di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 8 settembre 2026
Raddoppiano i detenuti tra i 18 e i 20 anni. Crescono gli ingressi dei minori negli Ipm. E quindi i trasferimenti dei maggiorenni. Ma gli istituti ordinari non sono attrezzati. Sale la presenza straniera: “Lasciati soli”. Dopo oltre quindici anni di progressiva diminuzione, i giovani adulti stanno tornando nelle carceri italiane. L’aumento riguarda soprattutto i giovanissimi tra i 18 e i 20 anni, una fascia d’età che si colloca in una zona di confine tra il sistema penale minorile e quello ordinario. I dati del Ministero della Giustizia, elaborati dall’associazione Antigone, mostrano come, dal 2005 fino al 2020, la presenza dei giovani in carcere fosse diminuita costantemente. Nel 2005 i detenuti tra i 18 e i 24 anni erano oltre 6.200 e rappresentavano circa il 10-11% della popolazione detenuta.
All’inizio degli anni 2020 erano poco più di 3.200, circa il 6% del totale. Nello stesso periodo il carcere italiano è progressivamente invecchiato: i detenuti con più di 45 anni sono passati da 14 a oltre 22 mila. Tra il 2021 e il 2022 si registra il punto più basso della presenza giovanile. Da quel momento la tendenza si inverte. Tra il 2022 e il 2025 i giovani adulti detenuti aumentano di circa il 28%, una crescita superiore a quella dell’intera popolazione carceraria, che nello stesso periodo si ferma attorno al 17%. L’elemento più significativo riguarda però la composizione di questo aumento. La fascia tra i 21 e i 24 anni cresce in misura relativamente contenuta, passando da 2.739 detenuti nel 2021 a 3.173 nel 2025.
A raddoppiare quasi completamente sono invece i detenuti tra i 18 e i 20 anni: da 523 a 1.021 persone in appena quattro anni, con un incremento del 95%. Una dinamica che può essere letta anche alla luce dell’aumento degli ingressi negli istituti penali per i minorenni, cresciuti da 713 nel 2020 a 1.197 nel 2025, e della possibilità di trasferire i neomaggiorenni negli istituti per adulti. I trasferimenti dagli Ipm alle carceri ordinarie sono passati da 105 nel 2022 a 195 nel 2025. Un’altra caratteristica rilevante riguarda la composizione per nazionalità. Tra i detenuti più giovani la presenza straniera è nettamente superiore rispetto alla media del sistema penitenziario. Nel 2025 gli stranieri rappresentano il 31,7% della popolazione detenuta complessiva, ma salgono al 57,5% tra i 18 e i 20 anni e al 47,7% tra i 21 e i 24 anni.
Particolarmente significativa appare inoltre la presenza di minori stranieri non accompagnati che, dopo un percorso nel sistema dell’accoglienza, entrano successivamente nel circuito penale. La distribuzione territoriale evidenzia, inoltre, due modelli differenti di incarcerazione giovanile. Nel Centro-Nord il fenomeno è fortemente caratterizzato dalla presenza migrante, mentre nel Mezzogiorno prevalgono giovani provenienti dalle comunità locali. In regioni come Emilia- Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana la quota di stranieri tra i detenuti di 18-20 anni supera spesso l’80%. Ma perché ci sono più giovani in carcere? Un recente rapporto di Save the Children evidenzia un aumento dei loro reati. I ragazzini denunciati, o arrestati, per porto abusivo d’armi nell’ultimo decennio siano schizzati da 690 nel 2014 a 1.946 nel 2024.
Sono cresciute le segnalazioni anche per altri tipi di reati nei minori tra 14 e 17 anni: rapine, passate da 1.921 nel 2014 a più del doppio nel 2024 (3.968); lesioni personali, da 1.921 a 4.653; risse, da 433 a 1.021; e minacce, da 1.217 a 1.880. Tra le questioni principali, secondo Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, c’è l’alta presenza tra le sbarre di minori non accompagnati: “Il numero dei minori stranieri presenti in Italia dalla pandemia in poi è cresciuto, ma il fondo per la loro accoglienza è diminuito, e sono stati adottati meccanismi che rendono più difficile per gli enti locali coprire la parte di costi di propria competenza.
Il risultato è che sono molti di più, rispetto al passato, i ragazzi che finiscono per strada. È dunque prevedibile che crescano sia la devianza sia la loro presenza in Ipm”. Inoltre, una volta in carcere, “i giovani adulti - conclude Scandurra - necessiterebbero di percorsi educativi, formativi e trattamentali particolarmente efficaci, analoghi a quelli previsti nel sistema minorile. Tuttavia, negli istituti ordinari il rapporto tra educatori e detenuti è più sfavorevole e le opportunità di accompagnamento risultano spesso limitate”.
Un problema, quello dei minori stranieri nei penitenziari, che conosce bene Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale marocchina e presidente dell’associazione Pantagruel che lavora in carcere, soprattutto a Sollicciano (Firenze): “Abbiamo fallito con questi ragazzi. Molti sono arrivati da minorenni, a 15 o 16 anni, sani, forti, con la speranza di aiutare la propria famiglia. Poi li ritroviamo a 19 o 20 anni in carcere, spesso con dipendenze, problemi psichiatrici e autolesionismo. Troppo spesso, compiuti i 18 anni, questi ragazzi vengono lasciati soli”. La soluzione? “Servono più tutori. Un ragazzo che esce da una comunità a 18 anni non può essere considerato autosufficiente”.









