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di Alessandro Trocino

Corriere della Sera, 16 gennaio 2025

“Ancona, 5 gennaio 2024, Matteo Concetti di 23 anni si impicca in una cella di isolamento nel carcere di Montacuto. Matteo soffriva da tempo di gravi problemi psichiatrici”. Comincia così l’interminabile preghiera laica di Riccardo Arena, pubblicata il 9 gennaio durante “Radio carcere” su Radio Radicale. Trentacinque minuti dopo finisce con questa frase: “Novanta vite spezzate, nelle mani dello Stato”. Novanta nomi, ridiventati persone, novanta “compagni e compagne” che ha deciso di ricordare con una lunga e dolorosa Spoon River, recitata con pathos e affanno sulle note cupe del Requiem di Mozart. Trentacinque minuti che andrebbero trasmessi a reti unificate, perché meglio di molti saggi e articoli raccontano il baratro di invisibilità nel quale precipitano, anche da morti, i reclusi delle carceri italiane. Fantasmi, che si uccidono nei modi più strazianti: impiccandosi con le lenzuola, annodate alle sbarre della finestra, ma persino al termosifone; stringendosi il collo con i lacci delle scarpe o la cintura (che non potrebbero avere); inalando il gas dei fornelletti da cucina; ingoiando chiodi, pile, carta igienica.

Arena ha una storia particolare. Avvocato, esercita nello studio Siracusano, Siniscalchi e Bovio fino a 34 anni. Poi decide di smettere, finisce a Radio Radicale e lì inventa una trasmissione - Radio Carcere - che scrive, conduce, monta e manda in onda, il martedì e il giovedì, ormai da 24 anni. One man show. Uno dei pochi, dei pochissimi, che si occupano a tempo pieno dei temi della giustizia e del carcere. Con lui parliamo della sua storia ma soprattutto proviamo a ragionare sullo stato disastroso dei nostri istituti e sulle condizioni dei detenuti.

Lasciare la professione non deve essere stata una scelta facile...

“No, è stato doloroso. Lo studio era un ambiente molto bello e anche dal punto di vista economico non ci ho guadagnato ad andarmene. Ho sempre vissuto questo abbandono come una cosa temporanea, una sospensione. Ho mantenuto la mentalità da avvocato. Direi che oggi sono un meticcio, un po’ legale e un po’ giornalista”.

Come è venuta l’idea di Radio Carcere?

“Parlando con i colleghi, davanti a una birra. Ci siamo detti che mancava un programma del genere. Io ero finito a fare l’archivista a Radio Radicale. Un giorno salgo su da Bordin e lui mi dice: “A Ricca’, che stai a fa’ qua?”. Gli spiego l’idea. Massimo, come ci manca, è stato il primo a capire la logica del programma e ad appoggiarlo. Ne abbiamo parlato a Marco Pannella, che ha dato il via libera”.

L’idea era quella di un programma garantista?

“La parola non ci è mai piaciuta. Ne parlai a lungo in trasmissione proprio con Bordin, che poi ne scrisse, citando Sciascia: “Mi ripugna quando mi sento dire che sono un garantista. Io non sono un garantista: sono uno che crede nel diritto, che crede nella giustizia”“.

A un certo punto di quella straordinaria “preghiera laica”, lei dice che servirebbe una giornata della memoria per i detenuti...

“Sì, se non fossero un po’ stucchevoli e non ce ne fossero già troppe, bisognerebbe istituire una Giornata nazionale dei suicidi in carcere. Ma non solo dei suicidi”.

Perché?

“Perché la pena disumana e degradante rovina la vita anche a chi non si suicida. Sembra una cosa desueta, ma lo Stato è responsabile di queste vite. È l’abc: puoi togliere la libertà, ma deve essere garantito il diritto alla salute, all’alimentazione, alla dignità. C’è gente che finisce in carcere dopo 15 anni dalla commissione del reato e intanto si è rifatta una vita. Lo sa chi sono i liberi sospesi?”.

Ce lo spieghi...

“Sono quelli che essendo stati condannati a una pena entro i quattro anni hanno chiesto una misura alternativa e non ottengono una risposta, per anni. Sei in libertà ma la tua vita è sospesa. Da un momento all’altro il magistrato può rispondere no e finisci in carcere. Nel nostro Paese, calcoli del ministro Nordio, sono 96 mila. Ma probabilmente sono molti di più”.

La certezza della pena...

“Un equivoco. La prima certezza che hai è quella dei trattamenti disumani e degradanti. La seconda considerazione è che la certezza della pena viene declinata di solito come certezza del carcere. Ma la Costituzione non parla mai di prigione, parla di “pene”. Lo capirebbe anche un bambino che la pena si deve scontare. Non c’è bisogno che diventi uno slogan”.

E poi, perché resti viva la speranza, che in carcere è l’unico farmaco salvavita, occorre che la pena sia dinamica...

“Esatto. Non può essere statica, ma cambiare in relazione al comportamento dei detenuti. Ma il sistema è così ingolfato che non si riesce più a operare nessuna distinzione. E così continuiamo in una situazione di paralisi che spreca una montagna di soldi. Sa quanti?”.

Quanti?

“Ogni anno lo Stato spende per le carceri e i detenuti tre miliardi e mezzo di euro”.

Quest’anno festeggeremo i 50 anni dell’Ordinamento penitenziario...

