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di Maria Antonia Fama

collettiva.it, 13 maggio 2022

Mercoledì 18 maggio allo Spazio Rossellini, la prima romana della tragicommedia interpretata dalle attrici detenute della casa circondariale femminile di Rebibbia. L’intervista a Francesca Tricarico, autrice e regista.

“Ramona e Giulietta” è la riscrittura tragicomica del classico shakespeariano, allestito all’interno della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia. Una storia d’amore e di rabbia, che parla delle carceri e delle sue privazioni, a cominciare dall’affettività negata. Mercoledì 18 maggio lo spettacolo andrà in scena a Roma, per una prima serale presso lo Spazio Rossellini, con il sostegno delle Officine di Teatro Sociale della Regione Lazio, della Fondazione Severino e della Fondazione Cinema per Roma.

Scritto e diretto dalla regista Francesca Tricarico con le attrici detenute che hanno aderito al progetto “Le Donne del Muro Alto”, Ramona e Giulietta è interpretato dalle stesse attrici, che oggi continuano a portarlo in scena da donne libere o semilibere, ammesse alle misure alternative alla detenzione. Le “Donne del Muro Alto” è un progetto d’inclusione sociale e lavorativa attraverso il teatro, che offre alle donne detenute una prospettiva nuova per affrontare il proprio presente detentivo, ma anche di immaginare un futuro da persone libere.

Francesca Tricarico, nel lavoro che fate con le detenute c’è sempre, all’inizio, una fase di riscrittura dei tesi scelti. Come avviene il processo di scelta e perché questa volta avete selezionato il grande classico shakespeariano? É interessante capire se partite dalle “urgenze comunicative” delle donne per andare incontro al testo scelto o viceversa...

Questa è una domanda che mi piace molto. Io parto dalle urgenze del gruppo con cui sto lavorando, quindi c’è una prima fase di ascolto e di esercizio teatrale, per capire quello che il gruppo in quel dato momento ha necessità di esprimere e di raccontare. Poi cerco un testo che vi si adatti, che contenga quei temi, anche se apparentemente lontani e da qui partire per un lavoro di trasformazione e di riscrittura. Ad esempio lo spettacolo che stiamo ora portando in scena all’esterno è stato scritto e allestito nel femminile di Rebibbia in un periodo in cui lavorare nelle sezioni comuni era davvero complesso, c’era una grande rabbia tra loro, litigavano continuamente, molto più del solito. Il carcere non è ma il paese dei balocchi, ma quel tipo di rabbia era diversa e non riuscivo davvero a capire cosa stesse accadendo. Ho pertanto deciso di indagare attraverso il nostro training teatrale questo sentimento, ho così scoperto che l’anno prima proprio a Rebibbia Femminile che era stata celebrata la prima unione civile tra due donne all’interno di un carcere femminile italiano. Questo evento aveva diviso la popolazione detenuta in due fazioni, tra chi lo considerava un passo importante e chi una vergogna. É nata ad esempio così l’idea di riscrivere “Romeo e Giulietta”. Il teatro dà l’opportunità grandiosa di lavorare su temi anche spinosi, senza la paura di esprimersi liberamente, tutto viene giustificato dal raggiungimento di un obiettivo comune, l’andare in scena. E così è stato anche lì dove ho chiesto alle mie donne nella fase di riscrittura di non avere paura di esprimere anche le opinioni più scomode, necessarie per arrivare a un testo che davvero le rappresentasse, che fosse realmente lo strumento per portare la loro voce fuori. In questo lavoro abbiamo sdoganato tanti tabù, e compreso che la rabbia non veniva da chi amava chi, ma dalla frustrazione per chi non ha la propria compagnia o il proprio compagno in carcere di non potersi vivere la sessualità e prima ancora l’affettività. Ci siamo chieste tutte insieme, e oggi continuiamo a chiederlo al pubblico, cosa accade quando un uomo o una donna viene privato dell’affettività, cosa resta?

