di Carlo Crosato
Il Dubbio, 16 dicembre 2020
Pensavamo di averla scampata e per qualche mese ci siamo fatti prendere da una strana euforia. La seconda ondata della pandemia, tanto temuta e preannunciata, ci ha rigettati in una condizione di sospensione del normale corso degli eventi, la cui fine è tutt'ora costantemente rimandata. Comune a tutti è la sensazione di galleggiare, di non essere più in possesso del proprio tempo, e le reazioni sono variegate sia per colore, a seconda del prevalere di ottimismo o pessimismo, sia per la scala su cui si esprimono.
In "Vivere nell'insicurezza", edito da il Mulino, con il piglio dello storico Gian Enrico Rusconi collaziona e mette in prospettiva le fonti che compongono il racconto dei mesi in cui cercavamo di prendere confidenza con una situazione che confidente e prevedibile non è ancora oggi. Rileggere parole risalenti a uno "ieri" che sembra esser già molto lontano, fa riemergere in una inaspettata archeologia del presente le speranze, le illusioni, le attese, le previsioni, soprattutto le paure cui forse ora abbiamo già trovato un altro nome e una collocazione più rassicurante.
Sondando discorsi ufficiali e ricostruzioni giornalistiche, studiando le azioni intraprese dalle istituzioni politiche e mediche, questa archeologia riporta alla luce più domande che risposte, sintomo di quell'insicurezza che Rusconi caratterizza con lucidità filosofica. Se di guerra si vuol parlare, si dovrà ammettere che si tratta di una strana guerra, in cui la natura perpetua i suoi cicli mentre l'uomo, sempre più orientato alla riproduzione di interessi di brevissimo termine, ha deposto la consapevolezza della complessità viva e organica di cui è parte. Contro il virus non è possibile un combattimento frontale, ma solo un esercizio di comprensione e previsione. Ma come prevedere ciò che irrompe nella storia in maniera così brutale e fulminante? Di qui il generalizzato senso di precarietà.
Osservata nella sua declinazione individuale, in quella politica, economica e finanziaria, o su scala geopolitica, l'insicurezza è l'effetto di una novità inafferrabile, imprevedibile e soverchiante. La condizione storica che ci troviamo a vivere non offre che pochissimi appigli su cui far presa per esercitare la nostra urgenza di ordine e consequenzialità. Il disagio psichico, la reattività sconclusionata in ambito politico e sociale, le frizioni che inceppano i meccanismi geopolitici e il ridisegnarsi delle catene di valore sono altrettante sfide alla nostra intelligenza, perché il dramma non ci spinga verso rimedi peggiori del male che vogliono curare.
Reagendo a tale insicurezza, si dovrà affrontare con coraggio la questione del potenziale storico di questa fase critica: le cose cambieranno per sempre e nulla sarà come prima, oppure la pandemia si limiterà ad accelerare dinamiche già dominanti? Che ne sarà dell'ordine liberaldemocratico che pareva doversi imporre su scala globale senza alternative, con la sua tutela dei diritti civili e sociali e i suoi apparati diplomatici multilaterali? E che ne sarà della stessa globalizzazione? Si imporrà un nuovo ordine economico o la razionalità neoliberale approfondirà il proprio solco? E come si combina tale possibile approfondimento con l'allargarsi delle prerogative dello Stato per fronteggiare l'emergenza sanitaria?
Il controllo sull'individuo sarà sempre più stretto e le istituzioni che lo esercitano saranno sempre più funzionali al riprodursi delle condizioni della competizione neoliberale? Come ne uscirà il nostro rapporto con la scienza, così compromesso da dinamiche spettacolarizzanti? Ricostruendo la complessità del momento storico in cui ci troviamo, Rusconi consegna un quadro articolato e informato. La preoccupazione che guida questo libro non è quella della definitività, bensì quella di tracciare il campo interlocutorio per un confronto lungimirante in merito all'impatto della pandemia sugli individui e sulle collettività, sulle speranze di ritorno a una normalità che, forse, era essa stessa largamente problematica.
Rusconi non nutre illusioni quanto all'attivarsi di una razionalità sociale capace di combinare responsabilità personali e responsabilità pubbliche; tanto più assistendo al rafforzarsi del populismo e alla irragionevole strumentalizzazione delle incertezze che caratterizzano il progresso scientifico (su cui si segnala l'importante ultimo capitolo del libro). Eppure non ci si può arrendere a una reazione tanto spaventata quanto spaventosa, conferma del significato intimamente politico dell'assioma della (in) sicurezza.











