di Simona Musco
Il Dubbio, 17 novembre 2025
“Bene così!”, twitta entusiasta Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, il cui spirito, per quanto traslocato nella sede di un altro ministero, sembra ancora radicato nel Viminale. La causa di questa esultanza è una notizia che rimbalza rapidamente sui suoi social: l’arresto di una donna di 24 anni, di origine slava, accusata dalla procura di Venezia di borseggiamento. Una donna incinta, per di più. Il post, accompagnato da un simbolico applauso virtuale, non manca di mostrare l’immancabile immagine a corredo di tutti i suoi tweet: una foto, realizzata con intelligenza artificiale, che ritrae il pancione di una donna, mentre la stessa tiene in mano un portafogli e un cellulare, quasi esibendoli con fare provocatorio.
Un’immagine che non lascia spazio a interpretazioni: parla direttamente alla pancia - quella vera - di un elettorato leghista che si nutre di paura e di ordine, soprattutto quando si tratta di stranieri e comportamenti devianti.
La vicenda si inserisce nel quadro del decreto Sicurezza, approvato con rapidità mentre la discussione era in corso al Parlamento, e che ha modificato, tra le altre cose, anche le modalità di detenzione per le donne in gravidanza o con figli minori di un anno. Il decreto, in effetti, ha introdotto l’obbligo - e non più la facoltà - di eseguire la custodia cautelare in strutture di custodia attenuata per queste donne, limitando di fatto le possibilità di ricorrere a misure alternative alla detenzione. Tuttavia, il giudice conserva comunque la discrezione di valutare l’interesse preminente del minore, anche in caso di condotte particolarmente gravi da parte della madre. Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, aveva commentato il decreto dichiarando: “Non vogliamo penalizzare le donne incinte, ma non possiamo tollerare che la condizione di maternità venga strumentalizzata per compiere reati, come nel caso delle borseggiatrici”. E la 24enne arrestata a Venezia, secondo Salvini, rappresenta proprio il paradigma di tale abuso.
Le reazioni, tuttavia, non si sono fatte attendere. Sandro Ruotolo, membro della segreteria nazionale del Partito democratico, ha condannato con fermezza il tweet di Salvini: “Se ne vanta sui social il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, - dice Ruotolo - di aver mandato in carcere una borseggiatrice incinta, arrestata a Venezia nonostante lo stato di gravidanza. Sa che esistono le misure alternative alla detenzione, previste proprio per tutelare la maternità e i diritti dei minori? Che futuro avranno quei bambini?”. Un interrogativo che pone in luce la contraddizione di un sistema che, pur invocando la sicurezza e l’ordine, rischia di sacrificare la protezione dei più vulnerabili: i bambini.
Nel frattempo, dentro la Lega, è una vera e propria festa. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari e quello all’Interno Nicola Molteni rivendicano con orgoglio il successo della linea dura voluta dal loro partito.
“Le norme volute dalla Lega - commentano - funzionano. Avanti con decisione contro il detestato fenomeno dei borseggi. La Lega - aggiungono - ha già depositato una proposta per ripristinare la procedibilità d’ufficio in tutti i casi di furto con destrezza e che fa parte del pacchetto pronto per il nuovo provvedimento che il governo adotterà sulla sicurezza. Ciò consentirà alle forze dell’ordine e alla magistratura di intervenire in modo più rapido ed efficace, senza costringere le vittime a presentare querela o a sostenere adempimenti burocratici”.
Anche Paolo Siani, medico e parlamentare del Pd, ha commentato l’arresto e la successiva esultanza di Salvini. “Senza fare sconti di pena a nessuno e senza lasciare impunite le donne che commettono reati - ha dichiarato Siani - è fondamentale che si rispetti l’interesse supremo del minore, come sancito dall’articolo 3 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che l’Italia ha ratificato. Questo principio deve guidare ogni istituzione, tribunale e autorità pubblica, nell’adottare misure che tutelino appieno i diritti dei bambini”.
L’appello di Siani richiama la necessità di garantire una giustizia che non calpesti i diritti fondamentali dei minori, anzi, che li metta al primo posto. Non solo le voci politiche si sono alzate contro l’iniziativa: anche il Massimario della Cassazione, con una relazione che poi è finita sotto il mirino della politica, aveva già evidenziato i rischi di un provvedimento che potrebbe ledere i diritti del minore, violare la Costituzione e le convenzioni internazionali, nonché discriminare le donne più vulnerabili.
La preoccupazione è quella di un ritorno a un modello punitivo, che sacrificando la funzione rieducativa della pena, minaccia di indebolire la protezione del legame madre-figlio, il quale dovrebbe rimanere, nonostante tutto, un pilastro imprescindibile del nostro sistema giuridico.
In questo scenario, la sicurezza appare come un concetto sfocato e ambiguo: una promessa di ordine che, però, rischia di compromettere i diritti delle persone più deboli. E mentre il governo di Salvini e compagni gongola, la società civile, i giuristi e i progressisti si interrogano se, davvero, la “sicurezza” debba passare attraverso una violazione dei diritti umani e la criminalizzazione di chi, per legge, dovrebbe essere protetto.









