di Gad Lerner
Il Venerdì di Repubblica, 18 ottobre 2019
Ho atteso che si quietassero un poco le acque intorno al caso del reddito di cittadinanza (623 euro al mese) percepito da Federica Saraceni, detenuta agli arresti domiciliari per reati di terrorismo politico, fra cui il concorso nella preparazione di un agguato in cui vent'anni fa perse la vita il giuslavorista Massimo D'Antona.
Ho atteso che i parlamentari della Lega sospendessero lo sciopero del voto proclamato contro una legge che loro stessi avevano votato (e poi rifiutato di modificare). Non è la loro disinvoltura a colpirmi. Non hanno forse di recente i leghisti festeggiato come una grande vittoria la chiusura del megacentro per migranti di Mineo creato dal ministro leghista Roberto Maroni? No, è il tumulto di umane lacerazioni e dì sentimenti condensati in quella tragedia italiana a rendere necessaria la pacatezza, nell'affrontarla.
L'aggravante - se così si può dire - che ha fatto esplodere il caso, è l'appartenenza familiare di Federica Saraceni: figlia di Luigi, uno dei fondatori di Magistratura Democratica poi impegnato politicamente a sinistra; e nipote di Silvio, un avvocato calabrese antifascista a sua volta militante al fianco dei braccianti di Castrovillari.
Borghesia progressista, insomma. Qual è la misteriosa ragione per cui da una simile storia familiare una figlia giunga a compiere la scelta brigatista, con la violenza criminale che le è propria? È il doloroso interrogativo che percorre il libro di Luigi Saraceni, "Un secolo e poco più", che Sellerio ha pubblicato con prefazione di Giuliano Pisapia.
Ma è anche l'interrogativo che dovettero porsi, ormai quasi mezzo secolo fa, tanti giovani militanti fra i quali c'ero anch'io, di fronte al passaggio alla lotta armata di nostri compagni di cui avevamo conosciuto la generosità e stentavamo a riconoscere il successivo fanatismo. Furono anni tormentosi in cui la nostra netta critica pubblica del terrorismo di sinistra s'intrecciava con una familiarità tale da renderla talora troppo cauta, talora addirittura pericolosa. Il rancore persistente intorno a vicende come quella di Federica Saraceni impedisce di accettare la dose inevitabile, irrimediabile di male che esse contengono.
Cosa dovrebbe fare lo Stato a Federica Saraceni? Rimetterla in cella (ha due figli piccoli)? Imporle i lavori forzati gratuiti in carcere? Gettare via le chiavi, come si usa dire? Oppure, come chiede esasperato suo padre, per mantenersi lei dovrebbe andare a prostituirsi o a far rapine? Ci sono vite sbagliate, per tante ragioni diverse, talvolta odiose, che a un certo punto lo Stato, in un modo o nell'altro, deve accollarsi. A meno che quelle vite sbagliate si scelga di eliminarle, cioè si scelga la barbarie.










