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di Roberto I. Zanini

 

Avvenire, 15 agosto 2019

 

Viviamo da prigionieri in un mondo di prigionieri. Basta guardare i titoli dei giornali o pensare a modi di dire e frasi fatte per constatare che siamo infarciti di metafore carcerarie del tipo "mi sento in gabbia", "imprigionati nal traffico", "prigioniero del vizio", "dietro le sbarre della vita". Perché le prigioni possono essere tante, a volte hanno sbarre dorate, spesso sono illusioni, trappole in cui siamo caduti e di cui tante volte nemmeno ci rendiamo conto.

Vita da prigionieri, quindi. E ce lo indicano anche molti celebri autori: da "È una bella prigione il mondo" di Shakespeare a "Noi uomini viviamo come in una specie di prigione" di Socrate, per restare sul metaforico. Se poi vogliamo guardare a chi di carcere parla davvero, Le mie prigioni di Pellico sono una miniera: "Amicizia e religione sono beni inestimabili! Abbelliscono anche le ore dei prigionieri".

Ancor più numerose le citazioni che si possono trarre da Dostoevskij a cominciare dall'ottimistica "Anche in prigione si può trovare ampiezza e pienezza di vita". Una pienezza quasi sempre legata alla propria interiorità o a quella speranza che nasce dal ricevere una visita. Lo stesso Pellico, a riguardo, annotava che visitare i carcerati è opera di misericordia fra le più meritevoli ed efficaci. Perché accade davvero che visitando un carcerato o intrattenendo con lui una corrispondenza gli si possa cambiare la vita.

Ce lo dicono le storie di uomini aiutati a risorgere, che ci possono raccontare tanti cappellani di carcere e tanti assistenti sociali che amano il loro lavoro. Fra queste storie risulta davvero singolare e istruttiva quella di James Bishop, raccontata da lui stesso in "Una via nel deserto" (Lef, pagine 282, euro 20). Bishop oggi è un oblato benedettino legato alla Comunità mondiale per la meditazione cristiana. In questo libro racconta di quando, detenuto in un carcere degli Stati Uniti per gravi reati, è "rinato" grazie alla visita di un oblato della Comunità.

Una vita rivoluzionata dallo scoprire che la Regola di san Benedetto poteva essere applicata alla prigione e che in essa si trovavano le motivazioni giuste per dare un senso, una profondità e uno scopo a ogni gesto e a ogni ora. Naturalmente non è stata una cosa facile. Lo dice fin dal principio: "Cambiare la mia vita è una cosa che ho deciso di fare tanti anni fa, all'inizio della mia detenzione. Oggi sarei felice di poter dire che è stata una cosa semplice, ma si è trattato della cosa più difficile che ho fatto.

La mia fortuna è l'essere stato indirizzato alla Regola proprio in quei giorni difficili ed essa mi ha realmente aiutato". Il libro nasce dalla constatazione che tutti noi possiamo incamminarci sulla strada della libertà qualunque sia la nostra forma di prigionia, basta avere la giusta guida.

Così le sue pagine offrono una quotidiana meditazione della Regola evidenziandone quella straordinaria valenza liberatoria, che trae vita direttamente dal Gesù dei Vangeli e dalla sua forza di amore nell'accoglienza e nel perdono. E se la prima parola della Regola è "Ascolta", autentica rivoluzione per la società contemporanea, l'obiettivo a cui conduce è pura libertà: "Non si tratta di innamorarsi, ma di essere noi stessi amore". Tutto questo per spiegare "come dopo essere stato spedito in un carcere vero mi sia sentito più libero di prima".