di Filippo Facci
Libero, 8 febbraio 2021
L'ex onorevole di Fi: "Il Parlamento è molto scaduto. I tecnici? Bisogna vedere se li fanno lavorare. Cancellare la riforma della prescrizione, sfoltire il Codice e... più competenza". L'avvocato Raffaele Della Valle, 81 anni, è uno dei più grandi penalisti d'Italia. Tra i fondatori di Forza Italia, dopo una breve esperienza politica è tornato all'avvocatura nel 1996.
Avvocato Della Valle, lo farebbe il ministro della Giustizia nel governo Draghi?
"No"
Come no?
"No. Credo che non sarei all'altezza"
Non sarebbe... all'altezza? Ma ha presente il ministro uscente? La prima volta che intervistai Raffaelle Della Valle fu esattamente trent'anni fa, e la cosa che è cambiata meno, in questo tempo, è la giustizia italiana. Per chi venisse da Marte: Della Valle è uno dei più celebri penalisti italiani e negli anni Ottanta divenne noto per il caso di Terry Broome e naturalmente per il caso di Enzo Tortora, in cui chiunque intravede una preistoria dell'era attuale: nel senso che la giustizia fa schifo uguale, oggi, nonostante sia cambiato un Codice Penale e tante altre cose, all'apparenza. Politico a tempo perso nel Partito Liberale, fu tra in fondatori di Forza Italia e divenne capogruppo alla Camera e segretario della medesima, questo prima di lasciare repentinamente ogni incarico istituzionale e tornarsene al suo studio nel centro storico di Monza. Oggi ha 81 anni, ha ancora tutti i capelli e frequenta il Tribunale - dice - da 77 anni.
Com'è possibile? Faceva l'avvocato a quattro anni?
"Sono figlio di una casalinga pavese e di un magistrato partenopeo. Quando mio padre divenne pretore a Monza, la nostra abitazione era dentro il Palazzo di Giustizia. La professione la svolgo da 58 anni".
E non ha sufficiente esperienza per fare il ministro?
"No, ma è bello che me lo chiediate".
Cioè: domani le telefona Draghi e lei che cosa risponde?
"Mi accerterei che non fosse Scherzi a parte o Striscia la notizia. Non fosse così, risponderei che fare il Guardasigilli è un'attività manageriale che implica soprattutto capacità di fare organizzazione, coordinamento, dettare una linea, rapportarsi a una squadra di collaboratori capaci che non si possono improvvisare. Il ministero è una struttura che ti fagocita, io sono più individualista".
Ma non glielo chiesero già nel 1994 e dintorni?
"Se n'era parlato, in ogni caso non andò in porto".
Poi Lei nel 1996 tornò all'avvocatura. Si dice che non volle più fare il deputato perché guadagnava troppo poco.
"Non è proprio così. È vero che il mio studio era una grossa macchina che si era fermata: non coprivo più neanche le spese anche perché andavo a Roma la domenica sera e tornavo il venerdì, mi chiamavano il monaco del Parlamento. In studio non avevo ancora, come dal 2001, l'apporto dei miei due figli. Ma ero anche deluso da una politica che mi sembrava una fatica di Sisifo, bastava mezzo emendamento per mandare all'aria mesi di lavoro. Ti ritrovavi di continuo a confronto con gente incompetente. Ciò non toglie che ancor oggi ringrazio Silvio Berlusconi per avermi dato questa possibilità. Però oggi dico, soprattutto ai giovani: in Parlamento non stateci più di cinque anni, quello è un altro mondo, una dimensione a parte".
Oggi molti parlamentari non hanno neanche un mestiere a cui tornare. Per i manager più capaci e affermati, viceversa, il Parlamento sarebbe una diminutio.
"In Parlamento dovrebbe andare solo gente già affermata. Invece, così, finirà che ci andranno solo poveracci col reddito di cittadinanza o ricchi sfaccendati. Occorrerebbe rialzare il livello, la volontà di partecipazione, non limitarsi ad alzare il pollice a comando o fare il pigiabottoni. Servirebbe cuore e cervello. Oggi un amministratore di una grande azienda guadagna anche 30 o 40mila euro al mese: pensi se dovesse diventare l'amministratore di un'azienda che si chiama Italia. Per questo favorirei una scuola specifica per favorire un mestiere specifico: non è che conoscere il codice di procedura penale sia sufficiente per fare il ministro della Giustizia".
E Bonafede?
"Bonafede... capisco, per l'amor del cielo. Bisognerebbe tornare coi piedi per terra e comprendere i propri limiti. Oggi sono convinto che se si chiedesse a cento italiani se andrebbero a fare il presidente degli Stati Uniti, in buona parte risponderebbero subito di sì. È pieno di ragazzotti che vogliono guidare un Jumbo. Il Parlamento è molto scaduto, e anche i cosiddetti tecnici bisogna vedere se li faranno lavorare".
