di Giorgio Gori*
Corriere della Sera, 5 novembre 2025
Nell’editoriale che ha dedicato al “dilemma dei riformisti del Pd” di fronte al referendum sulla separazione delle carriere, Angelo Panebianco li immagina tra l’incudine e il martello, schiacciati tra un “sì” che riaffermerebbe la loro identità ma che li esporrebbe a passare da traditori della “causa” - il tentativo di usare il referendum per dare una spallata al governo Meloni - e un “no” che li vedrebbe tradire le proprie idee, piegati al diktat della segreteria Pd. Non prende con ciò in considerazione che tra loro - oltre a molti riformisti che sosterranno la riforma senza alcun timore di passare da amici del giaguaro - vi sia chi intende votare “no” proprio in nome del garantismo, per ragioni quindi diverse da quelle imbracciate dalla magistratura e da buona parte della politica; che è invece precisamente la posizione che qui vorrei sostenere.
Premessa: considero, da garantista, prioritario l’obiettivo di dare piena realizzazione all’articolo 111 della Costituzione, e so bene che il tema della separazione delle carriere ha storicamente rappresentato un “cavallo di battaglia” del mondo liberale. Tuttavia:
- credo che, la riforma Cartabia abbia già fatto il grosso del lavoro limitando a uno i possibili passaggi da una funzione all’altra, purché all’inizio della carriera e prescrivendo il trasferimento in altra regione. Ne è prova che i passaggi sono già oggi rarissimi: negli ultimi cinque anni - quindi anche prima della legge Cartabia - solo lo 0,83% dei pm ha chiesto il passaggio a giudice e lo 0,33% da giudice a pm;
- non penso che ciò che residua in termini di “non separazione” - la condivisione del percorso formativo e del Csm, oltre a quell’unico passaggio di funzione che la norma oggi consente - rappresenti un effettivo ostacolo al perseguimento dell’obiettivo costituzionale. Non credo cioè ponga davvero pubblici ministeri e giudici in una condizione di promiscuità tale da alterare le condizioni di parità tra accusa e difesa di fronte al giudice, a danno dell’imputato; perché, se fosse il contrario, il contrasto della “pericolosa contiguità” tra i due ruoli dovrebbe estendersi ben oltre le previsioni della riforma, a comprendere la separazione delle sedi di lavoro, degli esercizi pubblici frequentati dagli uni e dagli altri, ecc.;
- in realtà, l’abnorme differenza tra le richieste delle procure e le decisioni dei giudici (64% di archiviazioni, 60% di assoluzioni per i casi che arrivano a processo) parrebbe segnalare una significativa indipendenza della funzione giudicante rispetto a quella inquirente, già oggi;
- considero un fatto positivo - da non cancellare - che pm e giudici condividano la stessa cultura giuridica, e che i pm non si formino in una prospettiva esclusivamente accusatoria. Vedo infatti il rischio che la postura esclusivamente accusatoria delle procure possa essere rafforzata dalla “corporativizzazione” del ruolo, sottratto ad ogni controllo e sempre più saldato a quello della polizia giudiziaria;
- è questo a mio avviso il profilo più critico della riforma. Molti paventano che la separazione sia un passo destinato a portare la funzione inquirente sotto il controllo del governo. È un timore che non condivido, a partire dal fatto che in molti Paesi le cose stanno così (separazione/dipendenza dei pm dal governo/discrezionalità dell’azione penale) e non per questo si tratta di Paesi meno democratici. Piuttosto, è la nascita di una “corporazione dei pm”, del tutto autoreferenziale, che dovrebbe preoccupare, per la totale discrezionalità che la saldatura con l’obbligatorietà dell’azione penale porrebbe nelle mani dei magistrati inquirenti. Se l’obiettivo della riforma è limitare il potere delle procure, a me pare invece che finisca per rafforzarlo;
- non penso che la nascita di due distinti Csm e il meccanismo del sorteggio dei membri togati siano destinati a ridurre in modo significativo il peso delle correnti, se è vero che il 96% dei magistrati è iscritto all’Anm e appartiene ad una corrente; temo che queste potranno invece riorganizzarsi tra i sorteggiati e continuare a esercitare la loro influenza;
- infine, non considero ininfluente come si è giunti all’approvazione della riforma: scritta dal governo, è passata attraverso quattro letture parlamentari senza che ne toccassero una virgola; e onestamente non s’è mai vista una riforma della Costituzione imposta in questo modo tanto alla maggioranza che all’opposizione.
Non che in Italia manchino i problemi della giustizia - e non mi riferisco solo alla lentezza dei procedimenti, alla carenza di personale, al disastro delle carceri, ecc. -: eccesso di detenzione preventiva, panpenalismo - fortemente accentuato dal governo in carica -, rapporto tra polizia giudiziaria e pm, circuito perverso procure-giornali, intercettazioni pubblicate (e prima ancora a volte “interpretate” a vantaggio dell’accusa), impossibilità per l’imputato di poter minimamente contrastare tutto ciò: ce ne sarebbe da fare. Tra tanti guai, non mi pare sia però documentabile un reale difetto di terzietà del giudice.
Questo penso, senza la pretesa di rappresentare altri che me stesso. Ritengo vi siano buoni argomenti per opporsi alla riforma senza per forza schiacciarsi sulle posizioni della magistratura, o adottare toni apocalittici, come se ci trovassimo di fronte ad un sovvertimento degli equilibri democratici: non credo sia così. Mi piacerebbe che la questione fosse dibattuta senza dare luogo ad uno scontro all’arma bianca tra una parte e l’altra. Temo non succederà, ma credo che a noi riformisti tocchi almeno l’onere di provarci.
*Europarlamentare del Partito Democratico











