di Maximilian Kalkhof*
La Repubblica, 29 aprile 2021
In Cina è in atto una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo: l'oppressione degli uiguri. Gli appartenenti a questa minoranza etnica vengono internati in campi di detenzione, rieducati, le donne sottoposte a sterilizzazione forzata. La testimonianza di una vittima rivela particolari di un genocidio nascosto agli occhi del mondo.
Qelbinur Sidik aveva cinquant'anni quando lo Stato cinese l'ha privata della dignità. Ricorda perfettamente il giorno del maggio 2019 quando è stata prelevata dalle forze di sicurezza e condotta in un ospedale di Ürümqui, il capoluogo della provincia cinese dello Xinjiang. "Non giocarti la vita - le dissero - pensa ai tuoi familiari". Qelbinur Sidik ha avuto paura, come non mai, racconta. Non ha opposto alcuna resistenza. In ospedale fu sottoposta alla sterilizzazione forzata. Qelbinur Sidik non aveva in programma altri figli. Ne ha una, Difulza, già adulta, e una gravidanza non rientrava nei suoi progetti né era probabile. Ma alle forze di sicurezza importava ben poco, anzi, tanto meglio: se non voleva più figli non aveva motivo di rifiutare la sterilizzazione.
Le forze di sicurezza portarono Qelbinur Sidik nel reparto di ginecologia al piano seminterrato dell'ospedale. Vide uscire dalla sala operatoria donne uigure, giovani e vecchie, per lo più in lacrime. A un certo punto è toccato a lei. Non ricorda quanto tempo è durato l'intervento. Dopo era sterilizzata - a un'età in cui le donne normalmente entrano in menopausa. Per quale motivo non sapeva. Le altre donne nemmeno. Qelbinur Sidik è stata vittima e testimone della più grave violazione dei diritti umani del nostro tempo: l'oppressione degli uiguri. Nel nord ovest della Cina, nella provincia dello Xinjiang, le autorità della Repubblica popolare hanno creato un sistema di più di 1000 campi di detenzione in cui vengono rinchiusi gli appartenenti alla minoranza musulmana - ufficialmente come misura di lotta al terrorismo.
Dal 2018 sono stati internati un milione di uiguri. Lo dicono gli esperti, come l'antropologo tedesco Adrian Zenz, che lo definisce un "genocidio culturale". "Genocidio" perché si tratta di oppressione premeditata e portata avanti secondo una logica industriale. "Culturale" perché non mira ad annientare fisicamente gli uiguri, bensì a distruggerne la cultura. La minoranza di etnia turca deve essere assimilata, privata della propria religione, lingua e identità e inglobata nella società cinese. Nello Xinjiang risiedono circa nove milioni di uiguri.
Sono anni che le autorità cinesi perseguitano la minoranza musulmana. Dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949 Pechino ha provveduto a incrementare la quota di popolazione di etnia Han nello Xinjiang tramite una politica di insediamento. Dal 2010 però il governo punta all'assimilazione forzata - imposta tramite una serie di misure, che arrivano alla sterilizzazione e alla "rieducazione" nei campi di internamento. Tra il 2011 e il 2014 nello Xinijang hanno avuto luogo tre attentati terroristici compiuti da uiguri in cui hanno perso la vita 20 civili.
Nel 2014 nella Cina meridionale, a circa 2000 chilometri di distanza dallo Xinjiang i terroristi hanno assalito pugnalandole 31 persone. L'azione non è stata rivendicata da nessun gruppo, gli indizi riconducono a una cellula isolata, ma le autorità cinesi hanno attribuito l'attentato ai separatisti uiguri. Da allora Pechino diffonde sulla base di scarse prove questa narrazione: nello Xinjiang il terrorismo è un problema. L'estremismo nella provincia del nord est mette a rischio la sicurezza nazionale.
È praticamente impossibile fornire dati precisi sui lager cinesi. La provincia dello Xinjiang è in pratica chiusa ai giornalisti. Le uniche notizie vengono dalle immagini dei satelliti e dai documenti governativi consultabili, ossia gare di appalto edilizio e bandi di concorso per il personale della sicurezza, e poi dalle testimonianze dei sopravvissuti. Persino il numero dei campi e degli internati è solo stimato.
Qelbinur Sidik ha visto i lager dall'interno. Ma in un ruolo particolare. Non vi è stata detenuta. È stata costretta dalle autorità a insegnare in due strutture. Ma non è finita. In seguito è stata a sua volta oggetto di misure repressive da parte delle autorità. È fuggita all'estero. Non è affatto scontato che oggi renda pubblica la sua storia, né privo di rischi. Chi è scampato ai lager ed è riuscito a fuggire all'estero, in Europa, ha familiari e amici nello Xinjiang di cui preoccuparsi. "Ho deciso di parlare della mia vicenda perché spero di cambiare qualcosa" dice Qelbinur Sidik.
