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di Valeria Vignale

Corriere della Sera, 22 settembre 2023

Zaino in spalla, sorriso felice, i capelli raccolti nell’hijab e il braccio teso per fare l’autostop. È la foto che tutti ricordano di Alessia Piperno, la viaggiatrice romana arrestata l’anno scorso in Iran e rimasta 45 giorni nel carcere di Evin, a Tehran. Ora è tornata, a girare il mondo e non solo, come anticipa in questa intervista a 7. Il 28 settembre, giorno del suo 31° compleanno e anniversario del suo arresto, esce nelle librerie “Azadi! - Un diario di viaggio, prigionia e libertà” (ed. Mondadori).

È il racconto dei suoi sette anni on the road e dell’esperienza durissima che ha diviso la sua storia in prima e dopo l’Iran. Stava attraversando il Paese, entrata via terra dal Pakistan, quando sono iniziate le proteste per l’uccisione di Mahsa Amini, la ragazza fermata dalla polizia religiosa perché non indossava correttamente il velo. Nei tentativi del regime di reprimere la contestazione a colpi di fucile e di retate, Alessia è stata incarcerata con l’accusa di essere una spia, condannabile a 10 anni. Senza prove, avvocati o processi. “Per un mese non ho potuto neppure chiamare mia madre” dice. L’abbiamo incontrata a Roma. Il bel viso serio, vestita di bianco, ha l’aria diversa dalla ragazza spensierata che 72.500 followers conoscono e seguono su Instagram. Eppure non ha perso la voglia di esplorare il mondo in solitaria. Ad agosto e settembre è tornata a viaggiare e postare foto, dal Perù e dalla foresta amazzonica.

Come vive l’anniversario del suo arresto?

“Ho ritrovato la gioia di viaggiare ma ci ho messo mesi a riprendermi. Scrivere un libro su quell’esperienza traumatica è stato doloroso ma anche utile a rielaborarla. E a mantenere la promessa fatta ad Azar, la più cara delle donne che ho conosciuto lì dentro. Un giorno le dissi che, se ne fossi uscita, avrei scritto di tutte loro e della lotta degli iraniani: “Azadi!” in farsi significa “libertà” ed è il grido che sentivo nel carcere femminile. Penso spesso anche a Louis, il ragazzo francese arrestato con me, che è ancora lì”.

Faceva parte del suo gruppo?

“Viaggio da sola ma a Rasht, nel nord dell’Iran, avevo legato con lui e altri: Tomasz, polacco, e Haniieeh, iraniana. Eravamo insieme quando abbiamo saputo della morte di Mahsa Amini, il 16 settembre”.

Lei aveva partecipato alle manifestazioni?

“No, anche se quella vicenda mi aveva molto toccato e la libertà è una battaglia anche mia. Il proprietario dell’ostello diceva che avrei rischiato l’arresto, che ambulanze della polizia morale portavano via le ragazze. E un pomeriggio avevamo avuto paura vedendo una folla di persone in fuga dagli spari e dai lacrimogeni della polizia. Appena ho potuto mi sono spostata a Teheran con Louis e gli altri, per lasciare l’Iran nei giorni successivi”.

La sera dell’arresto, il 28 settembre, stava festeggiando il suo 30° compleanno...

“Eravamo in una zona tranquilla della capitale e avevamo prenotato un’”escape room”, il gioco di squadra in cui devi risolvere vari enigmi per evadere da una stanza. All’ingresso alcuni uomini ci hanno fermati e ammanettati, sequestrandoci gli zaini. Sembrava tutto così assurdo che ho pensato fosse l’inizio del gioco, architettato per sorprenderci. Invece ci hanno portato via dicendo che era un controllo”.

Quando si è resa conto di essere nel carcere di Evin, nel settore 209 dei prigionieri politici?

“Quella notte mi hanno fatto mettere una benda rossa sugli occhi e interrogato, sbirciando per terra vedevo i mocassini neri dell’uomo che mi aveva portato lì. Mi chiedeva perché ero in Iran, urlava che dovevo collaborare ma io ripetevo di essere solo una viaggiatrice. Mi ha offerto un bicchiere d’acqua che mi ha fatto girare la testa e perdere i sensi. Poi mi hanno chiuso in una cella, per terra, con altre sette donne”.

Com’erano le sue giornate?

