di Massimo Giannini
La Stampa, 28 marzo 2022
Stanca di guerra, come la Teresa di Jorge Amado, l’Europa non riesce a badare e a bastare a se stessa. Tutto intorno risuona solo uno spaventoso clangore bellicista, fatto di luoghi e di parole che rievocano le immani tragedie del Novecento.
Da Varsavia, mentre dà fuoco alle polveri nel Castello Reale distrutto dai caccia della Luftwaffe di Hitler, Biden rilancia il nuovo “scontro di civiltà” del Terzo Millennio, non più contro l’Islam radicale ma contro il “macellaio” di Mosca: in Ucraina si combatte un conflitto epocale tra le democrazie e le oligarchie, chi prevarrà tra noi e loro, quali valori? Da Mosca, mentre conta morti e feriti della sua criminale “operazione militare speciale”, Putin risponde lanciando un’Opa grottesca sulla mamma di Harry Potter e rilanciando un anatema delirante: è l’Occidente che vuole distruggere la Russia, la “cancel culture” applicata al pensiero pan-slavo ricorda i roghi dei libri compiuti dai nazisti.
Da Bruxelles, dove ha appena sprecato dieci lunghissime ore di discussione plenaria, l’Unione europea non ha molto da rilanciare, se non il suo vuoto a perdere. È vero, non siamo mai stati così moralmente convinti e compatti. Ci salda l’idea di contrapporci al Piccolo Padre dell’ex Kgb che, come spiega il filosofo Michel Eltchaninoff, non si fermerà perché è ormai prigioniero della sua narrazione ideologica, dunque ammanta questa guerra di una dimensione messianica e civilizzatrice, spacciandola come una battaglia quasi metafisica tra l’Ovest materialista e la Russia portatrice di principi religiosi, spirituali. Di fronte a una minaccia di questa portata, che non è più solo militare ma è anche valoriale, sappiamo bene qual è il nostro posto nel mondo e per questo siamo volitivi e vogliosi di fare “fronte comune”.
Dove difettiamo e fatichiamo, invece, è nel tradurre il cemento morale in unità di azione politica e di innovazione economica. Fa fede il Consiglio europeo di due giorni fa. Doveva far scudo non tanto e non solo ai missili ipersonici, ma anche e soprattutto ai ricatti energetici della Federazione Russa, che venderà gas e petrolio solo a chi paga in rubli. E invece quel vertice ha confermato purtroppo i timori già espressi sul nostro giornale da Domenico Quirico, Massimo Cacciari e Lucio Caracciolo. La Ue appare fatalmente schiacciata tra i “tre imperi”. E, dietro la facciata, il formidabile schieramento sanzionatorio espresso finora da Eurolandia resta segnato dalle incompatibilità culturali e dagli interessi divergenti dei singoli Stati membri. Pensiamo solo alla giusta proposta italiana di fissare un tetto massimo al prezzo del gas, che ridurrebbe costi per il mercato energetico europeo e margini per il mercato valutario russo: l’hanno fermata Olanda e Germania, che prevedono di affrancarsi dal petrolio e dal gas di Mosca già entro il primo semestre del 2024. Oppure al “trattamento speciale per la Penisola iberica” nella gestione dei prezzi dell’elettricità: l’hanno richiesto e ottenuto Spagna e Portogallo, perché hanno tante fonti rinnovabili e poche interconnessioni di rete.
Uniti a parole, divisi nei fatti. Così finiamo per fare il gioco del nemico. Mentre in Ucraina distrugge vite e città, Putin in Occidente scommette sulle nostre debolezze. Individua le crepe del muro euro-atlantico e ci si infila dentro per allargarle. Perché fa il duro in Italia, minacciando ministri e denunciando giornali, mentre è più morbido con le altre cancellerie? Sa bene che qui il torbido acquitrino russofilo è più pescoso, perché lui stesso l’ha pasturato ai tempi del governo gialloverde. Per la Lega il Metropol di Mosca non è solo un bell’hotel in stile liberty costruito prima della Rivoluzione bolscevica. Per i Cinque Stelle “Dalla Russia con amore” non è solo il secondo capitolo della saga di James Bond. Noi italiani dovremmo dimenticare e far dimenticare per sempre queste pagine nere della nostra Storia, quando abbiamo rischiato di consegnare le chiavi della nostra democrazia a un dittatore russo e a un imperatore cinese. Ma soprattutto dovremmo renderci conto che da Kiev a Leopoli, da Mariupol a Odessa, è in corso una partita che sconvolgerà per sempre le regole del gioco, su scala locale e globale.
