di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 1 agosto 2025
È un documento che “va letto trattenendo il respiro”: così Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si occupa della tutela e delle garanzie del sistema penale e penitenziario, avvisa i lettori nell’editoriale del XXI Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia “insostenibili” come più volte le ha definite il Presidente Mattarella. Il dossier, che si intitola appunto “Senza respiro”, è stato presentato giovedì scorso a Torino nella sede del Consiglio regionale del Piemonte.
Coordinati da Bruno Mellano garante regionale delle persone detenute, sono intervenuti tra gli altri Claudio Sarzotti, presidente di Antigone Piemonte e Giovanni Torrente dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’associazione entrambi docenti nell’Ateneo torinese, Roberto Capra, presidente Camera penale “Vittorio Chiusano”, Lucia Musti Procuratore generale del Piemonte e della Valle d’Aosta e il vicesindaco di Torino Michela Favaro, delegata ai rapporti con il sistema carcerario.
L’ultimo Rapporto di Antigone raccoglie i dati (fino a giugno 2025) e fotografa la situazione sulla base delle cento visite effettuate nell’ultimo anno dagli osservatori dell’associazione (magistrati, operatori penitenziari, docenti universitari, parlamentari e cittadini che a vario titolo si occupano di giustizia penale) nei 189 penitenziari della Penisola (17 sono gli Istituti penali minorili). Ne emerge un quadro asfittico, dove l’aggravamento dei problemi cronici - primi fra tutti il sovraffollamento e i suicidi, già 38 nei primi 6 mesi del 2025 - fa sì che il sistema sia al collasso.
“Corpi ammassati in celle chiuse, spazi inadeguati, tensione alle stelle, sofferenza generalizzata, condizioni igieniche-sanitarie inaccettabili, educatori stanchi, poliziotti in difficoltà, direttori provati, medici preoccupati, volontari a malapena tollerati” prosegue Patrizio Gonnella che, richiamando papa Francesco che ha aperto all’inizio del Giubileo la seconda Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia dopo quella nella Basilica di San Pietro, scrive “le parole forti di Papa Francesco per una nonché il suo discorso contro i mercanti della paura, speriamo restino un monito per tutti. Non è stato ascoltato in vita. Speriamo lo sia dopo la sua morte”.
Ecco alcuni dati (il testo è disponibile sul sito www. rapporto antigone.it). Al 30 aprile 2025 i ristretti nelle carceri della Penisola erano 62.445 (2.703 le donne, il 4,3% delle presenze, 19.660 gli stranieri, il 31,6%), 164 in più del mese precedente con un tasso di sovraffollamento medio che ha raggiunto il 133% dei posti disponibili. “Se si pensa che le nostre carceri hanno una capienza media di circa 300 posti, significa che la popolazione detenuta sta crescendo dell’equivalente di un nuovo carcere ogni due mesi, un dato esorbitante per poter pensare di rispondere con una qualunque strategia di edilizia penitenziaria” evidenzia il documento da cui emerge che le proposte del Governo con il recente decreto “Svuota carceri” - recuperare spazi nelle caserme e nei cortili e installare container prefabbricati - non sono la soluzione. Sono solo 36 gli istituti italiani con capienza regolare mentre quelli con un tasso di affollamento uguale o superiore al 150% sono 58 tra cui Milano San Vittore (220%), Foggia (212%), Lucca (205%), Brescia Canton Mombello (201%), Varese (196%), Potenza (193%), Lodi (191%), Taranto (190%), Milano San Vittore femminile (189%), Como (188%), Busto Arsizio (187%), Roma Regina Coeli (187%) e Treviso (187%).
Non va meglio in Piemonte, come ha evidenziato Bruno Mellano, ringraziato da tutti gli intervenuti per il suo doppio mandato scaduto in questi giorni: nuovo garante sarà Monica Formaiano, nominata nell’ultimo Consiglio regionale. In Piemonte quattro istituti su 13 - Torino, Alessandria San Michele, Ivrea, Verbania e Vercelli - superano il sovraffollamento medio del resto dell’Italia. Tra le carceri con più criticità la Casa Circondariale di Torino “Lorusso e Cutugno” dove per mille posti disponibili sono presenti 1450 reclusi con un affollamento del 133,8%. Superiore alla media italiana anche la presenza dei detenuti stranieri che in Piemonte è al 40%: una condizione che raggiunge livelli estremi nell’unico Istituto penale minorile, il “Ferrante Aporti” di Torino, come ha richiamato il procuratore generale Musti, dove al momento i giovani ristretti stranieri sono 46 su 50 in un contesto in cui differenze culturali e difficoltà di integrazione rendono difficile l’applicazione del dettato costituzionale per cui “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato “ (art. 27). Del resto, come ha sottolineato Claudio Sarzotti, la tendenza a mettere in rilievo l’inasprimento delle punizioni evidenzia l’incapacità della nostra società ad intervenire sui fenomeni sociali con la prevenzione.
Il carcere non è considerato “extrema ratio” come prevede la legge 354 del 26 luglio 1975 sull’”Ordinamento penitenziario” che, a 50 anni dalla sua promulgazione, vede in forte crisi la sua promessa riformatrice con particolare attenzione al reinserimento nella società dei detenuti. Basti pensare, come è stato rimarcato in tutti gli interventi, all’inasprimento delle condizioni di detenzione e al tasso di recidiva che nel nostro Paese è al 70%, secondo i dati di Antigone che confermano la preoccupazione del Presidente della Repubblica. Il 30 giugno scorso, incontrando il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed una rappresentanza della Polizia penitenziaria, Mattarella ha detto che “i luoghi di detenzione non devono trasformarsi in palestra per nuovi reati, in luoghi di senza speranza ma devono essere rivolti al recupero di chi ha sbagliato. Ogni detenuto recuperato equivale a un vantaggio di sicurezza per la collettività oltre ad essere un obiettivo costituzionale”.
Infatti, laddove vengono applicate le misure alternative alla detenzione, dove si investe su lavoro, studio e formazione professionale dietro le sbarre la percentuale di chi reitera il reato dopo aver scontato la pena cala drasticamente: dall’1% a chi si laurea nei Poli Universitari per detenuti e fino al 2% per i ristretti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale. Occorre dunque “restituire un senso alla pena” ha concluso Mellano. Certamente non in carceri dove i detenuti sono reclusi in celle di 3 metri quadrati o dove opera un educatore ogni 57 ristretti e dove il disagio psichico viene tenuto a bada solo con i farmaci: al Lorusso e Cutugno, ad esempio, uno psicologo è disponibile 3,5 ore per 100 reclusi.