Che cosa consiglierebbe di fare, in primis, a un nuovo ministro della Giustizia?
"È tanto se avrà il tempo di cancellare la disgraziata riforma della prescrizione, quella che ti lascia sub judice sine die, sotto il giogo della giustizia per una vita".
E che allunga ancor di più i tempi. Lei che cosa farebbe per abbreviarli?
"C'è da sfoltire il Codice e depenalizzare. Io partecipai alla Commissione Nordio, a questo finalizzata, e facemmo un lavoro bellissimo, fatto da 25 specialisti. Introducemmo anche i reati ambientali. Poi seguì la Commissione Pisapia. Gente competente, non come oggi che passi in tv e diventi ministro".
Ma gli avvocati hanno interesse a depenalizzare?
"In generale no. A Monza all'inizio eravamo in 99 e c'erano ancora grandi aziende, un sacco di gran lavoro. Oggi a Monza ci sono tremila avvocati che devono inseguire reati bagatellari o difendere extracomunitari. Anche la nostra categoria va riformata, bisogna favorire una selezione più rigida e avere il numero di legali che hanno Francia e Inghilterra. La soglia di preparazione va elevata".
Altre cose da fare?
"Potenziare gli uffici. Manca il personale, gli ausiliari, le strutture. Ci sono le aule da rifare: ora, da certe, se ne potrebbero ricavare dieci. Poi bisognerebbe limitare le possibilità di impugnazione, mettere dei limiti ai ricorsi dilatori in Appello e in Cassazione. Io poi di Cassazioni ne farei tre: una al Nord, una al Centro e una al Sud, come prevedeva anche il Codice Zanardelli (in vigore nel Regno d'Italia dal 1890 al 1930, ndr). Oggi molti dei migliori magistrati non sono disposti a piantare tutto per trasferirsi nella Capitale: così al Palazzaccio senti solo accenti romani o napoletani".
È vero che i magistrati lavorano poco?
"Lavorano male, hanno carichi enormi per i citati motivi. Poi ci sono collegi giudicanti troppo nutriti, ci vorrebbero più giudizi monocratici. In primo grado sono in tre, già in Appello potrebbero essere meno. I giudici a latere potrebbero fare altro".
La madre di tutte le riforme da fare?
"La separazione delle carriere tra pm e giudice, come dico da più trent'anni e come diceva anche Paolo Barile (celebre costituzionalista, ndr). Non sto neanche più a spiegare perché sarebbe necessaria: come in ogni luogo di lavoro, anche negli uffici giudiziari fra colleghi nascono amicizie, complicità e talvolta si intrecciano storie personali. È chiaro che parleranno anche di fascicoli, inquisiti e imputati. Ma non basterebbe neppure la separazione delle carriere, probabilmente. La verità è che siamo tornati al Medioevo".
Per il tradimento sostanziale del nuovo Codice? Io, trent'anni orsono, feci in tempo a intervistare Giandomenico Pisapia, padre di Guliano e relatore del Nuovo Codice; mi disse testualmente: "È il processo che è pubblico, non le indagini".
"Oggi accade esattamente il contrario. I processi, dove la prova dovrebbe formarsi, non li segue più nessuno. Un tempo le aule erano gremite, oggi la gente si è già preconfezionata una propria sentenza, i processi li hanno già fatti sulla stampa, in quei terribili programmi in tv. Ma c'è altro. Il Medioevo è nelle misure di prevenzione, in procedimenti impostati dal principio in base a indizi e sospetti, con misure cautelari, sequestri, confische. Le procure distrettuali antimafia, in particolare, hanno un potere che rispetto alle procure ordinarie è megagalattico: dai trojan ai droni, sono in condizione di mettere in soggezione anche i giudici ordinari. Ci sono un pugno di procure che praticamente conoscono i fatti privati delle prime dieci/dodici città d'Italia, lo strapotere e l'invasività dell'accusa è devastante. Intanto i parlamentari continuano ad alzare le soglie di reato e a cancellare le misure di affidamento: e ben vengano le condanne ben istruite, ma in questo modo, per non rischiare, finisce che un patteggiamento (sostanziale adesione alle tesi dell'accusa, ndr) deve accettarlo anche chi è o si ritiene innocente. È chiaro che più alzi l'asticella delle pene, più l'avvocato diventa inutile".
E noi giornalisti, in tutto questo?
"Andreste riformati anche voi, non so come. In maggioranza siete succubi dei pm, contanti saluti alla difesa. Oggi pontificate in tv come fanno, pure, alcuni magistrati: ai miei tempi non avrebbero osato. Un tempo non esistevano neppure le conferenze stampa dell'accusa, dove peraltro gli avvocati non vengono invitati". Lei ha continuato a fare l'avvocato e vuole continuare a farlo. Perché, in due parole? "Perché voglio continuare a essere un uomo libero".