“Infinite perché potevo solo guardare il muro, non mi davano libri come alle altre. Molte compagne mi davano della spia, solo con alcune ho avuto momenti di complicità. Evin è un luogo disumano, sporco, puzzolente. Dormi per terra, hai 5 minuti d’aria il martedì e il giovedì, una doccia alla settimana, una turca con escrementi che nessuno puliva. Il cibo era poco e rivoltante. Si sentivano le urla delle persone torturate. E dopo un attacco di panico hanno iniziato a darmi psicofarmaci, il numero e il colore cambiava ogni sera ma almeno riuscivo a dormire”.

Nel libro racconta di aver urlato e protestato spesso durante la prigionia: non temeva per la sua vita?

“Un terrore simile non l’avevo mai provato ma non sono una che abbassa la testa. Battevo i pugni sulla porta gridando che volevo telefonare a mia madre. Ho pure tirato le ciabatte addosso a una carceriera particolarmente crudele. Ero devastata all’idea che i miei non avessero notizie. Solo dopo un mese mi è venuta l’idea di fare uno sciopero della fame e finalmente mi hanno fatto chiamare casa”.

La liberazione è stata una sorpresa, dopo tutto questo?

“Assolutamente. Quando mi hanno portato fuori in auto, ero convinta di essere trasferita in un’altra prigione. Neppure vedendo l’aeroporto mi è parso vero di essere libera e di tornare a casa. Non finivo più di ringraziare gli uomini dei servizi segreti, l’ambasciatore Giuseppe Perrone e il suo collaboratore David Balloni. Ero così confusa che ho fatto la doccia con addosso i pantaloni nuovi che mi avevano portato. L’ultima beffa è arrivata dal Ministro iraniano degli affari esteri, che è venuto a salutarmi e ha detto: “Spero che tu sia stata bene in Iran”“.

Ha iniziato a viaggiare sette anni fa, nel 2016, e ha continuato quasi ininterrottamente. Che cosa l’ha spinta?

“La noia della vita che avevo a Roma e il sogno di andare in Australia. Ci sono rimasta due anni, ho girato altri 50 Paesi, dal Centramerica al Pakistan, che è stata l’esperienza più bella. Poi ho smesso di contarli. Mi sono mantenuta facendo la travel planner per altri”.

Ha girato in posti sperduti con la moto o in tenda. Ha incontrato altre ragazze in solitaria?

“Tedesche e francesi sì, italiane mai. Faccio amicizia più facilmente con i ragazzi forse perché sono spericolata, preferisco l’autostop allo shopping nei bazar. Anche da bambina, mai giocato con le bambole, semmai con rane e coccinelle. Cercavo di costruire casette sugli alberi e macchine di legno a pedali. E sono sempre stata in cerca di emozioni forti. Il pericolo mi attrae”.

Qualcuno direbbe che se le va a cercare...

“Pazienza, non si può piacere a tutti”.

Ci sono altri luoghi dove ha rischiato e avuto paura?

“Sulla via dei narcos in Messico, ma il mio fidanzato di allora era più spaventato di me. Dai deserti Sonora e Chihuahua fino a Sinaloha, abbiamo visto scene da film. I trafficanti passavano sui pickup coi passamontagna e le mitragliatrici. Una sera ce le hanno puntate addosso temendo che lui, un danese biondo con gli occhi azzurri, fosse un qualche agente americano”.

Quest’estate è ripartita per il Perù. Qualcosa è cambiato?

“Sono cambiata io. Prima viaggiavo tutto l’anno e tornavo solo a Natale. Ora ci sono anche altre cose nella mia vita. Sto prendendo il brevetto da paracadutista, vicino a Roma, e condivido il brivido con nuovi amici di tutte le età. Forse scriverò altre storie. Ne ho raccolte tante, nei miei viaggi. A volte esponevo un cartello: “Offro 1 euro a chi mi racconta la sua vita”“.

Come ripensa oggi alla disavventura in Iran?

“In qualche modo ringrazio che mi sia successa”.

Perché ne è uscita, però...

“Certo. Però nel silenzio, nella solitudine e nel terrore pensi cose che non avresti immaginato. Ora sento che non posso sprecare un minuto né farmi guidare dalla paura. Anche se la mia libertà non sarà mai completa finché altri, in Iran o in altri Paesi, non avranno lo stesso diritto”.