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di Valentina Calderone

treccani.it, 27 gennaio 2025

“Garante dei diritti delle persone private della libertà personale”, molte parole per descrivere un ruolo estremamente complesso, ma anche scarsamente conosciuto. Il primo garante in Italia è stato istituito a Roma nel 2003, grazie a un processo partito dal basso che ha coinvolto e visto come promotori associazioni e movimenti che si occupavano di detenzione e di diritti delle persone detenute. A quella prima delibera votata dall’assemblea capitolina si è aggiunta pochi mesi dopo l’istituzione del Garante nella Regione Lazio e, in questi vent’anni, tutte le regioni, alcune province e molti comuni si sono dotati di questa figura. Solo nel 2016 è stato eletto il primo collegio del Garante Nazionale, a seguito dell’approvazione della legge istitutiva della figura nel 2013. I primi garanti avevano scarsi poteri, non essendo disciplinato in alcun modo il loro ingresso negli istituti penitenziari e solo nel 2009 una modifica normativa ha aggiunto all’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario la figura dei garanti tra quelle con potere di accesso alle strutture senza autorizzazione e, successivamente, questa facoltà è stata estesa alle camere di sicurezza e ai centri di trattenimento ed espulsione per persone straniere prive di permesso di soggiorno.

Un’accezione molto estesa - L’ambito di competenza dei garanti, infatti, non si riduce solo a chi è recluso in carcere, la definizione di persone private della libertà è molto estesa, e ha a che fare con tutti quei luoghi in cui le persone possono trovarsi ristrette. Caserme e centri di permanenza per il rimpatrio appunto, ma anche hotspot per persone straniere e servizi psichiatrici di diagnosi e cura dove sono ricoverati i pazienti in trattamento sanitario obbligatorio. Qualsiasi luogo da cui una persona non può allontanarsi volontariamente - a seguito di un provvedimento giudiziario, amministrativo o per motivi di cura - diventa luogo di interesse per l’attività dei garanti.

Non si tratta però solo di ispezionare gli spazi, monitorare le condizioni di vita, effettuare colloqui con le persone che ne fanno richiesta: essere garanti significa anche avere a che fare con la propria amministrazione di competenza, coinvolgere dipartimenti e assessorati, attrarre risorse e aiutare a costruire un pensiero di governo territoriale in cui i luoghi di privazione della libertà siano considerati parte integrante del tessuto sociale.

I diritti di chi ha commesso reati - Sempre più spesso si sente invocare severità nelle sanzioni, pene esemplari, aumento delle fattispecie penali. Un’interpretazione punitivista del concetto di sicurezza, che viene distorto e si presta a manipolazioni dall’alto. Il populismo penale è estremamente efficace, perché permette, sotto la spinta della singola notizia sensazionalistica su un grave fatto di cronaca - ovviamente eccezionale e niente affatto strutturale - di mettere in campo politiche emergenziali, dichiarate unica e definitiva soluzione.

Veloce, a costo zero, di sicuro impatto emotivo: la sensazione è che sia stato tutto risolto, la nostra paura è placata. Ma la ricetta è discutibile, e per creare davvero sicurezza servirebbe ben altro: servizi sociali, equa possibilità di accesso alle opportunità, redistribuzione delle risorse. In assenza di questo, la funzione principale del carcere è ben diversa da quella dichiarata. Reprime le fasce più deboli della popolazione, rinchiude le persone povere, isola ulteriormente chi già viveva una vita ai margini. Ed ecco allora che nei nostri istituti penitenziari troviamo persone straniere che non hanno nessuna possibilità di avere un permesso di soggiorno a causa delle nostre restrittive leggi sull’immigrazione; persone dipendenti da sostanze espulse dalle comunità di appartenenza; persone povere o con problemi di salute mentale di cui non sappiamo prenderci cura, e che con la loro presenza disturbano il nostro sguardo. Lungi dal non interessarci, tutto questo ci coinvolge e ci chiama a una presa di responsabilità. Questi indesiderabili torneranno prima o poi tra di noi, li incontreremo sull’autobus, per strada, entreranno nello stesso negozio in cui stiamo facendo la spesa. La possibilità che una persona che ha scontato tutta la pena in carcere torni a delinquere è vicina al 70%, la recidiva di chi invece accede in tutto o in parte a misure alternative alla detenzione si avvicina al 20%. Dati incontrovertibili, che in un sistema razionale dovrebbero essere utilizzati per attuare politiche deflattive della popolazione penitenziaria e per ridimensionare l’ambito carcerario ai soli casi di vera pericolosità sociale. Così non è, e per questo il monitoraggio del sistema detentivo da parte dei garanti assume in questo panorama un ruolo ancor più fondamentale. Occuparsi dei diritti delle persone detenute significa in ultima istanza occuparci dei nostri, di diritti, perché l’osservazione di quel sistema, un microcosmo chiuso che è il condensato delle diseguaglianze presenti nel mondo libero, ci aiuta a manifestare l’esigenza dell’allargamento delle tutele, della richiesta di equità e di espansione delle possibilità per tutte e tutti.

Vedere/essere visti - Una delle funzioni principali dei garanti delle persone private delle libertà personale è proprio quella vedere con i propri occhi per poter raccontare e testimoniare quanto normalmente è nascosto al nostro sguardo. Qualunque istituzione chiusa rischia di essere difficilmente penetrabile e la percepiamo talmente lontana, proprio perché non ci raggiunge, da rischiare di dimenticarla. Avere il privilegio di vedere significa anche però dare l’opportunità a chi si trovi recluso di essere visto, spesso per la prima volta, di uscire dall’invisibilità in cui leggi e istituzioni ti hanno relegato. Promuovere la cultura dei diritti significa anche questo: accorgersi delle persone, vedere e ascoltare per provare a tradurre, proporre idee e soluzioni, fare da tramite e da ponte, permettere alle voci di chi è detenuto di uscire fuori, travalicare quelle mura e raggiungerci, farci riflettere e attraversarci. È possibile provare a ragionare collettivamente su un senso diverso della punizione, potremmo rimanere stupiti da quanto questo può rendere liberi noi che crediamo di esserlo già.