di Vitalba Azzollini*
Il Domani, 1 agosto 2026
Il governo moltiplica le disposizioni penali, senza verificare se servano davvero e quali risultati producano. Dal decreto Caivano al ddl “anti-maranza” fino agli scontri in Val di Susa, l’esecutivo finisce così per ridursi a una fabbrica di norme-bandiera. Il governo sembra ormai una fabbrica di leggi sulla sicurezza. Ogni episodio di cronaca determina una stretta, ogni presunto allarme un nuovo reato. Produrre norme sempre più severe, senza preoccuparsi di accertare se siano davvero necessarie e se poi abbiano ottenuto i risultati attesi, può essere efficace sul piano della comunicazione, ma non su quello della sicurezza, che sarebbe il vero obiettivo. L’ultimo esempio è il disegno di legge “anti maranza” che introduce la presunzione, salvo prova contraria, della capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni.
“Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”, ha detto Giorgia Meloni. Ma, a differenza di quanto lascia intendere la presidente del Consiglio, già oggi i minori dai quattordici anni sono penalmente responsabili se il giudice ne accerta la maturità. I casi in cui l’imputabilità viene esclusa per immaturità sono pochissimi: nel 2024, 64 su 11.846 procedimenti penali. Circa lo 0,5 per cento: una percentuale che non giustifica una riforma. Prima di sancire una presunzione di maturità sarebbe stato ragionevole non solo chiedersi se ci fosse una reale emergenza, ma anche valutare questi dati. La valutazione non si è vista. Si è visto, invece, lo schema consueto: una disposizione che consente alla maggioranza di vantare il pugno duro, anche se interviene su poche decine di casi.
Diario di un “maranza” in carcere: “Voglio solo non essere un fallito” Il decreto Caivano Il decreto Caivano avrebbe dovuto suggerire cautela nell’introdurre nuove norme penali in tema di minori. Approvato nel 2023, ha tra l’altro ampliato le ipotesi di arresto in flagranza e di custodia cautelare negli istituti penali per minorenni. I dati più recenti mostrano che, nel tempo, sono aumentate le segnalazioni per rapine, lesioni, risse, minacce e porto di armi o di oggetti atti a offendere a opera di minori. In crescita sono pure le presenze nelle strutture detentive per minorenni, passate dalle 381 della fine del 2022 alle 581 dell’aprile 2026, oltre il 52 per cento in più. Qualcuno potrebbe considerarlo un successo: di fatto, è un fallimento.
Il sovraffollamento che si registra negli istituti minorili limita le possibilità di attività di formazione, lavoro e sostegno psicologico: attività finalizzate al recupero dei ragazzi e idonee a ridurre il rischio di recidiva. Dunque, si è ampliata la capacità di rinchiudere i minori, senza rafforzare quella di favorire il loro reinserimento sociale e prevenire nuovi reati. Che sempre più norme penali non bastino, ammesso che servano, se mancano altri presìdi, lo dimostrano casi concreti: ad esempio, la guerriglia in Val di Susa, il 25 luglio scorso. I rischi della manifestazione erano noti, tant’è che il giorno prima era stato sequestrato del materiale, erano state imposte limitazioni e divieti ed emessi Daspo urbani e fogli di via.
Eppure centinaia di incappucciati hanno assaltato i cantieri della Tav, incendiato mezzi e ferito decine di appartenenti alle forze dell’ordine. Dunque, nonostante i molti decreti sicurezza, con nuovi divieti, sanzioni e strumenti da impiegare proprio in occasione di manifestazioni, in primis il fermo preventivo, fatti gravi e prevedibili accadono comunque. La risposta seria sarebbe verificare se qualcosa, e che cosa, non abbia funzionato nella pianificazione e nella gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità di pubblica sicurezza, sotto la direzione del ministro dell’Interno. La risposta propagandistica - quella che è stata puntualmente data - invece è annunciare l’ennesima stretta e attribuire, comunque, la colpa alla parte politica opposta.
“Un sistema che non rieduca più”: il decreto Caivano, la svolta repressiva e la sfiducia dei giovani nella giustizia minorile Le norme-bandiera Governare significa scegliere sulla base di dati e informazioni, valutare gli effetti delle scelte compiute e correggere ciò che non ha funzionato. La sicurezza si misura non sugli annunci di nuove norme, ma sui reati evitati, sui minori sottratti al crimine, sulla capacità di proteggere cittadini e forze dell’ordine.
Scrivere leggi per conquistare titoli significa trasformare la paura in consenso, lasciando irrisolti i problemi che la alimentano. Ma il successo politico delle norme-bandiera prescinde dalla prova dei risultati. Se i reati diminuiscono, il governo se ne attribuisce il merito; se aumentano, sostiene che servano altre pene. Se gli strumenti preventivi funzionano, l’esecutivo ne vanta l’efficacia; se falliscono, giustifica nuovi strumenti. È un circuito retorico perfetto. E l’attuale governo l’ha capito molto bene. Tegola sul decreto Caivano dopo la decisione della Consulta: Nordio annaspa sul carcere.
*Giurista










