di Simona Musco
Il Dubbio, 15 aprile 2021
"C'è un'esigenza di conoscere come sono andate realmente le cose nei rapporti fra politica e magistratura, e ogni sede istituzionale deputata a fare chiarezza lo deve fare con l'unico obiettivo della verità, senza che vi siano timori di regolamenti di conti". Luca Palamara non ha paura. E anzi si schiera dalla parte di coloro che oggi chiedono una Commissione d'inchiesta sull'uso politico della Giustizia, invocata a gran voce da Forza Italia e Italia Viva.
Era stato lo stesso Palamara, subito dopo la propria radiazione, a lanciare la proposta dalla sede del Partito Radicale. E ora che la richiesta è sul tavolo della politica, la maggioranza si spacca. Pd e M5S sono già sulle barricate: nessun avallo a proposte del genere. Parole che hanno spinto Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, a denunciare un comportamento antidemocratico.
"Chi non condivide la proposta di una commissione d'inchiesta sulle criticità del sistema giustizia può legittimamente respingerla o emendarla: non può pretendere che l'atto parlamentare sia escluso "a forza" dall'ordine del giorno. Pd e M5S pretendono invece di costringere il Parlamento a non discutere le proposte sgradite, grazie ai Presidenti delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali abilissimi a buttare la palla in tribuna. Ci batteremo sempre per il diritto delle forze politiche di calendarizzare le loro proposte, pronti a discutere e, ove non le condividessimo, a respingerle", ha dichiarato.
Nel suo libro, scritto a quattro mani con Alessandro Sallusti, è proprio l'ex capo dell'Anm a sollevare più di un interrogativo, in particolare sul processo per frode sui diritti Mediaset a carico di Silvio Berlusconi, conclusosi con una condanna a quattro anni, di cui tre coperti da indulto. "Io sono stato sempre consapevole che all'interno della magistratura ci fosse un determinato clima che riguardava il livello politico - si legge nel libro.
Ma non prendiamoci in giro, tutti dentro la magistratura sapevano che il clima era quello, e tutti si adeguavano. Può essere che la sentenza su Berlusconi fosse stata condizionata da questa logica oppure no, fosse frutto di una libera volontà. Ma le volontà sono anche libere di seguire il percorso che si ritiene più utile o conveniente di altri". Da questa base, sin da subito, il centrodestra ha invocato a gran voce una Commissione per chiarire se la magistratura si sia piegata a logiche diverse da quelle della Giustizia. Richiesta alla quale, nei giorni scorsi, si è accodata Italia Viva.
Per Pd e M5S, invece, sarebbe inaccettabile interferire nel campo della magistratura, sul cui lavoro, hanno evidenziato, la parola tocca al Consiglio superiore della magistratura. Parole ribadite ieri da Nino Di Matteo, consigliere del Csm, non contrario, in via di principio, a inchieste e approfondimenti, ma convinto che la sede naturale di discussione sia Palazzo dei Marescialli, onde evitare che la stessa Commissione diventi "terreno di scontro tra fazioni o, ancor peggio, strumento per limitare le prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura dal potere politico".
Che si possa trattare di un regolamento di conti è anche il timore di Gian Carlo Caselli, secondo cui l'unica soluzione alla crisi della magistratura è fatta di "riforme serie con una strategia di vasto respiro, riforme che investano il Csm e il funzionamento del processo sono sempre più necessarie ed urgenti". Identico ragionamento fatto dall'ex pm e attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che propone però un'alternativa: "Una commissione conoscitiva, con poteri anche straordinari, composta non in maniera prevalente da parlamentari ma da esperti di indiscussa competenza professionale e di alto profilo etico".
Ciò per verificare gli intrecci tra magistratura e politica e indagare sulle degenerazioni correntizie. Ma le dichiarazioni degli addetti ai lavori non sono piaciute alla politica. Così Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione Giustizia a Montecitorio ed ex consigliere Csm, si è scagliato contro Di Matteo, giudicando le sue esternazioni come "un maldestro tentativo di interferire sulla libera attività del Parlamento. Mi pare inutile sottolineare che il Csm applica sanzioni disciplinari, sulla base di illeciti tipici. Il Parlamento è chiamato invece ad un democratico giudizio politico, come da sue prerogative costituzionali".











