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di Giorgia Linardi

La Stampa, 28 febbraio 2026

A tre anni dalla strage di Cutro, che ha ucciso 94 persone, ancora risuona quel “mai più” ipocrita, pronunciato dal governo che ha usato anche quella tragedia per giustificare l’ennesima stretta sulla migrazione. Oggi succede lo stesso, di nuovo. Mentre il Mediterraneo restituisce i corpi delle presumibili oltre mille vittime del Ciclone Harry, il governo annuncia un disegno di legge che, recependo le norme del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, di fatto smantellerà il già precario sistema di accoglienza italiano: riducendo l’accesso alla protezione e trasformando le nostre frontiere in veri e propri avamposti militari di smistamento sforzato di persone di cui sbarazzarsi il prima possibile, attraverso accordi con Paesi extra-Ue definiti “sicuri” su una lista stilata a Bruxelles.

La dinamica è ormai sistematica e paradossale: più persone muoiono in mare, più il governo detta chiusura e respingimento. La priorità non è mai proteggere chi rischia la vita in mare, ma rafforzare i confini. E così, si normalizza l’idea che la sicurezza coincida con l’allontanamento, anche quando questo comporta violazioni dei diritti fondamentali. Come accaduto due giorni fa, quando la società civile ha testimoniato le autorità italiane rendersi complici dell’ennesimo respingimento illegale in Libia. Un aereo italiano avrebbe segnalato alle autorità libiche la presenza di persone in mare, consentendone la cattura e il ritorno forzato in un Paese dove torture e detenzioni arbitrarie sono ampiamente documentate. Ciò nella cornice di un accordo politico che rende ordinaria amministrazione la violazione del divieto di respingimento sancito dal diritto internazionale.

E mentre silenzio e inerzia continuano a connotare la (non) risposta del governo alle inaccettabili morti in mare, il frastuono della propaganda politica ancora una volta strumentalizza la migrazione per manipolare l’opinione pubblica e distrarla dal vuoto di gestione del Paese. Come accaduto con la decisione del Tribunale di Palermo sul caso Rackete, con il riconoscimento del risarcimento a Sea-Watch, trasformata in un’arma retorica in vista del referendum sulla magistratura. Si alimenta l’idea di giudici “contro il governo” per coprire un dato semplice: soccorrere persone in pericolo è un dovere protetto dal diritto internazionale, che sta ben al di sopra di norme nazionali create ad hoc per comprimere i diritti, e alle quali è legittimo, anzi, doveroso, disobbedire.

Lo stesso cortocircuito si ritrova nelle deportazioni in Albania, riprese in questi giorni dopo mesi di stallo in conseguenza delle condanne della magistratura. Tra i deportati c’è anche il compagno di cella di Simo Said, il ragazzo di 25 anni morto nel Cpr di Bari, “di morte naturale”, dicono: imbottito di psicofarmaci. Che ci si voglia nascondere qualcosa? Il Piano Albania si rivela così ancora una volta mezzo di evasione dallo Stato di diritto. Ma uno Stato di diritto non misura la propria forza nella tutela dei confini, ma delle persone che si collocano dentro e ai margini di quei confini. L’attacco ai migranti è il laboratorio di una progressiva compressione dei diritti che finisce per riguardare tutti. Questa settimana è diventato legge il nuovo decreto sicurezza, che amplia i poteri delle forze dell’ordine e restringe gli spazi di espressione del dissenso. Più repressione significa meno libertà ed evitare di affrontare le cause reali del disagio e delle disuguaglianze nel Paese. Davanti a povertà, precarietà lavorativa, crisi dei servizi di base come educazione, sanità e diritto alla casa - che hanno fatto emigrare tre volte più italiani di quanti migranti siano arrivati qui negli ultimi due anni - si punta tutto sul vuoto dei confini piuttosto che sulle persone: preoccupante segnale di arrogante incapacità politica.