Torniamo a Biden: chi vincerà? Le autocrazie o le democrazie? Cioè “noi” o “loro”? E se vinceremo noi, come io credo e spero, come cambieranno le democrazie? È la domanda-chiave, che ha formulato Giovanni Orsina su queste colonne, il 3 marzo. La sua tesi è che le democrazie, basate sul consenso e la libertà individuale, generano per definizione spinte centrifughe. Per questo la presenza di un nemico le aiuta sempre. Dopo l’11 settembre c’è stato il jihadismo, dopo l’austerità innescata dal Big Crash del 2008 c’è stato il populismo, negli ultimi due anni c’è stato il Covid. Ora c’è lo Zar reincarnato, che riempie il nostro immaginario psico-politico con i vecchi fantasmi dell’Urss: la Cortina di ferro e la minaccia atomica, gli SS-20 e Sigonella. Queste paure eserciteranno una funzione centripeta per le democrazie. E spingeranno inevitabilmente le opinioni pubbliche verso un ritorno del Potere, riportandone già ora e prepotentemente alla ribalta il lessico: “sovranità”, “forza”, “interesse nazionale”, “sicurezza”, “difesa”. In questo scenario le fratture politiche dell’ultimo decennio - europeisti e sovranisti, partitismi e populismi - sembrano destinate a ricomporsi.
La tesi di Orsina è affascinante. Ma si porta dietro un’altra sub-domanda cruciale: possiamo immaginare che con la sporca guerra di Putin la stagione populista sia destinata a esaurirsi? Qui la questione si fa più complessa. Se guardiamo alle dinamiche che già ora stanno caratterizzando le leadership europee, la risposta non è univoca. In Germania parrebbe di sì: il governo sembra orientato a non allentare i cordoni del Patto di Stabilità, e Scholz ha appena annunciato una spesa per armamenti da 100 miliardi che trasforma l’esercito tedesco da “banda di aggressivi campeggiatori” (vedi Limes, numero 2-2022) a terza potenza militare del pianeta. In Francia si direbbe di no: le presidenziali del 10 aprile sono arrivate, e nonostante il frenetico attivismo diplomatico di queste settimane Macron crolla di 8 punti, mentre rimontano pericolosamente le due estreme di Marine Le Pen e Jean-Luc Melenchon.
In Italia, patria delle contraddizioni, sembrano convivere tutte e due le dinamiche. Come già successe ai tempi della ex Jugoslavia e del Kosovo, dell’Afghanistan e dell’Iraq, la guerra dà e la guerra toglie. Definisce identità e sancisce marginalità. Mario Draghi, sul fronte internazionale più defilato per oggettiva irrilevanza del Paese, sul fronte interno incarna quel “ritorno del Potere” di cui parla Orsina: la guerra ha ridato centralità al suo governo, il cui destino sembrava irrimediabilmente segnato prima del 24 febbraio. A sinistra il Pd di Letta, pur con le sue limitazioni aritmetiche e le sue contraddizioni politiche, si conferma partito di sistema e pilastro della coalizione: i nemici lo chiamano “governismo”, gli amici “responsabilità”, ma il risultato non cambia. A destra il partito della Meloni continua la sua ascesa: reale o strumentale che sia, la netta virata atlantista le conferisce un “quarto di nobiltà” occidentale, anche se ora si attende un’analoga svolta sull’agenda economica, vero buco nero di Fratelli d’Italia. Sullo sfondo, con criticità uguali e contrarie, restano Lega e Movimento Cinque Stelle, le due non-più-forze del primo populismo tricolore. Da una parte Salvini. Incoronò Putin sommo statista del pianeta e adesso che bombarda i civili non riesce nemmeno a chiamarlo per nome. Voleva dare le pistole ai vigili urbani ma adesso che dovremmo mandare armi alla resistenza ucraina dice “non in mio nome”. Dall’altra parte c’è Conte. Ha firmato da premier l’accordo per portare gli investimenti della Difesa al 2 per cento del Pil, “impegno preso con la Nato”, ma ora annuncia il no dei 5S allo stesso aumento delle spese militari, anche a costo di far cadere il governo perché “ognuno farà le sue scelte”.
Come finirà la comica guerricciola italiana, dentro la tragica guerra ucraina, è difficile dire. Ma tra un anno si vota. Gli esiti del conflitto si preannunciano devastanti sul fronte economico e sociale: inflazione e recessione, energia razionata e domeniche a piedi, penurie alimentari e povertà universali. Tra le macerie belliche, si intravede il drammatico “dopo” di cui scriveva Tacito: “Fanno un deserto, e lo chiamano pace”. Un deserto fatto di paura, disagio, rabbia sociale. E per quanto confuso, sbiadito, malconcio, il populismo grillo-leghista sembra pronto ad attraversarlo.