È un giorno di primavera, sulla passeggiata a mare de L'Aja stridono i gabbiani. Dopo la fuga dalla Cina Qelbinur Sidik vive da circa due anni nella città olandese. Ha alloggiato a lungo in un centro profughi. Solo da poco le è stato assegnato un bilocale proprio sul mare. Dalla finestra del soggiorno vede le onde infrangersi imperturbabili sulla riva.
Qelbinur Sidik è un po' in ritardo, prima ha fatto la spesa. La cinquantunenne indossa una giacca a vento violetta per proteggersi dalla brezza del mare del Nord. Apre la porta del suo appartamento, in corridoio sguscia oltre un frigorifero ancora imballato. Sistema due sgabelli di plastica in soggiorno. Non ha ancora finito i lavori, certe pareti sono rivestite di tappezzeria, altre nude. "Prima mangiamo qualcosa per pranzo", dice e dalle buste della spesa tira fuori pollo arrosto, verdure e tè.
Qelbinur Sidik è di origine Uzbeka. I suoi genitori sono immigrati negli anni Cinquanta dalla Repubblica socialista sovietica nello Xinjiang. La provincia nel nord est della Cina è abitata in maggioranza da etnie turche, delle quali la più numerosa è quella degli uiguri musulmani, che lì costituiscono la comunità più grande ma nel resto del paese sono una minoranza. Nello Stato multietnico cinese è l'etnia Han, con 1,2 miliardi di appartenenti, la più numerosa in assoluto. Qelbinur Sidik è cresciuta a Ürümqi, il capoluogo dello Xinjiang, tra gli uiguri. Parla correntemente la lingua uigura e ha sposato un uiguro, Ismayil. La coppia ha una figlia, Dilfuza, che si considera uigura. Sulla carta Qelbinur Sidik è cinese di origine uzbeka, ma si sente uigura.
In qualità di cinese di origine uzbeka però ha goduto nello Xinjiang di una posizione particolare. Era considerata una migrante modello. Fin da piccola ha frequentato le scuole cinesi e, a differenza di molti uiguri, parla correntemente mandarino. Tutto questo le ha consentito una carriera nella scuola. Per quasi trent'anni ha insegnato in una scuola elementare statale di Ürümqui. Ha ottenuto persino una posizione di rilievo nelle risorse umane del suo istituto.
Le foto dell'epoca ritraggono una donna fiera, con i capelli messi in piega e la camicetta ben stirata. Racconta di aver sentito spesso cinesi han parlare in modo sprezzante degli uiguri. Nei suoi confronti non mostravano tanta superiorità, almeno non apertamente. Lei teneva nascosto il suo senso di appartenenza alla comunità uigura.
A partire più o meno dal 2016 gli amici iniziarono a raccontarle storie che le parevano incredibili. Dicevano che gli uiguri sparivano, che gli uomini uiguri non portavano più la barba e che non era più permesso dare ai figli nomi musulmani. E che lontano dalle città sarebbero sorti dei capannoni, non si sapeva a che scopo.
Nel 2017 i superiori di Qelbinur Sidik le comunicarono che doveva andare a insegnare in un'altra scuola, a degli analfabeti. Nulla di strano. Ma i superiori le fecero pressioni esagerate. Le imposero di non dire niente a nessuno del nuovo lavoro, neppure a suo marito. Dovette firmare un accordo di riservatezza. Capì che qualcosa non andava, ma non sapeva cosa.
Già nel 2016 la leadership politica cinese compì nello Xinjiang una svolta che l'opinione pubblica non tenne in dovuta considerazione. Pose alla guida del partito Chen Quanguo. Chen è un falco che si è fatto una reputazione come segretario del partito in Tibet dove ha arruolato migliaia di nuovi poliziotti e creato una stretta rete di sorveglianza basata sulla tecnologia.
Col senno del poi si può dire che per il burocrate il Tibet è stato un laboratorio in cui testare ciò che avrebbe messo in campo su più vasta scala nello Xinjiang, a servizio di una "assimilazione" che ha molto a che spartire con la sorveglianza della popolazione, in cui rientrano, tra l'altro, l'incremento del personale incaricato della sicurezza, controlli digitali nella quotidianità, telecamere a riconoscimento facciale, app obbligatorie sui cellulari.
