a cura di Ornella Favero*
Il Riformista, 8 giugno 2024
Due testimonianze “esemplari” che raccontano come la pena “cattiva” produca altro male, nonostante in tanti vorrebbero farci credere che più carcere equivalga a maggiore sicurezza. “Se non ti viene nemmeno data l’opportunità di migliorare, come puoi credere tu stesso di poterlo fare?”: sono parole di una giovanissima studentessa dopo un incontro con persone detenute, che raccontavano la loro esperienza al carcere minorile, che ha aperto la strada a reati più gravi e a una carcerazione lunga e tormentata nel carcere per adulti.
Quella ragazza ha fotografato con poche parole l’assenza di un futuro, di una speranza, di una prospettiva di cambiamento che caratterizza oggi la vita detentiva anche negli Istituti di pena per minori. Eppure, questo sembra non bastare ai sostenitori della pena vendicativa, che parlano di punire di più quei ragazzi, come se non fosse già abbastanza privarli di un futuro. Quelle che seguono sono due testimonianze “esemplari” da questo punto di vista perché raccontano che la pena “cattiva” non fa che produrre altro male, nonostante in tanti vorrebbero farci credere che più carcere, anche per i ragazzini, ci rende più sicuri.
Amin, che voleva diventare un boss
Io mi chiamo Amin e voglio raccontare, come faccio quasi ogni settimana con le scuole che entrano in carcere, perché un ragazzo che viene da una famiglia perbene si trova a scontare anni di galera. Sono cresciuto insieme a mia mamma e mio nonno, che era una bravissima persona. Già a scuola vivevo un po’ emarginato dai miei compagni per via del mio nome, perché pur essendo italianissimo ho un nome straniero, Amin.
E in un paese di 15.000 abitanti, dove c’era tanta ignoranza, non era facile andare avanti. Essendo emarginato dai ragazzi della mia età, trovo rifugio in un gruppo di ragazzi più grandi. A loro non interessava niente di me, da che famiglia venivo, ma gli interessava molto usarmi. Così da subito comincio a commettere piccoli reati, tipo vendere la bustina d’erba o portare piccole refurtive da una parte all’altra. Fino a quando un giorno un ragazzo ci propone di fare una rapina, un vero e proprio assalto in un’oreficeria armati.
Quindi sicuramente sapevamo, avevamo messo in conto, che poteva succedere qualcosa se il gioielliere avesse avuto una reazione e quindi noi eravamo disposti a tutto. La rapina “va bene”, non si fa male nessuno e torno con un po’ di soldi, e sin da subito mi è venuto il pensiero: perché devo andare a lavorare o a scuola a fare i sacrifici che fanno gli altri ragazzi, se in 10 minuti di paura posso avere tutto quello che voglio? In realtà non è così semplice, perché alla fine vengo riconosciuto dalle telecamere di sorveglianza, arrestato. e portato all’IPM di Bari.
IPM sta per istituto penale per minori, ma è un vero e proprio carcere, fatto di regole dure, e di bambini, perché alla fine eravamo ragazzini, che aspirano a diventare boss o malavitosi di grosso calibro, tutte illusioni alla fine. Ma purtroppo io ero uno di quelli e passavamo le nostre giornate a parlare di ogni reato commesso o che volevamo commettere una volta usciti da là. Alla fine esco e ritorno nel mio vecchio quartiere, e ricomincio come prima. Fino a quando un giorno decidiamo di fare un’altra rapina, ma questa volta succede una tragedia perché alla reazione del commerciante il mio compagno lo ammazza. E io ho avuto uno shock perché non sapevo più cosa mi stesse succedendo. Ho subito deciso di scappare dal mio paese, ma alla fine mi arrestano. Il processo dura un sacco di tempo e io vengo condannato per concorso in omicidio e concorso in rapina a 24 anni.
Amir, diventato suo malgrado un “minore non accompagnato”
La mia storia è iniziata all’età di 15 anni, quando in Tunisia, frequentavo la scuola e giocavo a calcio, ed ero bravo e appassionato. Un giorno mio padre mi chiama e mi dice che devo partire per l’Italia. Provo a spiegargli che vado bene a scuola, ho i miei amici e tutto quello che mi serve, ma lui dice che in Tunisia non c’è futuro. Appena vedo mia mamma capisco che neppure lei è d’accordo, ma mio padre è irremovibile, e comincio a prepararmi per partire il giorno dopo. Il viaggio è una tragedia, il secondo giorno il mare è agitato e la barca resiste un paio d’ore, poi per le onde alte si ribalta. Vedo alcune persone annegare, e non riesco a togliermi dalla mente una donna sudafricana che muore davanti a me con i suoi due figli. Per mia fortuna arriva la guardia costiera italiana che salva tutte le persone rimaste. Mi mettono in un centro di accoglienza, ma qualche giorno dopo scappo. Mi ferma la polizia e mi porta in caserma e poi in comunità. Il problema maggiore è non poter telefonare ai miei genitori.