“C’è poco da festeggiare, mi sembra più un funerale. È un’ottima legge, sacrosanta, ma applicata solo all’uno per cento. La Spagna ce l’ha copiata, ma l’ha anche applicata. E ora le loro carceri, magari non saranno come quelle danesi, ma sono molto migliori delle nostre. Perché prevedono un trattamento individuale, personalizzato”.

La premier, come soluzione, pensa di costruire 7 mila posti in tre anni. Che, peraltro, non bastano già ora, visto che il sovraffollamento è a quota 15 mila...

“Una soluzione che non risolve nulla. Il sovraffollamento è importante ma ci sono altri fattori: il personale, gli educatori, la tipologia del trattamento, l’organizzazione, le attività”.

La sinistra ha più sensibilità?

“A sinistra hanno responsabilità enormi su questo fronte. Nel 2006 si fece l’indulto e non l’amnistia. I giudici erano costretti a fare processi con una pena già indultata. Anna Finocchiaro mi chiamava disperata, dicendo: i miei non mi seguono. Gli stati generali di Orlando del 2019 non furono approvati perché, come fece capire Gentiloni in tv, altrimenti il Pd avrebbe perso le elezioni”.

In carcere, si dice spesso, regna l’impunità...

“Non paga mai nessuno. C’è una responsabilità frammentata, come dice il professor Tullio Padovani. Come succedeva con i nazisti, che rispondevano: io mi limitavo a far scendere gli ebrei dal treno, io facevo la manutenzione dei campi, io solo le visite mediche”.

Com’è cambiato il carcere da quando ha iniziato a condurre il suo programma?

“Non è cambiato. È rimasto duro, disumano, degradante. Sono cambiati i detenuti. Prima c’erano i mafiosi, i terroristi, i banditi. Li potevi sbattere in cella e non gli faceva un baffo. Ora entra più fragilità che criminalità. Un carcere così rappresenta un colpo di grazia per chi è in difficoltà. Così mi spiego l’aumento dei suicidi”.

Il carcere come “discarica sociale”...

“Ha notato che non si parla più di welfare? È una parola passata di moda. Prima c’era persino un ministero con quel nome. L’abbandono delle politiche sociali ci sta facendo tornare al carcere seicentesco, quando c’erano rinchiusi malati di mente, gente senza casa, disperati. Proprio come oggi”.

Perché il carcere sembra non interessare a nessuno? Né ai politici, né alla gente comune?

“C’è stato un lento corrodere delle coscienze collettive. Come una ruggine che si è formata già 30 anni fa. Con Mani Pulite ci si è accorti per la prima volta del carcere, perché c’erano finiti i colletti bianchi. C’è stato un declino delle coscienze, favorito dai politici e anche dai giornalisti”.

Si riponevano molte speranze nell’arrivo di Nordio come Guardasigilli. Com’è andata?

“Molto male, ha disatteso tutte le aspettative. Ricordo che poco prima di salire al Quirinale dava interviste spiegando che era per la depenalizzazione. Il suo primo atto è stato l’istituzione di un nuovo reato, il rave, primo di tanti”.

O cambiava lui o lui cambiava il Governo...

“Evidentemente ha deciso di cambiare lui. Forse l’ambizione di diventare ministro e il prestigio del ruolo lo hanno agevolato in questa metamorfosi. Lo conosco da tanti anni e per questo lo dico con affetto e tristezza. Mi sembra un ministro arreso, che ha abdicato al suo ruolo”.

Lei riceve molte lettere dai detenuti...

“Ho sei piani di faldoni pieni di lettere. In una delle ultime mi ha scritto una donna che è stata in carcere con il suo bimbo. Mi raccontava che non solo piangeva, quando si chiudeva il blindo, ma che ha imparato il gergo carcerario. Ora non dice più alla mamma: usciamo. Le dice: portami all’aria. È terribile”.

È incredibile che ci siano ancora bambini in carcere. Con la nuova legge, anche le donne incinte possono restarci...

“È una vergogna che ci trasciniamo da 20 anni. C’è la vergogna della detenzione e poi quella della separazione. A tre anni i bambini devono uscire: quindi devono abbandonare la madre e non capiscono. Danno la colpa a lei per la separazione”.

Cosa si può fare?

“I bambini non devono entrarci in carcere. La soluzione alternativa l’ha trovata Luigi Pagano, l’ex direttore, che si è inventato l’Icam: una sezione di San Vittore fuori dal carcere, in un appartamento. Lo chiamai “il miracolo a Milano”. Altri l’hanno seguito, ma restano molte le donne con bambini rinchiusi in cella”.

Nessuno sembra volere l’amnistia. È una soluzione vera?

“Non capisco l’ostilità. Serve un patto trasversale tra i partiti sull’esecuzione penale. Bisogna agire su due piani, quello immediato del sovraffollamento, attraverso l’amnistia e l’indulto, e quello delle riforme a medio e lungo termine. Solo così se ne esce”.

Siamo a un anno dalla sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto all’affettività e alla sessualità. Cos’è successo da allora?

“Niente. Non si è mossa una paglia. A Rebibbia ci sarebbe un luogo per fare colloqui, la casetta rossa costruita da Renzo Piano. Ma non fanno nulla, perché dicono che serve un’uniformità di trattamento. La Corte, invece, parlava di gradualità. E invece niente, non si muove nulla”.