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di Fausto Bertinotti

 

Il Garantista, 22 aprile 2015

 

La tragedia è sotto gli occhi di tutti. I fatti sono drammatici. Questo mare nostro che si riempie di morti, che mette in mostra una nuova strage degli innocenti... Il nostro mondo della comunicazione e dell'immagine ci riempie gli occhi di ciò che non vorremmo vedere. Penso che in molti vivano con sofferenza e un disagio profondo queste intollerabili visioni di corpi devastati e fatti scomparire. Eppure è come se quel mare in cui sprofonda la nostra civiltà ne coprisse anche l'orrore. Così come in un mondo parallelo e separato, tutto nella nostra vita continua a scorrere "normalmente".

La nostra normalità prevede, anche quando gli appare inaccettabile, la loro morte. È come se si fosse scavato un solco tra due umanità. La prima è quella interna alla "cittadella", forse potremmo cominciare a chiamarla "fortino". In questa cittadella, pur stracarica di violenze, ingiustizie, sopraffazioni, e pervasa dall'alienazione, l'attesa di vita si prolunga e la scienza sembra accarezzare il sogno (l'incubo) dell'immortalità. Mentre si affaccia persino l'idea, come nel Golem, di generare vita in laboratorio.

Fuori dalla cittadella l'attesa di vita è una nozione impraticabile. La vita può essere spezzata, oltre che "fisiologicamente" dalla povertà, improvvisamente da una carestia, da una guerra, da un'impresa terroristica, da un viaggio verso la cittadella agognata che si rivela ancora una volta, invece, portatrice fuori da sé di morte.

Noi stiamo affacciati sul Mediterraneo. Ci avevano insegnato che poteva essere un mare di pace, di dialogo tra i popoli. Ci avevano detto che poteva essere il luogo delle traduzioni. Insomma, un ponte. È il crocicchio dove si incrociano le tre grandi religioni monoteistiche. Quando tra esse è prevalsa una volontà di sopraffazione, è stata la guerra, sono state le occupazioni. Quando hanno saputo convivere e hanno ereditato i segni di una civiltà che si è venuta costruendo contro le guerre, hanno contribuito invece a fare del Mediterraneo un luogo aperto, carico di speranze, di bellezze e di esperienze straordinarie.

Se vai in Sicilia e ti guardi attorno ne puoi respirare l'aria. In quella Gibellina devastata da un terremoto, uomini di buona volontà hanno dato vita, con le Orestiadi, alla possibilità di poter identificare le tracce che hanno visto diversi popoli affacciati sul Mediterraneo realizzare gli stessi mestieri, fare le stesse cose, dipingere gli stessi colori, quasi a formare la mappa della possibile Costituente di un popolo, quello del Mediterraneo, capace di far convivere le sue diversità in un sentire comune. Ora è proprio questa unitarietà che viene spezzata, generando una drammatica perdita per tutti e una crisi di civiltà nella quale gli uni crepano e gli altri sembrano condannati all'indifferenza (almeno rispetto alla necessità di fare).

Si discuterà molto sulle misure immediate da adottare, sulla lotta contro gli organizzatori dello sfruttamento della morte. Si discuterà molto della necessità di un coinvolgimento dell'Europa. (Intendiamoci, sono tutte discussioni necessarie, tanto più se capaci di realizzare un mutamento profondo rispetto agli attuali comportamenti dei governanti).

Saremo costretti persino a scontrarci con chi questa nostra fortezza vorrebbe munire di armi e munizioni per respingere l'orda barbarica, che è ciò che ai loro occhi appare di un'umanità dolente e disperata. Ma nulla potrà fermare il grande esodo. E allora forse bisognerebbe ricominciare da una delle grandi parole con cui la Rivoluzione francese ha aperto il libro della storia moderna: Fraternità.

Per questo, mentre le parole della politica si ingarbugliano e non comunicano alcunché, la domanda di accoglienza rivolta da Papa Francesco all'Europa ha un timbro chiaro e chiede in realtà un riordinamento dell'intera politica dell'Europa. Verso l'esterno come al proprio interno.

Ci sono domande che non possono più essere allontanate. Che cosa ha originato il clima endemico di guerra che ha investito i paesi del Nord Africa, dove stanno saltando, ad una ad una, tutte le costruzioni dell'assetto neocoloniale e della sua eredità? Che cosa ha provocato, nel profondo di quelle società, il cinico sostegno dell'Occidente a qualsiasi regime che non contraddicesse i suoi interessi materiali? Che cosa ha lasciato sul terreno la crisi dell'ultima grande stagione politica di quei paesi, quella del panarabismo e della de-colonizzazione? Perché interi paesi nei quali quelle politiche e i leader di quelle politiche non avevano subito alcuna contaminazione dall'Islam politico, hanno visto quest'ultimo diventare protagonista della loro storia? Perché i conflitti inter-religiosi che sembravano confinati nella memoria di un lontano passato stanno occupando in maniera così devastante i territori della politica?

E perché la teoria e la pratica della guerra preventiva, della guerra permanente, del conflitto di civiltà in Occidente non sono state sconfitte e hanno aperto la strada, a partire dall'Iraq, a una storia che oggi diventa ingovernabile? Se non si risalirà, attraverso questi interrogativi e la risposta ad essi, alle cause prime di questa immane tragedia, essa sarà destinata a ripetersi e noi non potremo dichiararci innocenti. Ma c'è una questione forse ancora più ostica che andrebbe affrontata. E qui ne accenniamo soltanto.

Questa questione ha un nome preciso. Si chiama "capitalismo". Si è riaperta, tra i fautori del pensiero critico, una discussione sulla collocazione della accumulazione originaria nella storia del capitalismo. La tesi che si viene proponendo e che, ahimé, appare convincente, è che essa non appartenga solo alla protostoria del capitalismo, ma, al contrario, che essa ne accompagni lo sviluppo sino ai nostri giorni. Specie nelle fasi di crisi. Insomma, la violenza della spoliazione si rivelerebbe necessaria al capitalismo per riattivare l'accumulazione altrimenti bloccata. Di questa spoliazione a noi sta venendo addosso un portato terribile. Il ricorso necessario alla Fraternità, la capacità di vedere in quelle vite distrutte la sorte dei tuoi fratelli, dovrebbe accompagnare, insieme a una capacità di accoglienza finora sconosciuta, la rinascita di un pensiero critico all'altezza di questo mostruoso capitalismo.