di Gabriele Segre
La Stampa, 21 febbraio 2025
Prima ancora di progettare il futuro, la politica ha il compito di comprendere a fondo il presente. Quando ciò non accade, essa perde la sua funzione e si condanna all’irrilevanza. L’affanno dell’Europa nel cercare un posto al tavolo del confronto tra Russia e Stati Uniti ne è l’esempio più emblematico: mentre Trump e Putin si preparano a decidere il destino dell’Ucraina e a disegnare le linee della nuova geopolitica, il vecchio continente appare ancorato a una visione del mondo ormai estinta. A questa appartiene la stessa idea di “pace giusta” a cui giustamente ancora aspiriamo: un obbiettivo nobile e legittimo, ma che si ridurrà a uno slogan vuoto se continueremo a ignorare che a prevalere, oggi come in passato, è la “pace dei forti”, a dispetto del diritto internazionale in cui avevamo creduto e che ora appare tragicamente impotente. Che piaccia o meno, multilateralismo e giustizia internazionale resteranno ai margini di negoziati dominati dalla più cinica concretezza: la conta dei chilometri di territorio conquistati da Mosca e delle tonnellate di terre rare garantite a Washington.
Lo stesso destino rischia di colpire un altro principio a noi caro: la soluzione “due popoli, due Stati” per il conflitto israelo-palestinese. Un obiettivo che per anni è riuscito a incarnare le nostre aspirazioni di convivenza e dignità umana, ma che appare ogni giorno di più come una lontana utopia, anziché una soluzione perseguibile. È sufficiente attraversare quelle terre per rendersi conto che la separazione territoriale necessaria per realizzarla è via via più impraticabile. Allo stesso modo, non possiamo ignorare la realtà sul campo in Ucraina: Putin controlla già gran parte del Donbass, mentre le controffensive di Kiev appaiono sempre più disperate e inefficaci. La guerra, tragicamente, non si vince con la nobiltà delle intenzioni, ma con la brutalità dei risultati. Ignorare questa evidenza equivale a pianificare il futuro su basi illusorie, come se gli eventi non fossero accaduti.
Un progetto radicato nella nostalgia però non è soltanto inutile, è dannoso. Per restare aggrappati alle aspettative del passato, non riusciamo più a comprendere il presente: ci sentiamo spiazzati, incapaci di orientare le nostre azioni, troppo turbati ogni volta che le certezze che pensavamo incrollabili si scoprono all’improvviso inconsistenti.
È del tutto normale cercare di proteggersi, tentando di conservare ciò che resta e, al contempo, di recuperare il più possibile ciò che si è perso. Ma questo meccanismo di autodifesa diventa letale quando è la politica ad adottarlo. Invece di rimanere concentrata su ciò che sarebbe potuto essere, è necessario che essa provi a immaginare soluzioni alternative che siano adeguate alla realtà attuale. Tornare davvero indietro nel tempo e ristabilire l’ordine precedente non sembra attuabile: richiederebbe uno sforzo straordinario e una capacità di mobilitazione ideale, economica e militare che di certo il nostro continente oggi non ha. La verità è che solo chi è in grado di esercitare una vera potenza può ragionare da conservatore. Ai deboli non rimane altra scelta che essere creativi.
Se non possiamo riportare indietro le lancette, dobbiamo allora uscire dagli schemi imposti dalla storia e inventarci un orologio diverso. In un certo senso, è proprio ciò che la nuova interlocuzione tra Trump e Putin sta forzando molti a fare, anche se nella maniera più spietata possibile. Limitarsi a protestare non basterà: saranno necessarie idee alternative se si vorrà evitare di restare semplici spettatori del proprio destino. Alcuni paiono averlo capito: i Paesi Arabi, per esempio, intenti a preparare una loro proposta per il futuro di Gaza. Persino Zelensky dà l’impressione di essere pronto a considerare opzioni diverse pur di non lasciare il futuro dell’Ucraina interamente nelle mani di altri.
Resta da vedere se l’Europa saprà fare altrettanto. Se continuerà a incarnare l’ideale nobile - ma ormai sempre più nostalgico - del primato del diritto internazionale, oppure se sarà in grado di affrontare la durezza di un’epoca in cui il dialogo mediato cede il passo al dominio dei più forti. Nel frattempo, è utile ricordare quanto ci insegna l’evoluzione: non sempre i grandi predatori prevalgono; talvolta è l’ingegno dei più piccoli a permettere loro di adattarsi al cambiamento e prosperare. Per riuscirci, dobbiamo però sbrigarci a riconoscere che la trasformazione è già in corso. Il mondo che conoscevamo, e in cui ci sentivamo così a nostro agio, non esiste più: ora si tratta di elaborare il lutto il più velocemente possibile e cominciare a guardare avanti. Non servirà stravolgere la nostra natura o abbandonare i nostri valori, ma adattare la strategia per farli emergere in un contesto diverso. Un processo psicologico, oltre che decisionale, che la politica ha il dovere di guidare, trovando nella disperazione anche la forza della responsabilità.











