di Mauro Palma
La Stampa, 15 giugno 2024
Difficile scrivere di un sistema quale quello dell’attuale detenzione che presenta una pluralità di sintomi di malattia. La doverosa precedenza va al lato umano delle 40 persone che si sono tolte la vita in questi mesi dell’anno - due nelle ultime ventiquattro ore - al ritmo medio di una ogni quattro giorni; ma tale constatazione rinvia necessariamente alla complessiva funesta aria che circonda il sistema detentivo nel suo complesso e, quindi, alla sua attuale fisionomia funzionale, gestionale e amministrativa. Perché l’amministrazione dell’esecuzione penale non può ridursi alla gestione della disperazione e del malessere, di chi è ristretto e anche di chi in carcere opera.
Così come invece sembra ultimamente essere divenuta nella sottovalutazione della funzione progettuale a totale vantaggio del valore simbolico del castigo assicurato e garantito, da inviare quale messaggio alla collettività. Mentre scrivo, giunge la voce anche degli Organi internazionali: il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che nel marzo 2016 aveva chiuso la vicenda della sentenza Torreggiani - la condanna dell’Italia nel 2013 per le condizioni carcerarie inumane e degradanti - lodando i provvedimenti allora presi, oggi manifesta la propria preoccupazione, per l’alto numero dei suicidi constatando “che le misure adottate finora dalle autorità non sono riuscite ad arrestare l’allarmante tendenza negativa dei suicidi in carcere, osservata dal 2016 e proseguita nel 2023 e all’inizio del 2024”.
Chiede “misure urgenti”, mentre il dibattito nostrano sembra eludere tale urgenza, rifiutando quel provvedimento di immediato respiro sull’aumento dei giorni di liberazione anticipata, in grado di dare senso a proposte di cambiamento nel medio termine. Perché di radicale cambiamento occorre parlare, se non si vuole rincorrere ogni sintomo di quella complessiva malattia con interventi che nulla hanno dato in positivo - neppure la promessa di un po’ più di telefonate è stata mantenuta - mentre molto hanno prodotto in negativo: la circolare sulla gestione della quotidianità delle persone detenute comuni, di sicurezza “media”, è stata attuata con una maggiore chiusura e non già con l’aumento di attività fuori dalle celle.
Le cattive condizioni materiali, come è ovvio, aggravano poi i sintomi. L’affollamento crescente ne è un indicatore essenziale in un contesto di assenza di una visione complessiva e si salda alla riduzione del tutto al contenimento della violenza interna che certamente così si sviluppa e all’ipotesi di ridurla con la previsione di nuovi reati commettibili in carcere e l’inasprimento delle pene per quelli già previsti, o con l’esaltazione del possibile impiego di “gruppi di intervento”, di nuova istituzione, in caso di disordini interni.
Due impropri e pericolosi farmaci. Perché il primo porta a ridurre il percorso di tendenziale reinserimento allo scorrere del tempo nella mera obbedienza agli ordini, prevedendo, come in un provvedimento ora in discussione, la criminalizzazione grave della inadempienza, anche in forma passiva, a un ordine impartito - così genericamente indicato. Mentre il secondo, se da un lato supera la superficialità violenta di gruppi “raccogliticci”, fatti intervenire in note vicende, dall’altro riprende esplicitamente l’esperienza francese dell’Eris, già criticata nel 2003 e nel 2006 dagli Organi sovranazionali; proponendo l’annullamento secco del sintomo come rimedio curativo. Questi gli unici due messaggi recenti verso un sistema in sofferenza.
La cui immagine nelle situazioni di crisi acuta scorre intanto in talune aule di tribunale, connotata da testimonianze di violenza e di tentativi di copertura, d’intimidazione o di disattenzione di chi doveva controllare. Triste leggere cosa emerge in tali deposizioni, per la loro gravità e per il loro annidarsi in alcuni focolai culturali interni; rimanendo forse un po’ speranzosi perché talvolta sono stati gli stessi organismi dell’amministrazione deputati all’indagine a consolidare queste storie. Però chi come Garante, nazionale o locale, dei diritti di chi è recluso ha dovuto assumersi allora il compito - doloroso - di portare gli episodi all’attenzione della Procura, legge quanto oggi emerge con la consapevolezza che tutti questi sintomi fanno parte di un’unica malattia e che le tradizionali cure non bastano più. Occorre un cambio di passo, una diversità di approccio alla pena e alla sua esecuzione: perché il tema del carcere non è proprietà di chi lo amministra, ma è tessuto del nostro vivere sociale.










