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di Davide Dionisi

L’Osservatore Romano, 17 marzo 2022

Conoscerli per quello che sono e non per il reato che hanno commesso. Parte da qui il progetto lanciato dal vescovo di Ragusa, Giuseppe La Placa, destinato alle persone private della libertà, che prevede l’istituzione di un Ufficio per la pastorale carceraria perché “ogni persona è sacra e possiede una dignità inviolabile donata da Dio, a prescindere dalla condizione sociale in cui ci si trova”.

L’attenzione di Ragusa nei confronti dei detenuti non è nuova. L’ultima iniziativa balzata agli onori delle cronache è stato l’orto del carcere dedicato all’enciclica Laudato sii di Papa Francesco. A portarlo avanti, gli operatori sociali dell’associazione “Ci Ridiamo Su”, assieme ai detenuti dell’istituto penitenziario, secondo tecniche di agricoltura biodinamica.

La diocesi è andata oltre e intende “organizzare” e “strutturare” le iniziative di volontariato partendo da un’idea precisa: “La nostra Chiesa deve rafforzare la sua presenza al fianco dei detenuti perché chi è privato della libertà non è escluso agli occhi di Dio.

Anzi, è una persona che ha bisogno più degli altri della presenza e della vicinanza della comunità cristiana” spiega monsignor La Placa, aggiungendo che “per tale motivo abbiamo pensato di istituire una struttura stabile, non più limitata alla presenza del cappellano, di qualche laico che fa parte del gruppo dei volontari o delle persone che saltuariamente si occupano dei carcerati, ma un presidio che possa fungere da stimolo nei confronti di tutte le comunità cristiane per avvertire che nel territorio esiste un luogo di sofferenza dove si scontano pene.

Un luogo che non è certo un obitorio, un posto destinato ai defunti o alle persone che non hanno più speranza, ma è una “sala parto), nella quale siamo chiamati a far nascere a vita nuova chi è sepolto nella sua colpa”. Una pastorale carceraria, se vuole essere veramente incisiva, non può prescindere dal binomio carcere-territorio. Se non c’è questo binomio, fallisce il recupero e il reinserimento del detenuto nella società.

“Centreremo l’obiettivo puntando sulla preghiera e la vicinanza concreta. Promuoveremo iniziative di sostegno non solo nei confronti dei ristretti ma anche delle famiglie. Madri, padri, mogli, mariti e figli che tante volte pagano un prezzo molto alto per la perdita di un proprio caro che non vedono più in casa e perché vengono stigmatizzate da tante parti della società”, continua il presule.

La Chiesa di Ragusa sta predisponendo, inoltre, una struttura per poter accogliere detenuti stranieri o residenti altrove che pur avendo la possibilità di scontare la pena ai domiciliari, non sono in grado di uscire. “Ci stiamo muovendo, inoltre, per istituire centri di ascolto veri e propri nelle parrocchie” rivela il vescovo, convinto che spesso la società tende a considerare il detenuto un emarginato o comunque qualcuno che va condannato al di là dei suoi sentimenti e delle sue esigenze. Per lui, quindi, il carcere inizia molto prima della detenzione vera e propria e non finisce certo nel momento in cui si riacquista lo stato di libertà.

“Per questo l’ufficio che abbiamo in mente non intende semplicemente occuparsi delle persone che sono dietro le sbarre” riprende La Placa. “Pensiamo ad un volontariato diverso, che presti servizio dentro e fuori. È importante sottolineare questo. La nostra idea è quella di sensibilizzare la comunità diocesana ad una attenzione di affetto e di preghiera nei confronti di questi nostri fratelli che soffrono una situazione nella quale devono ristabilire un rapporto con se stessi, con la società e con Dio”.

Infine, spazio alla formazione: “Avvieremo corsi specifici a tutto campo, destinati alle comunità affinché non si giudichi il detenuto con il solito pregiudizio che parte dal nostro fariseismo” osserva il presule. “Dobbiamo guardare questi nostri fratelli con amore e compassione. Quella stessa compassione che il Signore ci ha insegnato.

Ammorbidire il proprio cuore nei confronti di chi ha sbagliato porta a guardare le periferie esistenziali a trecentosessanta gradi, quindi a porsi sulla linea che ci ha indicato Papa Francesco. Il punto di partenza fondamentale - conclude - è quello di non porsi nell’atteggiamento di chi ha qualcosa da donare ma nell’atteggiamento di chi vuole scoprire e vuole incontrare il volto di Cristo nell’altro, di ogni altro: il volto di Cristo sofferente, ferito, emarginato.

Questo incontro è qualcosa che induce alla reciprocità: io porto qualcosa all’altro e, piuttosto, io ricevo anche qualcosa dall’altro. In questo dare e ricevere, e riscoprendo nell’altro il dono di Cristo, penso ci sia la radice dell’atteggiamento del volontariato cristiano. Vogliamo cogliere l’opportunità di donare semi di speranza in un orizzonte dove si fa fatica a trovarla. Il nostro servizio sarà un balsamo sulle ferite dei nostri fratelli ristretti e dei loro familiari”.