La popolazione ne ebbe presto sentore. La prima volta che Qulbinur Sidik vide la nuova scuola da lontano le vennero i brividi. Sembrava un carcere di massima sicurezza, circondata da muraglioni e filo spinato. Mentre raggiungeva l'aula vide uomini uiguri legati e ammanettati trascinati per il corridoio. Poi si ritrovò davanti quegli stessi uomini, seduti in classe davanti a lei con l'aria distrutta. "Salam aleikum' disse, la pace sia con voi. Ma nessuno di loro reagì. qelbinur Sidik aveva timore di fare qualcosa di sbagliato. Lentamente si rese conto che le autorità cinesi l'avevano trasformata in una aguzzina. Non doveva insegnare agli analfabeti, bensì agli uiguri.
Qelbinur Sidik parla per ore in questo pomeriggio di primavera sulla costa olandese. Seduta su uno sgabello di plastica, guarda per lo più fuori dalla finestra. Non è semplice per lei raccontare. Prende un fazzoletto di carta, se lo rigira tra le mani. Poco dopo aver ricordato il suo arrivo in uno dei campi scoppia in lacrime. Mentre l'interprete traduce dall'uiguro in inglese tiene la testa tra le mani e singhiozza piano.
Nel 2017 Qelbinur Sidik dovette insegnare agli uomini uiguri del campo di detenzione la lingua cinese e le cosiddette "canzoni rosse": inni al partito comunista e alla Repubblica popolare. Dopo circa sei mesi la portarono in un altro campo, questa volta per insegnare alle donne. Durante le lezioni forzate, racconta, spesso udiva grida provenienti da altre stanze che sembravano frutto di torture e violenze sessuali. Quando nel primo campo un uomo la pregò di contattare i suoi familiari per informarli di dove era detenuto, per timore fece finta di non averlo sentito. Nel secondo campo ebbe l'impressione di vedere gli agenti della sicurezza portare fuori dall'edificio una donna morta. Chiese a una agente di custodia che la redarguì. Controllati, le sibilò, pensa a far lezione.
Molto di quello che oggi sappiamo dei campi di detenzione è frutto delle ricerche dell'antropologo Adrian Zenz che ha reperito in rete le gare di appalto per i campi di rieducazione e identificato notevoli aumenti di bilancio per le strutture detentive. Sulla base di documenti amministrativi ha ricostruito le dimensioni dell'oppressione. Quasi tutte le stime rilevanti sulla situazione nello Xinjiang - persino il numero dei campi e degli internati - derivano dalla sua indagine. Ora vive negli Usa e lavora per la Communism Memorial Foundation di Washington.
I campi rientrano nella strategia politica dello Stato cinese che da un lato punta all'assimilazione culturale della provincia dello Xinjiang per risolvere il problema del terrorismo in loco ricorrendo ai campi di internamento, ma anche alla prevenzione delle nascite tramite aborti e sterilizzazioni forzate. Dall'altro intende procurarsi manodopera a basso costo. Molti uiguri vengono costretti a lavorare in fabbrica nelle regioni a forte sviluppo economico del Paese. In terzo luogo attraverso i campi Pechino intende combattere la povertà. Il cinico paradosso è che lo Stato cinese libera dalla povertà costringendo ai lavori forzati. Non più tardi dell'inizio di quest'anno il presidente Xi Jinping ha dichiarato debellata la povertà assoluta.
Zenz è stato molto osteggiato a motivo delle sue ricerche. La stampa statale cinese lo ha diffamato definendolo uno pseudo-scienziato e recentemente lo ha sanzionato vietandogli l'ingresso in Cina. Anche Qelbinur Sidik ha dovuto ben presto affrontare il pugno di ferro del potere. È stata licenziata, senza un motivo concreto e anche la sua vita privata è entrata nel mirino delle autorità. Nel suo appartamento si è insediato un cinese han. All'inizio viveva con Qelbinur Sidik e il marito per una settimana ogni tre mesi. Poi una settimana al mese. A detta delle autorità era un modo di promuovere la solidarietà tra etnie. Qelbinur Sidik e il marito non avevano voce in capitolo. Erano in balia dell'uomo.
Il provvedimento rientrava in un programma del governo in base al quale le autorità cinesi insediano nelle famiglie delle minoranze dei funzionari per promuovere "l'unità etnica" del paese. Secondo i dati dei media statali nel 2018 nello Xinjiang un milione di questi funzionari sono stati inviati in più di 1,6 milioni di famiglie. L'organizzazione di tutela dei diritti umani Human Rights Watch le definisce "prassi profondamente invasive di assimilazione forzata".