Il teatro è sempre un acceleratore di emozioni. A questo proposito, il 18 maggio per la prima volta andrete in scena fuori dalle mura dell’istituto. Che sensazioni ci sono, nel gruppo, rispetto a questa cosa? Come viene vissuta? State facendo un lavoro di preparazione anche su questo?

Voglio precisare che questa è la nostra prima serale romana, ma lo spettacolo lo abbiamo portato all’esterno già la scorsa estate. Abbiamo, io e le attrici detenute, riscritto tutte le scene di “Romeo e Giulietta” immaginandolo in carcere, ed è lì che è stato portato in scena la prima volta, trasformando tutti i personaggi in donne. È poi arrivata la pandemia e sono state bloccate per molti mesi le attività negli istituti penitenziari. È stato doloroso ricevere le loro lettere, sentire l’isolamento che stavano vivendo, ancora di più sentivano l’esigenza di portare fuori la loro voce anche se sembrava essere impossibile. Alcune di loro nel mentre erano uscite ammesse alle misure alternative alla detenzione o in libertà e chiedevano di fare qualcosa per loro e le compagne ancora recluse. É nata così l’idea di continuare all’esterno e il magistrato di sorveglianza ci ha concesso i permessi. Ho riunito le donne che avevano lavorato al testo quando erano ancora recluse e lo abbiamo riallestito per andare in scena fuori. Lo spettacolo è rimasto lo stesso ma abbiamo apportato dei cambiamenti per qualcosa era cambiato nel frattempo, ad esempio oggi il finale è dedicato all’attesa. L’attesa di uscire quando si è dentro, l’attesa di ritrovare un proprio ruolo, posto in famiglia, nel mondo del lavoro, come donna dopo un’esperienza detentiva. Di scardinare, dentro come fuori, lo stigma legato alla detenzione e in particolare a quella femminile. La società ha molta più difficoltà ad accettare una donna che è stata reclusa rispetto a un uomo, come se per una donna ancora oggi non fosse possibile sbagliare. Probabilmente la fase più delicata del lavoro fuori è stata prepararsi ad affrontare il pubblico da donne libere o semilibere con uno spettacolo che dichiara che le interpreti sono attrici ex detenute. Sono state determinate fin dall’inizio, hanno scelto di metterci la faccia, per loro e le loro compagne ancora recluse, perché se per prime loro provano vergogna del loro passato come può la società fuori accoglierle? Questo si sono domandate e per questo hanno scelto di continuare il teatro anche fuori, un’attività che le supporta accompagnandole in un’inclusione lavorativa e sociale. Non è semplice per loro e le loro famiglie, ma sentono di doverlo e volerlo fare, ammiro la forza e il coraggio che hanno.

Il teatro in carcere è per le detenute una delle poche occasioni di contatto con il mondo esterno. Può, nella vostra esperienza, diventare anche un’occasione lavorativa per il dopo, o quanto meno un ponte lanciato verso il mondo del lavoro una volta uscite, sia da un punto di vista psicologico che sociale?

Questo progetto nasce proprio con la volontà di accompagnarle nella fase più difficile per chi ha vissuto un’esperienza detentiva, il ritorno alla società civile, che troppo spesso non è pronta ad accoglierle. Per assurdo, in carcere vivono tutte le difficoltà che quell’esperienza comporta, ma c’è una sorta di cuscinetto che le protegge da alcuni problemi. Quando escono, se non hanno una famiglia che le accoglie, una casa, un lavoro, è difficile non perdersi. Ho iniziato a sentire sempre di di più la necessità di comprendere e fare qualcosa per il dopo carcere negli anni ascoltando le paure delle donne in uscita, la gioia mista al dolore per l’assenza di un posto dove tornare, una casa o una famiglia. Questo progetto fuori vuole essere innanzitutto un luogo e uno spazio per acquisire competenze sempre nuove da utilizzare in ambito teatrale ma non solo. Una produzione teatrale non ha bisogno solo di attori, vuole essere quindi una formazione dal punto di vista attoriale ma anche degli aspetti organizzativi e del lavoro delle maestranze. Un lavoro, infatti tutte le attrici della compagnia vengono pagate per l’attività attoriale. Il teatro come lavoro In un momento in cui non sono mai abbastanza le battaglie necessarie affinché le attività culturali vengano riconosciute come un lavoro. Alcune delle mie attrici hanno ricevuto proprio il loro primo compenso lavorativo fuori proprio attraverso quest’attività. Uno strumento per abbattere lo stigma sociale su cui stiamo lavorando anche attraverso l’incontro con i giovani nelle scuole e in particolar modo con gli studenti del Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università Roma Tre - i futuri educatori che andranno a lavorare nelle carceri. Particolarmente forte è stato l’ultimo incontro che abbiamo fatto nell’istituto “Acquaroni” di Tor Bella Monaca, dove tra gli studenti che hanno ascoltato le nostre attrici ex detenute c’erano i figli di signore ancora recluse a Rebibbia.

