuderei. È diventata uno strumento di confusiva sovrapposizione rispetto ad alcune indagini in corso. Invade terreni che non le competono”. È netta la posizione di Giovanni Fiandaca, emerito di Diritto penale all’Università di Palermo, nei confronti dell’attività condotta dalla commissione parlamentare presieduta da Chiara Colosimo, incentrata sulla strage di Via D’Amelio e sull’indagine mafia e appalti. “La vera funzione della commissione Antimafia sarebbe quella di svolgere indagini sul fenomeno generale delle mafie, verificare l’adeguatezza delle leggi, suggerire miglioramenti o modifiche, studiare possibili interventi socio-economici da realizzare in funzione preventiva, non concentrarsi su un’indagine specifica come sta accadendo ora, cercando di acquisire elementi di verità al di là di ciò che i processi sono giunti a fare”, dice Fiandaca al Foglio.
Da quando si è insediata, la commissione Antimafia ha infatti concentrato le sue attenzioni sull’indagine mafia e appalti, condotta agli inizi degli anni Novanta dall’allora comandante del Ros dei Carabinieri, Mario Mori, e dal colonnello Giuseppe De Donno su indicazione prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Proprio su ciò che è avvenuto attorno a questa indagine, che venne in gran parte archiviata subito dopo la strage di Via D’Amelio, si sono focalizzati i pm di Caltanissetta, che sono giunti a iscrivere nel registro degli indagati persino l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l’ex sostituto procuratore a Palermo, Gioacchino Natoli.
Per Fiandaca si sta assistendo a un “allineamento deprecabile tra la procura di Caltanissetta e la commissione Antimafia”: “Sembra che entrambe convergano nel sostenere la tesi del ruolo centrale delle indagini sugli appalti per spiegare la strage di Via D’Amelio, col risultato che si sovrappongono due verità aprioristiche: c’è il centrodestra, con la procura di Caltanissetta che ne ha sposato le posizioni, che prospetta l’indagine sugli appalti come ragione giustificatrice della strage in cui venne ucciso Borsellino, poi ci sono i vari magistrati alla Scarpinato e forze politiche di centrosinistra che tendono a ridimensionare questa verità e a riprospettare, nonostante la bocciatura in Cassazione, l’altro mito della Trattativa. Quindi ci sono due miti aprioristici e contrapposti”, afferma Fiandaca. “Ma è possibile che il Consiglio superiore della magistratura, il ministro della Giustizia Carlo Nordio o altri esponenti politici non dicano niente su questa interazione perversa?”, si chiede Fiandaca.
Qualcuno potrebbe dirle che c’è una sentenza, quella del processo Borsellino-ter, che individua l’attenzione posta da Borsellino all’inchiesta mafia e appalti come un possibile elemento che avrebbe indotto Cosa nostra a uccidere il magistrato. “Ma nella sentenza c’è la prospettazione di una mera ipotesi astratta. Non c’è alcun elemento concreto che accrediti questa ricostruzione”, risponde il giurista.
Fiandaca è critico anche sulla procura di Caltanissetta, che ha fatto perquisire tre abitazioni dell’ex procuratore nisseno Giovanni Tinebra, morto nel 2017, alla ricerca dell’agenda rossa di Borsellino: “Bisogna essere molto prudenti prima di muovere ipotesi molto infamanti contro soggetti deceduti, che quindi non possono difendersi, coinvolgendo anche i famigliari. Inoltre mi sembra che la procura enfatizzi in maniera eccessiva la presunta appartenenza di Tinebra a un gruppo massonico di Nicosia, che con tutto il rispetto non è il centro del mondo”. Insomma, i teoremi non finiscono mai.