Il cinese han era irrispettoso, racconta Qelbinur Sidik. Sedeva a tavola a torso nudo e si ubriacava. Continuava a molestare la donna tentando di baciarla, senza nascondere l'intenzione di fare sesso con lei. "Se mi tocca lo ammazzo e poi mi uccido" bisbigliava Qelbinur al marito Ismayil. Il cinese han aveva potere. Ogni volta che la coppia protestava, minacciava di denunciarli alle autorità. Così Qelbinur Sidik e il marito obbedivano. In fondo alla donna è andata bene: il cinese han le mancava di rispetto ma non l'ha violentata.
Nel 2019 era ormai prassi normale che le autorità impedissero le nascite nello Xinjiang. Le donne tra i 18 e i 50 anni dovevano obbligatoriamente mettere la spirale o farsi sterilizzare. Anche a Qelbinur Sidik dal 2017 è stata inserita la spirale per due volte non senza complicazioni. In segreto aveva fatto rimuovere il dispositivo anticoncezionale da un medico.
Nel maggio 2019 ha compiuto 50 anni. Pensava che la tortura fosse finita. Invece no. Le misure sono state estese alle donne di età compresa tra i 18 e i 59 anni. Qelbinur Sidik era terrorizzata. Temeva di essere rinchiusa in un lager se rifiutava di sottoporsi ai trattamenti coatti. Per questo non ha opposto resistenza quando l'hanno portata in clinica. "Ma non dimenticherò mai l'umiliazione".
Qelbinur Sidik non ne poteva più, voleva andarsene dalla Cina. Le origini uzbeke le sono state d'aiuto. Negli anni scorsi lo stato cinese ha ritirato il passaporto a molti uiguri, imprigionando di fatto la minoranza etnica. Ma Qelbinur Sidik aveva un passaporto. E una figlia, Difulza, residente all'estero. Già nel 2011 si è trasferita per motivi di studio in Olanda ed è rimasta.
Inoltre Qelbinur Sidik non aveva più nulla che la trattenesse nello Xinjiang. Il matrimonio con Ismayl era finito nel frattempo. Nell'ottobre 2019 ha incaricato un'agenzia di procurarle un visto e un volo. Il viaggio è stato orribile, racconta. Inizialmente aveva paura di non riuscire a lasciare la Cina. Poi di non riuscire ad entrare in Olanda. Quando ha visto sua figlia che la salutava con la mano all'aeroporto di Schipol, Qelbinur ha perso i sensi.
Adesso Qelbinur Sidik è sana e salva in Olanda. Ha ottenuto asilo. Impara la lingua e cerca di rifarsi una vita. In futuro le piacerebbe più di ogni altra cosa insegnare ai bimbi uiguri. In Olanda risiede la più grande comunità di esuli uiguri d'Europa. Trascorre molto tempo da sola, racconta. A volte dimentica di trovarsi in Olanda. Allora è assalita dai ricordi che non la abbandonano per molte ore. Poi si riscuote e ritorna alla realtà. È all'Aja. Dice di non capire il motivo per cui in Occidente molti governi non si sbilanciano a criticare la Cina. Lo Stato cinese compie azioni orribili e deve renderne conto. L'antropologo Adrian Zenz è convinto che la pressione internazionale costringe lo Stato cinese a variare continuamente la propria linea di difesa. All'inizio Pechino negava l'esistenza dei campi. Solo di fronte a prove incontestabili l'ha ammessa. All'improvviso ha definito misure antiterrorismo le azioni in atto nello Xinjiang, i campi "centri di formazione professionale" e la permanenza nelle strutture volontaria.
"La considero una prova che il mio lavoro è servito a qualcosa" dice Zenz. Ma il tedesco che con le sue rivelazioni ha contribuito più di ogni altro a far conoscere la situazione nello Xinjiang avverte: "Credo che la fase delle rivelazioni sia terminata. Ora tocca alla comunità internazionale trarre le debite conclusioni da ciò è emerso." Ma non è sicuro che avvenga. L'Unione europea per la prima volta da più di trent'anni ha imposto sanzioni contro quattro ufficiali cinesi per l'oppressione degli uiguri, ma le sanzioni non colpiscono il segretario del partito dello Xinjiang, Chen Quanguo. Qelbinur Sidik dice che ora che vive in Olanda non teme per la propria sicurezza. Non ha neppure cambiato la serratura della sgangherata porta di legno del suo bilocale. C'è solo una cosa che continua a spaventarla: sentir parlare cinese. Cerca sempre di tenersi alla larga dai turisti cinesi nei luoghi pubblici, ma a volte non è possibile evitarli, allora il passato ritorna. "Quando sento parlare cinese entro nel panico" racconta. "È come se fossi di nuovo nel campo".
*Traduzione di Emilia Benghi