Fornisco il loro numero di telefono, ma la risposta è sempre la stessa: “Non sappiamo a chi appartiene questo numero, non puoi chiamare”. Decido di scappare di nuovo, incontro un mio paesano, mi faccio prestare il cellulare e chiamo casa. Risponde mio padre, gli racconto quello che è successo, e lui mi dice di non tornare in Tunisia ma di andare a Padova da mio cugino. Arrivo da lui, comincio a immaginare una vita finalmente più serena, ma il giorno dopo mio cugino mi consegna del fumo. “Così puoi fare un po’ di soldi per mantenerti”.
Dopo sei mesi di spaccio vengo arrestato e portato al minorile di Treviso. È la prima volta che entro in carcere, sono spaventato e comincio a vedere cose brutte: ragazzini che si tagliano con le lamette, o che si impasticcano perché non resistono alla galera. Quelli che sento sono discorsi sui reati commessi, niente di costruttivo, nessun percorso da seguire, insomma non imparo nulla. Anzi, qualcosa imparo: quando dopo undici mesi esco, sono un accanito fumatore di sigarette e anche di canne. Non so dove andare, ho paura del carcere, non ci voglio più tornare, ma mio cugino mi dice che sono un irregolare e se voglio mangiare posso solo spacciare. Così ricomincio, dopo un po’ arrestano mio cugino e finisco col prendere il suo posto.
Stavolta, però, non si tratta solo di vendere un po’ di fumo, ma la droga diventa “pesante”, prevalentemente cocaina. Naturalmente i guadagni aumentano, ben presto però vengo arrestato e portato nuovamente in carcere, ma stavolta in un carcere per maggiorenni. Quando esco voglio cambiar vita, affitto una casa e conosco una ragazza, ci vogliamo bene e abbiamo una bellissima bambina.
Chiedo subito il permesso di soggiorno per lavorare, perché se continuo a spacciare prima o poi mi arrestano nuovamente, ma sono sotto indagine da tempo e finisco in carcere. Il cumulo delle condanne - tutte per piccolo spaccio, ma tante - arriva a 12 anni di reclusione. All’inizio la mia compagna viene a trovarmi tutte le settimane, ma un giorno durante un colloquio mi dice che non ce la fa ad aspettarmi per così tanto tempo, promette però che continuerà a portarmi nostra figlia. Purtroppo, i colloqui si diradano sempre più, e ora sono 7 mesi che non vedo la bambina.
Dieci lezioni sul male
A margine di queste storie segnaliamo Dieci lezioni sul male, il recente saggio di Mauro Grimoldi per Cortina Editore. Psicologo giuridico esperto in criminologia minorile e disturbi del comportamento in adolescenza, Grimoldi è, tra l’atro, consulente del Tribunale per i minorenni di Brescia. Dieci lezioni sul male è un libro di storie, che distingue il crimine dal criminale, in un viaggio verso la comprensione del lato oscuro dell’essere umano.
È una riflessione generale sull’adolescente che commette crimini, percependoli, almeno in un primo momento, come un evento estraneo alla propria volontà, accidentale, esattamente come un fenomeno meteorologico: come la pioggia. Un ragazzo di 15 anni, per nulla problematico, si trova a fare per la prima volta il palo in una rapina. In mano ha un coltello e deve prendere una decisione che segnerà la sua vita. Un altro si presenta alla festa di fine anno della scuola con un fucile nella custodia della chitarra e i nomi di 54 persone nella tasca del giubbotto.
Un altro spaccia droga vestito come un businessman. Karim, infine, ha sedici anni, una scuola interrotta alle spalle, è un gigante alto 1,98 con un quoziente intellettivo di 62. È stato arrestato undici volte da quando ha compiuto i 14 anni necessari per l’imputabilità, quasi sempre per aggressioni ed estorsioni. Ragazzi tra i 14 e i 18 anni in una personale guerra con il mondo sociale, reato per reato, un racconto dopo l’altro, alcuni noti al pubblico, altri meno.
Un libro con poco di convenzionale, un saggio di psicologia giuridica che siede a cavalcioni della staccionata che separa i territori della manualistica da quelli della narrativa e rimane lì, in perfetto equilibrio su una zona di confine tra il saggio e il romanzo, tra la docenza e l’esistenza. Non è difficile rintracciare un’umanità consueta, nota, familiare sullo sfondo delle storie degli adolescenti autori di reato. Un libro come un ponte, un luogo di passaggio che spiega il male nelle sue innumerevoli declinazioni, lo rende più comprensibile, lo attraversa, lo tocca, lo accoglie, lo avvicina, dandone una versione che di molto si distanzia da una sentenza di irreparabilità priva di appello. Perché, in fondo, il cerchio non è sempre rotondo, la commissione del male ha la possibilità di essere ridefinita, il suo significato può essere letto e decodificato, ricollocato nelle trame di una storia che è scritta solo in parte e che, quando ha la fortuna di incontrare il trattamento e la presa in carico, può prendere una direzione altra, che rompe il cerchio, diventando, come nelle Dieci lezioni sul male, lezione a sua volta, dedicata a chiunque abbia, in questi adolescenti, riconosciuto un po’ di sé o di altri vicino a sé.
*Direttrice di Ristretti Orizzonti