Come lei sottolineava, intorno alla figura del detenuto (e alla detenzione in generale) c’è uno stigma sociale che queste persone si portano addosso per tutta la vita, e che ha una sua specifica declinazione al femminile: la figura ancestrale della donna madre che non può sbagliare e che, se lo fa, è Medea. Il teatro in carcere non aiuta solo chi sta dentro, ma anche chi sta fuori...

Sono sempre più convinta che il teatro in carcere faccia bene al teatro fuori, alla società esterna. Noi lavoriamo con cinque, dieci, venti detenute, ma il lavoro che possiamo fare con la società fuori è molto più grande. Il carcere è una lente d’ingrandimento sulla società. Quello che accade lì dentro, le dinamiche relazionali, la burocrazia etc., non è altro che quello che accade fuori solo che all’ennesima potenza, concentrato in un ambiente ristretto e costretto. La rabbia che viene dall’affettività negata, raccontata in “Ramona e Giulietta”, per una personale frustrazione, è così diversa dalla rabbia che incontriamo quotidianamente nella vita di tutti i giorni? Penso agli episodi violenti nelle manifestazioni contro le famiglie arcobaleno, da dove nasce la necessità di mostrare il proprio disaccordo in modo violento? ll teatro ci offre l’opportunità di scoprire che non esiste un noi e un loro, ma solo storie di uomini e donne. Ecco perché non amo a teatro la narrazione del meticoloso e morboso elenco dei reati, che si possono leggere tranquillamente online, ma il racconto di ciò che ci accomuna nel nostro essere donne o uomini al fine di porci sempre domande nuove per crescere in carcere e fuori.

Infine, tornate in scena - e tornate a fare teatro in carcere - dopo la faticosa pausa imposta dalla pandemia. Un dramma doppio, che ha reso le vostre attrici doppiamente prigioniere. Che effetti ha avuto su di loro questo isolamento ancora più forte determinato dal virus? State facendo o farete un lavoro specifico anche su questo?

Il lavoro che sto facendo ora con le mie attrici ex detenute risente degli effetti della pandemia legati al passaggio per alcune di loro dal carcere alla casa famiglia, ai domiciliari ad esempio, mentre il lavoro realizzato a dicembre scorso nel carcere femminile di Rebibbia è stato dedicato al racconto dell’emergenza sanitaria vissuta in carcere, dalle sanificazioni alle video chiamate, utilizzando a pretesto la storia di una buffa faraona nell’orto di Rebibbia e della regina Didone. Per assurdo dentro hanno affrontato il Covid molto meglio di noi. Per quanto per loro sia stato dolorosissimo l’isolamento -nessuna attività, nessun familiare, solo video chiamate - le detenute che ho incontrato hanno accettato le restrizioni con la consapevolezza della necessità del momento nonostante la paura per l’impreparazione nella gestione di un evento del genere fuori e dentro le carceri. All’esterno stavamo impazzendo per le restrizioni e comunque potevamo stare al telefono, al cellulare, internet eccetera, loro no, avevano solo pochi minuti a settimana di videochiamate, non ricordo se 10 o 20 minuti a settimana.