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di Giada Drocker


La Repubblica, 29 dicembre 2021

 

Nel penitenziario c'è anche chi produce formaggi e chi il miele dalle arnie. "Ce la posso fare, stavolta è diverso. Prima quando uscivo dal carcere mi sentivo a disagio, ora no: so fare qualcosa e posso farcela". Parla Bruno Monti, 45 anni, 25 di questi in cella con piccole pause a casa, tra una condanna e l'altra. Cura l'orto al carcere di contrada Pendente a Ragusa. Sorride, sempre, anche nei momenti difficili. La sua famiglia a casa lo aspetta. Da poco è diventato nonno. Crede che coltivare la terra sia il modo per dare futuro alla sua famiglia e chi lo ha aiutato ad imparare dentro al carcere è pronto a dargli una mano pure fuori. Cos'è il futuro per lei? "La terra! Voglio stare con le mie figlie, vedere crescere mia nipote. Sono orgoglioso della forza di mia moglie, per quanto ha fatto". Bruno da poco è solo a prendersi cura dei terreni, l'altro detenuto ammesso al programma di "semilibertà" è stato trasferito e ha perso i benefici.

L'idea dell'orto è partita da un dono che si trasformato in progetto: "Libere tenerezze", abbracciato dall'Enciclica di papa Francesco sulla Cura del Creato. Alcuni detenuti ammessi al lavoro esterno, hanno ridato vita ai terreni incolti interni al carcere arrivando ad una produzione stagionale venduta anche all'esterno, i cui proventi servono a rifinanziare ciò che all'orto serve e a dare sostanza alle altre iniziative interne al carcere. "È cominciato tutto con la pandemia - spiegano Fabio Ferrito e Alessandro Vitrano dell'associazione di clown dottori "Ci ridiamo su" di Ragusa che cura il progetto - Abbiamo coinvolto il carcere per la produzione di mascherine che scarseggiavano. I detenuti hanno confezionato un migliaio di mascherine poi consegnate ad associazioni, case di riposo e a chi ne aveva bisogno. Per ringraziare, abbiamo pensato di consegnare loro dei semi di zucchine lunghe e Bruno ha chiesto all'amministrazione penitenziaria se era possibile piantarli. Da lì è iniziato tutto".

Finocchi, lattughe, sedano, carciofi, cavolfiori e da poco anche gli avocado. Sei i detenuti ammessi al lavoro esterno (2 all'orto), sono famiglia. Chi aiutava Bruno era lo "chef" del gruppo: cucinava di tutto, pur non avendo un forno. Aveva creato un contenitore per le lasagne, suo orgoglio. Un grande lavoro interno al carcere, direzione, area trattamentale e sicurezza, in team per affrontare criticità e risolverle. Il risultato? Oltre il 50% dei 180 detenuti sono impegnati in attività: corsi di alfabetizzazione, scuola (24 seguono l'Alberghiero), 50 si occupano della preparazione dei pasti, delle pulizie e delle manutenzioni. Vengono retribuiti, e l'impiego è a rotazione. Nessuno viene lasciato solo. Si lavora su recupero, risocializzazione, consapevolezza, dignità. E uno degli indicatori del clima interno al carcere, dove la privazione della libertà personale è dura da accettare con la colpa da metabolizzare, è la quasi assenza di atti autolesionistici. La direttrice Giovanna Maltese, assieme al comandante della polizia penitenziaria, Chiara Morales e alla responsabile area trattamentale Rosetta Noto racconta la fatica, ma anche l'entusiasmo di un impegno volto al recupero. Nel carcere un laboratorio di prodotti caseari, la coop "Sprigioniamo sapori" che produce e vende dolciumi e conserve utilizzando materie prime di eccellenza del territorio. Tutto fatto a piccoli passi, in equilibrio tra sicurezza e recupero, insegnamento e inventiva personale. I detenuti imparano un mestiere, progettano futuro. "Valorizzare tutto il buono che c'è, potenziarlo per evitare che una volta uscito dal carcere, il detenuto torni a delinquere" dice la direttrice. Bruno nell'orto rinasce, impara; quando uscirà vuole coltivare un terreno, fare impresa. A novembre ha visitato un'azienda che coltiva piante tropicali.

"Mi hanno insegnato trucchi utili; qui abbiamo costruito una serra per gli avocado e ora so cosa serve alle piante e come mi devo comportare per farle crescere sane e bene". Al suo fianco, un agronomo, Alessandro Scrofani. Dai suoi insegnamenti ha imparato ad osservare, leggere le piante, riconoscere gli insetti buoni e cattivi perché l'orto "parla". Bioagricoltura. Compost autoprodotto con gli scarti dell'orto. E la rigenerazione delle persone passa dalla rigenerazione degli spazi. I semi dell'orto generano altro: "Ali per volare", una batteria di arnie per la produzione del miele e un piccolo prefabbricato per le galline. Bruno è grato: "In tanti qui hanno creduto in me; prima un corso di operaio edile, poi ho curato il giardino, ora l'orto. So fare tanto - dice - Non mi spaventa più uscire fuori. Libertà, responsabilità, confronto, crescita, fiducia: io mi sento cresciuto e pronto".